Giorgio Linguaglossa

Alberto Bevilacqua PICCOLE QUESTIONI DI ETERNITA’ Torino, Einaudi 2002 E 14,00.  

 

 

Queste “poesie di una vita”, scritte da Alberto Bevilacqua durante la sua maturità di narratore, rappresentano un evento significativo di una esperienza poetica del tutto personale ed originale. Probabilmente, soltanto un narratore poteva scrivere delle poesie così autenticamente intime ed estranee alle mode culturali delle epoche che si sono accavallate dagli anni Sessanta ai giorni nostri; Forse, soltanto un narratore poteva liberarsi da tutte le fugaci inezie del narcisismo poetico che si sono moltiplicate nel corso del conformismo degli ultimi due decenni del Novecento. La scrittura di Bevilacqua è icasticamente attaccata alla «cosa» che vuole significare; anzi, spesso si ha la sensazione che il vettore referenziale vada in parallelo con la nominazione. In questa poesia il referente riveste una grande importanza. Un altro elemento di novità ed estraneità di questa poesia rispetto al linguaggio poetico convenzionale è nell’essere completamente aliena da qualsiasi precettistica sull’oggettistica degli interni borghesi, da qualsiasi precettistica e pretenziosa ironizzazione del testo. La poesia di Bevilacqua ha abbandonato le forme stereotipiche, non impiega le “fenomenologie” stranianti, le mosse da cavallo di sklovskjiana memoria. Tutto ciò è assente dalla poesia di Bevilacqua, in quanto strumenti giudicati dall’autore non più idonei alla costruzione di una poesia moderna, se restituiamo a quest’aggettivo il valore che gli compete. 

Ecco una dichiarazione di poetica già fin dalle prime pagine di apertura del libro: “Il sapere non è che una grafia / con cui ciascuno nasconde ciò che sa”. La poesia per Bevilacqua è un fascio di luce, uno scandaglio puntato verso le zone oscure dell’esistenza, è una vera e propria sonda gettata tra le mine dell’ “eternità”. Che cosa sia l’«eternità» e se veramente è destino dell’uomo contenere in sé una, anche se infinitesimale, particella di “eternità”, credo che la questione non sia oziosa e che l’autore abbia voluto consegnarci una specie di “manuale” di «piccole questioni di eternità», in formato ridotto e abbreviato, giacché ognuno di noi ha il proprio e ciascuno ha l’onere ed il privilegio di custodirlo.

 

 È utile  leggere uno dei primi scritti poetici per confrontarlo con l’ultima composizione contenuta nel libro per poter verificare l’assoluta omogeneità “interna” tra i due scritti, l’assenza di sviluppi stilistici:

 

la mia anima dov’è andata a finire,

l’avevo qui, poc’anzi,

fra male di testa e pillole,

qualche foglio appuntato,

forse ha scoperto che oggi ho

un anno in meno da vivere

(gliel’avevo occultato per prudenza)

o forse è stato

il vento di marzo, o i seccatori

che vanno e vengono, qualcuno

cleptomane di libri e cose inutili.

Che sia nei paraggi è indubbio,

faccio una confusione

di posta inevasa, reclami di pagamento, cartoline

d’amore, per cercarla, invano

 

…E adesso vi lascio e vorrei mettere la data

ma non ricordo che giorno sia

non ricordo più il tempo – credete –

non riesco

più a vedermelo alle spalle il tempo

…perdonatemi questa inezia,

l’importante è che io vi abbia amato,

vero? O che almeno vi abbia conosciuti,

spero, almeno una volta: rispondetemi al riguardo

rassicuratemi

 

In entrambe le composizioni il tono, tra l’ottativo-colloquiale e l’assertivo-riflessivo, è il medesimo, medesimo l’impianto affabulatorio, l’uso degli incisi a spezzare il fluire del ritmo del discorso, gli incipit che irrompono di sghembo, come in scorcio, per permettere di progredire dentro il punto di latenza della progressione sintattica, del mistero dell’esistenza, per gradi successivi, per successivi approfondimenti della progressione verso il punto oscuro. È evidente che in queste poesie la verità («che ci scruta dal fondo del suo specchio»), le “piccole questioni di eternità”, abitano il dettaglio, le fessure dell’anima, gli interstizi di oscurità.

 

 I poeti del Novecento si possono dividere in due categorie: quelli che intellettualizzano la poesia che hanno ricevuto in comodato d’uso dai predecessori, e coloro che operano invece una dis-intellettualizzazione. In quest’ultima tipologia rientra sicuramente Alberto Bevilacqua. In una sana vita letteraria occorrono entrambe le categorie. Al primo tipo appartengono poeti quali ad esempio il primo Sanguineti e il primo Zanzotto, essi operano una sapiente introduzione di scritture allotrie nel corpo della tradizione stilistica, arricchiscono il corpus lessicale e semantico della koiné linguistica ereditata, aprendo così sempre maggiori spazi e possibilità espressive alla poesia che segue. Che poi questi spazi siano effettivamente “riempiti”, è un altro discorso; ciò che appare come una potenzialità non è detto che si traduca sempre in atto. È noto che l’apertura lessicale e semantica introdotta da Sanguineti e Zanzotto nella loro prima fase di decostruzione del linguaggio poetico ereditato, si sia tramutato, nella loro produzione poetica posteriore, in “chiusura” lessicale e semantica, più o meno a partire già dalla fine degli anni Settanta. Le proposte di poetica sono come delle automobili che all’inizio hanno lo sprint della combustione rapida, della giovinezza, per decrescere di potenza man mano che il combustibile si esaurisce, ed ecco che il motore accusa usura e la meccanica incipiente vecchiaia. È un evento quasi inevitabile che questo accada, ma è la capacità di “resistenza” dei poeti di rango che poi alla fine prevarrà sull’inevitabile depauperamento delle poetiche giunte al loro stadio terminale. A questo punto, è inevitabile che una poesia come questa di Alberto Bevilacqua operi una stabilizzazione dei linguaggi, svolga una funzione stabilizzatrice. Dopo una generazione di decostruzione dei linguaggi poetici, ecco che interviene una generazione, un movimento, delle personalità che operano un riassestamento dei linguaggi e delle tematiche, che agiscono da controspinta e da contrappeso dei linguaggi ereditati. Dunque, una poesia narrante, fortemente ancorata al piano narrativo con reminiscenze dei luoghi memoriali come questa di Bevilacqua, rientra perfettamente nel quadro di ricomposizione delle tensioni antinomiche che hanno agitato le soluzioni linguistiche degli ultimi due decenni del secolo trascorso.

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

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