Gëzim Hajdari  "Delta del tuo fiume"  Grykë e lumit tënd (Roma, Ensemble, 2015) pp.  130  € 12

 

                                    

Prefazione di Giorgio Linguaglossa

 

 

Il logos poetico di Gëzim Hajdari è governato dalla legge dell'identità nella molteplicità poiché parte dalla presa d'atto dell'esilio fisico e spirituale del parlante il quale non abita più la patria, la Heimat del linguaggio e del paesaggio, perché ne è stato escluso mediante un ingiusto esilio; privato della propria patria, il parlante è  costretto a peregrinare di terra in terra, a mescolare il proprio idioma con quello di altri paesi e di altre Lingue, il suo sarà un canto dell'erranza e della trasfusione di Lingue nella Lingua universale-primordiale che sola può ospitare il canto dell'erranza. Disillusione dell'erranza sarà il destino del parlante colui che osa quindi tradire e tradurre il propio canto in un'altra lingua. E il tono epico della singolarità del parlante sarà il tono dominante della lingua, ad un tempo primordiale e originaria, nella quale egli esprime il canto della dimenticanza e del ricordo, dell'esilio e del ritorno impossibile, del tradimento e della fedeltà all'origine. Gëzim Hajdari è costretto così ad inseguire il proprio destino come un Fato pagano: il canto della fedeltà e dell'infedeltà alla propria Lingua e al proprio popolo, di qui il Tragico che incombe su ogni parola pronunciata, il giganteggiamento dell'io, il canto dell'addio («Vado via Europa, vecchia puttana viziata... Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d'acqua»); infatti la forma di questa poesia  è calcata, alla maniera antica, su quella dell'epicedio e dell'inno. È la voce dell'oracolo antico che parla («Io venivo dai luoghi dell’oracolo di Delfi»), che si rivolge all’antica deità-femminile della «savana», del mondo femminile da lungo tempo scomparso che è compito dell'aedo riportare in vita:

 

Sei una dea negra imbevuta di astri di savana,

giunta dall’oblio dell’arco del tempo.

Attraversi silenziosa la mia carne che brucia, 

come la luna piena il bosco oscuro del Congo

nelle notti corte estive.

 

Porti aria di savana

nelle mani e sul collo di ebano,

stella del Sahara.

 

I tuoi occhi di antilope - origine delle notti oceaniche,

la tua pelle di seta - profumo di mango, 

il tuo corpo di nairone - frutta della passione

sorta dalle viscere della terra rossa,

come la notte del destino.

 

      Il primordiale e il presente combaciano e si sovrappongono, si elidono per creare un altro tempo e un altro spazio entro i quali la voce dell’aedo può riprendere alito e vita. 

      Il canto dell'identità ha come corollario il poeta quale «custode della Verità», la non-contraddizione, il suo voler essere simile al canto degli dèi i quali soli possono conoscere la rivalità ma non la contraddizione, la innumerevole ripetizione delle loro gesta nelle loro infinite varianti ma non la loro falsificazione, e i Miti, le gesta favolose, sono il giusto vestito linguistico di questo canto. L'aedo si fa simile ai Morrani (cacciatori di teste di leoni, colui che uccide corpo a corpo un leone,  porta sul collo la sua criniera dell’animale come segno di distinzione), si confonde con essi, diventa uno di loro, un essere senza tempo e senza spazio che parla la sua lingua primordiale-universale. L'aedo sposa la Lingua della «savana», la Lingua dell'«Africa»; è la lingua dell'«Africa» a denegare la lingua dell'aedo e a prestargli la propria lussureggiante Lingua ancestrale di miti e di metafore:

 

Tu, Africa, hai scomunicato il mio Verbo.

 

      Il poeta si congiunge con le africane, ama la loro primordiale ferinità femminile, si immerge nella loro femminilità. È una immersione panico-pagana. 

È la «crocifissione» il rito primordiale ancestrale mediante il quale il Verbo è diventato carne, ma è un rito ferino, la denegazione dell'uomo pagano originario con il quale l'aedo si è identificato, il rito di «un dio smemorato che non si è mai fatto uomo»; il poeta si dichiara « ospite di Li Po e Du Fu, / sono i miei vecchi amici di gioventù», si rigenera in una sorta di transustanziazione e di trasmigrazione delle anime di tutti i poeti di tutti i tempi, chiede l'ingresso in «Cina», chiede udienza e accoglienza tra gli spiriti dei giusti e dei poeti di tutti i tempi. Il panismo della poesia di Gëzim Hajdari è la diretta conseguenza della sua ribellione alle leggi ingiuste del mondo che gli ha decretato l'esilio. Ecco una immagine epica che potrebbe stare in un film di Kurosawa:

 

Al confine della Cina attendo. Dintorno l’eco 

del galoppo dei cavalli mongoli,

incendi e città arrese alla furia delle spade 

e delle loro frecce avvelenate.

 

Le guardie rosse non mi fanno entrare

mi chiedono dove vado 

e chi conosco in Cina. Oltre le mura,

concubine, imperatori e pagode in festa.

 

      E qui si leva potente il canto di protesta dell'aedo per le ingiustizie del mondo, per tutti gli esiliati del mondo, ecco le «Smokey Mountains», (Montagne Fumanti), queste montagne di spazzatura che rappresentano l'unica fonte di sostentamento di sopravvivenza per duemila famiglie; ecco «Tondo»: una enorme discarica a cielo aperto sul porto di Manila, che comprende le Smokey Mountains; ecco Padre Giovanni Gentilin, di origine italiana di Treviso, che guida una delle parrocchie di Tondo e vive tra i rifiuti.  

     Ecco tutti gli esiliati di tutto il mondo con i quali il poeta si identifica. 

     E il canto dell'esilio diventa, man mano che la lettura avanza, il canto di una umanità degradata dalle ingiuste leggi del profitto e della perdita, dell'oltraggio alla dignità dell'uomo. E il poeta, come un Eracle mitico, erra in tutti i tempi e attraverso tutti gli spazi:

 

[…] La città di Tutankhamon dorme ai piedi della Sfinge 

come un accampamento prima della battaglia. Gelida la luna sul Nilo 

ci spia tra i rami nudi dei datteri. Carri carichi di grano 

partono verso Roma. Al porto di Alexandria, dove un tempo 

scese Tolomeo in fuga da Atene, mi dà il benvenuto Mohamed Alì Pascìa 

incanutito con i suoi governanti. La dolce aria della corte reale 

mi conduce tra giovani schiave ed eunuchi. Polvere di chichi 

di melograno, vaniglia di Zanzibar, miele di Oman vengono offerti 

agli ospiti. Dopo i banchetti e le danze del ventre delle ancelle, 

nel letto di Cesare, tra balsami e incensi, mi guida l’infedele Cleopatra.

 

      Il seme del poeta contadino «custode del Verbo» germoglierà e feconderà le giovani donne e la progenie dell'aedo avrà lunga vita, gli uomini si moltiplicheranno e il Verbo tornerà un giorno a signoreggiare nella terra dei «tiranni». Da  allora il poeta ha «vissuto solitario / errando di esilio in esilio / condannato dalle tuniche nere / per aver praticato il culto del peccato», il suo canto è alto e potente, come il suo seme, e germoglierà sui tiranni e vincerà sull'esilio decretato da uomini vili e ingiusti. L'aedo è il nuovo Messia, colui che èstato «incaricato» dal Signore per rinnovare le stirpi degenerate:

«Toccatemi, sono fertile, virile

uomo in carne ed ossa,

il Signore mi ha incaricato/»

 

*

Non voglio essere il tuo figlio,

né il creatore dei corpi celesti,

né attendo la gloria eterna,

voglio essere beato nella vita odierna

in cima alla collina buia di siliquastri

 

      Il «contadino della poesia» è l'aedo primordiale, colui che proviene da un altro tempo, e che buca il tempo per giungere, integro e vergine, al nosro tempo dei «tiranni», è colui che restituisce «dignità al Verbo», che parla con la voce autentica della sua virilità primordiale, che restituisce «il tempio delle Parole distrutto dai rampolli del minimalismo sterile»; «fare il contadino della poesia, significa dire la verità», «fare il contadino della poesia, vuol dire essere chiamato traditore e nemico della patria». Ecco, siamo giunti al termine del viaggio, l'aedo è un essere ancestrale, un centauro metà animale e la testa di uomo, metà uomo civilizzato e metà uomo-infero, che ammette una sola signoria: la pulsione dell'eros pagano e primordiale avverso la religione delle «tonache nere» e dei «tiranni», la religione del Potere del mondo contemporaneo, «l'inferno degli eunuchi». La poesia diventa canto orale e corale di guerra e di resistenza attiva, atto di belligeranza e di oltranza, in una parola ridiventa Leggenda, Mito. La sintassi diventa paratattica, va per accumulo, ad ondate, un'onda segue un'altra, l'aedo passa attraverso il Tempo e lo Spazio, grida: «Annuncio il Verbo tra le tribù del Dio fertile Ashanti», «Tu, Africa, mi hai scomunicato / La mia infanzia giace nei Balcani... Sono entrato a Casablanca dalle porta dell’Est / Ho attraversato il Sahara... Le donne di Segou lavano i panni nel fiume Niger... I giovani cheleb muscolosi con i corpi dipinti... Ho attraversato il fiume Niger insieme con le carovane del Sahara... Al Cairo sono giunto di notte dal deserto del nord... Kampala, capitale dei feroci dittatori... I pellicani a stormi... L’inferno degli eunuchi... Custode della mia uva...». Le ultime parole di questa gigantografia dell'io escono come smozzicate, intorbidate dall'immane sforzo sostenuto, quasi balbuzienti. E proprio per questo purissime, vere.

  

Vado via Europa, vecchia puttana viziata.

 

I tuoi ruderi non mi incantano più,

i tuoi specchi e i tuoi abissi hanno ingannato il mio esilio,

ferito il mio mesto corpo dell’Est

davanti ai falsi altari impietriti.

 

Addio Europa di muri, impronte delle dita e tombe d’acqua.

 

La mia patria castrata mi ha costretto ad andare via,

i tuoi santi eunuchi mi hanno abbandonato sotto la pioggia,

come straniero.

 

Domani, di buon ora, 

partirò con la prima nave del Tirreno,

dal porto del Circeo, 

accompagnato dai canti mortali delle Sirene,

verso la Croce del Sud

senza voltarmi indietro.

 

Nei deserti lontani m’aspettano viandanti sconosciuti,

guerrieri di tribù antiche, danzatrici del ventre;

ruberò fanciulle dalle corti dei re di confini,

come Halìl di Jutbìna delle Bjeshkëve të Nëmuna,

per donarle in sposa al mio signore

e dare vita ad una nuova stirpe.

 

Incendierò le vecchie lingue arrugginite,

mi scrollerò di dosso identità, cittadinanze e patrie matrigne;

voglio trascorrere i miei anni in prigione,

lontano dai miei libri,

con banditi onesti e fuorilegge.

Addio Europa del sangue versato in nome dei confini assassini

e delle bandiere insanguinate.

 

Domani, di buon ora, 

partirò con la prima nave del Tirreno,

dal porto del Circeo, 

accompagnato dai canti mortali delle Sirene,

verso la Croce del Sud.

 

come inverdisce l’oasi in mezzo alla sabbia del deserto.

e fai sì che dalla mia conchiglia sorgano frutti di eros

a tua somiglianza.

Ti amo come se celebrassi un culto divino in Darsìa, 

ti santifico come venivano santificate gli dei

nella antica Arbëria,

sono la Sacerdotessa del tuo Tempio,

custode della sua fiamma eterna.

 

Uomo Ulisse,

sono la tua Sirena,

farò sì che lungo sia il viaggio,

ti avvolgerò con nebbie cieche,

e ti accompagnerò con canti marini,

ti guiderò per i porti sconosciuti del mare nostrum

al ritorno nella tua Itaca,

e tu rammenta sempre la tua Arbëria.

 

 

 

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