POESIE SCELTE di Angelo Maria Ripellino, LA QUESTIONE DEL MODERNISMO IN ITALIA Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Dalla opera di esordio Non un giorno ma adesso (1960), all’ultima, Autunnale barocco (1978), passando per le tre raccolte intermedie apparse con Einaudi Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972) e Lo splendido violino verde (1976), risalta la straordinaria e sregolata compattezza stilistica della poesia di Angelo Maria Ripellino (1923-1978). Già nella prima opera Non un giorno ma adesso, Ripellino, questo siciliano «imbrattato delle fuliggine del Mitteleuropa», costruisce il dispositivo estetico (con le sue parole: «pagliacceria fanfarona») più eccentrico, geniale, sulfureo ed anomalo degli anni sessanta e settanta. Un congegno stilistico di impareggiabile scaltrezza e perizia linguistica e di sontuosa e bislacca inefficienza verbale, una scatola sonora di imprevedibili effetti acustici e lessicali di sorprendente novità e originalità («parole ubriache, schegge di delirio»), un «vaniloquio», uno «sgangherio di armadi», «anelli fosforescenti». 

 

Per la prima volta nella poesia italiana del Novecento albeggia la consapevolezza che la poesia moderna sorge come moto di fuga dall’horror pleni («L’enorme ricchezza della realtà mi tortura / e non ho la forza di sopportarla da solo (…) Ogni giorno, ogni giorno / ci avviciniamo sempre di più al futuro»), moto di fuga indotto, per contrasto, dall’accumulo di produzione della nuova «società del benessere», dalla massificazione e dalla serializzazione degli oggetti e delle merci. Questa situazione si risolve, nella poesia di Ripellino, in un accumulo, apparentemente deregolato, di oggetti e di personaggi, in accumulo di virtuosismi, di sortilegi, di skaz. La poesia di Ripellino è il primo e, purtroppo isolato, esempio italiano di poesia integralmente modernista, che riparte dalla poesia degli anni dieci e venti del Novecento, in particolare dalle avanguardie russe e dalla poesia ceca  di primo Novecento. 

 

La poesia modernista di Ripellino nasce in controtendenza, estranea ad un orizzonte di gusto caratterizzato da un’ottica ideologico-linguistica dell’oggetto poesia, e per di più, in una fase di decollo economico che in Italia vedrà l’egemonia della cultura dello sperimentalismo. Che cos’è il «modernismo»?  Si può dire che il modernismo in Europa si configura come un atteggiamento verso il passato, una sensibilità di continuità verso la tradizione unite con un senso vivissimo della contemporaneità. La poesia modernista europea si configura come un vero e proprio dispositivo estetico: un campo di possibilità estetiche che trovano la propria energia da uno scambio, una cointeressenza, una convivenza tra le varie arti, una simbiosi di teatro e poesia e una interazione tra i vari generi. Di fatto, però, nella poesia italiana del primo e secondo Novecento risulta assente un movimento «modernista» come quello che si è verificato in altri paesi europei durante la prima parte del secolo (Eliot e Pound, Pessoa, Halas, Holan, Achmàtova, Cvetaeva, Mandel’stam, Rafael Alberti, Machado, Lorca, e poi Brodskij, Milosz, Herbert, William Carlos Williams, Cummings, Wallace Stevens sono da ascrivere alla schiera dei poeti modernisti); questo ritardo ha oggettivamente condizionato la nascita e lo sviluppo di una poesia modernista  ed ha fatto sì che in Italia una poesia modernista non ha trovato il modo di attecchire e di mettere salde radici. 

 

La poesia di Ripellino arriva troppo presto, in un momento in cui non c’è uno spazio culturale che possa accoglierla. Il poeta siciliano crea, di punto in bianco, un modernismo tutto suo, inventandolo di sana pianta: un modernismo nutrito di un modernissimo senso di adesione al presente, visto come campo di possibilità stilistiche inesplorate, e di sfiducia e di sospetto nei confronti di ogni ideologia del «futuro» e del «progresso» e delle possibilità che l’arte ha di inseguire l’uno e l’altro. Quello di Ripellino è un modernismo che ha in orrore qualsiasi contaminazione tra arte e industria, o tra linguaggio poetico e ideologia, un modernismo privo della componente ideologica della modernizzazione linguistica, un modernismo intriso di un vivissimo senso di conservazione culturale che ingloba e attrae nel proprio dispositivo estetico la più grande massa di oggetti linguistici come per neutralizzarli e tentare di disciplinare stilisticamente l’indisciplinabile, il non irreggimentabile. È stato anche detto che la poesia di Ripellino piomba nella letteratura del suo tempo come quella di un alieno. È vero. E del resto l’autore ne era ben cosciente quando scriveva: «La mia confidenza con la poesia di altri popoli, e in specie con quella dei russi, dei boemi, dell’espressionismo tedesco e dei surrealisti francesi, era un peccato di cui avrei dovuto pentirmi». Gli rinfacciano di essere uno «slavista», stigmatizzando il suo essere al di fuori delle regole, un non addetto ai lavori. 

 

Il primo libro cade quindi nel vuoto e nell’incomprensione della cultura poetica ufficiale degli anni sessanta-settanta. Intimamente estranea e refrattaria al clima culturale di quegli anni, la poesia di Ripellino è assediata da una «smania di nomenclature», da una fame oggettuale, di oggetti terrestri, corporei, tangibili, e rivela una innata predilezione per gli accatastamenti di oggetti all’interno di uno spazio stretto. È una sorta di grandevetro, una scatola di specchi, di rimandi tra folklore e cultura alta, di echi tra il circo e il teatro d’avanguardia, tra pittura e musica moderna, di oggetti eteronomi e di personaggi eterocliti (Pietro il Grande, Kurt Schwitters, Oskar Schlemmer, Louise Brooks, Janacek, i Beatles, arlecchini, calibani, scrittori, pittori e amici), di eteronomi, di sosia, di omonimi, di metonìmie, di sinonimi, di paronomasie, di discariche e di feticci, di oggetti e di «bréndoli», di «esorcismi» e di «bambole rotte», di «frottole magiche», di sortilegi dove tutto è visibile per superfici e strati sovrapposti e ogni lettore può intravedere di traverso e di sguincio, con sguardo retto e retrospettivo il panorama da avanspettacolo, da music-hall, da circo che si dirama sotto i suoi occhi. Una vocabologia magica, sulfurea, ammaliatrice, lunatica, disperata, malinconica, surreale e crepuscolare, scelte lessicali bizzarre, astruse, bislacche, desultorie («Rex, Relax, Lunaflex / Star, Tonergil, Frigolit»). 

 

Uno spazio anomico, fittamente popolato da innumeri personaggi e travestimenti («l’angoscia dello spazio»; «Ho bisogno d’infarcire il vuoto»), uno spazio circadiano, lo spazio di un universo della moderna fisica: anomico, topologico, dove si svolgono, cozzandosi a vicenda, le forze e le energie delle particelle della materia verbale che proviene da una lunghissima trasmigrazione spaziale e culturale: ed ecco l’immagine dei treni che sfrecciano («Locomotive travolte da mandrie di bufali») tra «cartelloni rigonfi come brache», «pupazzi latranti», «manichini», «fantocci», e «Il barlume vischioso dei semafori / versa sugli occhi un fiammante collirio», dove tutto è «un rotolare di maschere, di cere demoniche e bianchi musi di gesso/ da specchiera a specchiera, arlecchini»; ecco il ritmo forsennato da jazz, personificato da Charlie Parker, l’insostenibile oscillazione del ritmo di questa poesia.  Il poeta siciliano ha in comune con i grandi poeti modernisti europei l’essere «un modernissimo con l’orologio magicamente in ritardo», come è stato felicemente definito; l’essere posseduto da una spasmodica sete di modernità non disgiunta da una sofisticatissima sensibilità per la tradizione.

Lontanissima parente dell’informale degli anni sessanta, la poesia di Ripellino è piuttosto una formidabile reazione ad ogni astrattismo: alla poesia da horror vacui del post-ermetismo e ad ogni specie di sperimentalismo. Ripellino dirà: «Chi ha detto che l’automatismo, le calcolatrici, l’impostura robotica escludano i sogni, la Zauberei, la caligine? Detesto la logora parola “contestazione”, ormai guscio svuotato».* Reazione dunque mediante assimilazione e devalorizzazione della cultura dello sperimentalismo già agli albori in Italia utilizzando il serbatoio intonso dell’espressionismo e del modernismo europeo: poesia fatta di materia materiata, di «fragore analogico», frutto di una sterminata cultura in ebollizione nella pentola poetica di un singolare modernismo di stampo europeo. Esotismo ed esorcismo stilistico vanno di pari passo con un lussureggiante egotismo stilistico nutrito dall’idea di una poesia mediata dai poeti cechi e russi del primo Novecento: poesia come giovinezza, fonte di gioia e di gioco, matrice di allegria e di euforia, luogo di ibridazioni analogiche, oniriche e surreali, vivaio di funambolici scambismi di generi e di arti. Fingitore e dissimulatore della propria vicenda personale, l’io Ripellino abiterà i nomi e i personaggi più bizzarri e fumisti: Re di Cartagine, principe di Eboli, faraone, dignitario di Andersen, spocchioso hidalgo, Fracassa, spaccanuvole, Mangiafuoco, Scardanelli, Bacillus, Fantax, Scharmer, Solferino, Merlino, Pappagallo, Bitterlich, Rinaldo Rinaldini, Gobelino, Mingherlini, Balabòlka, Vanellino, Abellino, Teneriello, Papula, Zuckermann, Nano Bagonghi, Schlemihl, Gigetto Truzzi. Poesia da «palcoscenico», «archivio di preziosità e anacronismi», «loquela curiale e melliflua sostanza di achitofellista», prodotto di ossessione di un numismatico delle parole, una sensibilità modernissima per le parole che sembrano zampillare direttamente dal museo («Inutilmente Kao-O-Wang trae da una cassa laccata / file di lampioncini, sciabole di rame, / draghi, calici, serpi, bandiere stralunate». Ripellino era ben cosciente della qualità oratoria della sua poesia («La mia poesia spagnoleggia, se recitata: / solo allora si avverte il suo torbido incanto, / l’incastro ferroviario dei suoi aspri fonemi, la disperata sua accorataggine, / pronta a inarcarsi nel grido e nel pianto»). Ripellino come Amleto. O meglio, «attore mancato». «Vita confusionale», «barcollante baraonda». La poesia come oscillazione entro lo spettro che va dalla gioia del saltimbanco alla tristezza «che pende dai nostri occhi come le cispe di un tracoma», «spazio mitico e stregato» di Chlébnikov. Il teatro come luogo privilegiato e metafora-madre della poesia ripelliniana, dove si svolgono le agnizioni e gli infingimenti dell’attore guitto. Poesia come reverie, nostalgia di «un Traumland», di una «patria onirica». Un Ego da palcoscenico, da circo, a metà strada tra il clown da circo, il comico di cabaret e il cantante da music-hall, oscillante tra il  comico da avanspettacolo e la seriosità del predicatore da «pulpito». Poesia come baraccopoli tecnologica con luci al neon sbrindellate, sregolate, poesia tentacolare, tambureggiante, spettacolare e spericolata, apparentemente, da intrattenimento; l’Ego depauperato e miniaturizzato  e decuplicato quale personaggio fumiste, finto-luttuoso, eccentrico, da «paludata scimmietta», e scimmiottamento e parodia dell’autenticità come feccia della finzione, finzione come feccia della «sincerità» («Ho lasciato il distretto del nero, i crespi del lutto, / i corvi di Zagòrsk…»). Fine dell’innocenza e della poesia dell’innocenza di blakiana memoria. Fine delle estreme propaggini della poesia romantica: ogni scrittura è un «amalgama e un compendio di citazioni». La poesia della natura e del paesaggio è un «babau», un ghirigoro, uno «sbrendolo» ad opera di una «tresca buccolica, buccina di putridi rutti». Fine dello sperimentalismo nato già invecchiato, con le rughe stoppose delle streghe, tapis roulant di parole che scorrono alla velocità dell’automazione e della serializzazione industriale: «tutto / anela di essere gonfio, satollo, di prendere parte / a un eterno ed uguale festino di lutto». Menzogna dei dibattici che all’epoca avevano campo libero in Italia: rimbalzello di «pertinaci ermetismi», «arte per il popolo», «letteratura e industria», «rabberciate avanguardie». Lo spazio poetico di Ripellino è fitto e costipato di oggetti, fantasie, spauracchi, bau-bau, reminiscenze letterarie, gags, metafore e metaforismi, finte metafore, parlari di «Ossian», «urina grezza si impasta alla calce e, fingendosi vaio, / col suo kra-kra, col suo tanfo, con la sua insania, / Nero Neri mi adesca come un pifferaio maligno». Poesia come magia da pifferaio magico, sortilegio, avvolta da malinconia e dai metaforismi, dai travestimenti e dai trasalimenti della lunga «malattia» che lo assediò negli ultimi anni della sua esistenza, vissuta come scatola di ibridazione linguistica e creazione sinonimica: un livido autunno si stende sul poeta martoriandolo con pasternakiane sferzate di pioggia; turbini di foglie cadono dagli alberi e, quando il sole tramonta «fluttuanti cravatte corrose dai tarli / fanno bye-bye da armadi torvi e aguzzi, / egli specchi sono avvelenati / come ritratti ad olio. Non guardarli»), si trasforma in un cappio, ed il buio è una sonata di spettri». Topi e cornacchie folleggiano e solfeggiano sulle note lugubri di tamburi e tromboni e viscida è la notte. 

 

Insomma, uno sterminato campionario di atmosfere crepuscolari, lunari, lunatiche, di ibridazioni, di resurrezioni vocabologiche e mescidanze toponomastiche. È una poesia significazionista in alto grado dove appunto la significazione la si ottiene mediante un elevatissimo campionario di associazioni fonetiche e semantiche. Il modus essendi delle numerosissime metafore e immagini ripelliniane non è correlato alla ratione existentiae, quanto ai prestiti e alle filiazioni dalla poesia della cultura russa e slava; si tratta della prima e, purtroppo, ultima occasione mancata per la poesia italiana di dotarsi di un impianto di stile modernistico. La poesia di Ripellino è rimasta indigesta ai contemporanei, c’era un eccesso di genialità e un eccesso di estraneità al modello proposizionalistico della poesia italiana degli anni sessanta e settanta, e lo si può capire. I suoi contemporanei l’hanno quindi accantonata ed emarginata quale esibizione di un originale «slavista», di un demodè, di un bislacco acconciatore di parole astruse. Del resto, ne era perfettamente cosciente Ripellino quando scriveva nella sua opera di esordio: «Aridità, ti respingo con tutta l’anima (…) Ma è certo: /sparita la stirpe degli Aridi, un giorno / parecchi avranno sete di bianca fantasia. / Per loro io lavoro, per di qui a cento anni», scommettendo più sul lontano futuro che non su quello prossimo, quando la «stirpe degli Aridi» fosse  del tutto tramontata.

 

Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 - Roma 1978) è stato professore di Letteratura russa e di Letteratura ceca all'Università di Roma e critico drammatico dell'«Espresso». Ha presentato per primo in Italia le poesie di Borís Pasternàk (Einaudi, Torino 1957) e la prosa di Andrej Belyj (ivi 1961), oltre a un gran numero di altri scrittori slavi, tra i quali i poeti boemi Holan e Halas. La sua antologia di Pasternak, riproposta da Einaudi con il titolo Poesie (2009), è stata pubblicata per la prima volta nel 1957, poi ampliata nel 1959 e molte volte ristampata. Tra le sue opere ricordiamo: Storia della poesia ceca contemporanea (1950), Poesia russa del Novecento (1954), Majakovskij e il teatro russo d'avanguardia (Einaudi, Torino 1959), Poesie di Chlébnikov (ivi 1968), Il trucco e l'anima. I maestri della regia del taatro russo del Novecento, Praga magica. Teatro e requiem (ivi 1973), che gli valse il Premio Libro dell'anno. Le sue poesie sono pubblicate in due volumi: Poesie prime e ultime (Aragno 2006) e Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde (Einaudi 2007).

 

da Appendice «Di me, delle mie sinfoniette» (1975)

 

Sonare su un violino in fiamme

una mia seguidilla,

prima che cada il sipario come una ghigliottina.

Mi piace il fragore, il bailamme,

ma la mia vita arlecchina,

veliero viluppo di stracci,

con la sua gracile chiglia

si impiglia in un groppo di ghiacci.

 

Avanzare con grandi falcate di goffa pavana,

gonfiarsi come una rana.

Riempire di propri scartafacci la stiva,

sognare che il nome

fra tanto oblio sopravviva.

 

Quanta enfasi, quanta arroganza citrulla.

O vita, o Hanna Schygulla,

sciantosa di varietà, sulla riva

del Nulla.

 

 

da Notizie dal diluvio (1969)

 

Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura

ormai da vent’anni. 

 

*

 

Qui dentro io sono il sovrano
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio. 

 

 

da Sinfonietta  (1972)

 

Un giorno sarai abbandonato,
come un riccio sull’orlo di una strada campestre.
Andrai qualche volta in cucina,
a chieder molliche
alla loro arroganza, umiliato.
Sei zavorra, sei molesto,
con quelle spine spuntate inutili,
sei cosa da regalare alle ortiche,
da mettere in un vecchio cesto,
da coprire di sputi. 

 

 

da Lo splendido violino verde  (1976)

 

Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sta sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti. 

 

 

Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte. 

 

 

Resta con me, non andartene.

Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.

 

da Sinfonietta (1972)

 

Vita, non abbandonarmi. Comunque tu sia, cactus, coltello,
daga, cappio, ferro in fuoco, oscurità, malsanía,
sei sempre vita, e frullina e leggiadra e civetta:
anche se nonostante, continuo ad amarti.
Comunque tu sia, laida e scrignuta e streghesca e malvagia,
sei sempre vita, e preziosa nel mio lapidario.
Verde riviera, non abbandonarmi:
anche se involto d’atroce malinconia,
non voglio smarrirti, zitella dal fiato pesante,
guercia bigotta, garrula becchina ,
tu rogna e affrancatura, tu amore, mia vita,
tu limpida vita, tu vita inimica, ma vita.

 

*


Questo oleandro già pronto a sfiorire mi svela
che il mondo si sbriciola a guardarlo troppo.
Meglio ignorare l’indifferente natura, la gelida,
che puntarvi addosso lo sguardo come il malocchio.
Ogni cosa è imbrattata di ciglia di estranei,
e le nostre pupille curiose ne affrettano
la muffa, lo sfarinìo di farfalla, il dissesto,
il mesto giallore da Presto Giovanni
insomma l’ingresso nel Buio Pesto.
Lo sguardo denuda lo sfarzo mendace del creato,
straccia gli involucri bagattellieri, e l’immagine
non resiste alla nostra inquisizione oculare,
ma il giuoco è reciproco, tu pure sei fragile
e polvere, se ti osserva un oleandro.

 

da Notizie dal diluvio (1969)

 

Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei
che tu non conoscessi il cane nero della sventura,
quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.
Vorrei che tu non debba portare bazooka,
che non debba tremare nel folto di un bombardamento
che tu non debba pagare per le mie colpe
né vergognarti di me, del mio cicaleccio
e dei miei vani versi e della mia professura.
Vorrei che tu non fossi mai gramo o malato
o maldestro come Scardanelli,
vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi
anche quando mi avrai dimenticato.

 

*

 

Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa,
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.


da Lo splendido violino verde (1976)


Verdi trecce di capelli piovosi si spandono
Su questa lunga domenica vegetaliforme,
su questo celtico intreccio di rovesci e spruzzaglie.
Si rammarica il gatto Merlino, il batuffolo
impigliato in una camicia di latte e di nebbia.
Yellow sferruzza, assopita dal tedio insulare.
Sono strisciate di allume e metallo le strade corvine:
i solchi spinosi delle auto si allacciano
in molli entrelacs, in fasce ondeggianti.
Tutti gli amici riposano, stanchi, colmando
il mio universo di comici ronfi che spaurano
la gracile luce dei verdi capelli, la maliziosa
femmina pioggia, baldracca delle domeniche.

 

da Notizie dal diluvio (1969)

 

Il mondo è un cristallo in frantumi
e omini in bombetta balbettano
un delirante linguaggio contorto
residui di ciarle di numi.
Sono cotogne, attori di un’eclisse
sussiegosi guitti che si affrettano
con sotterfugi e con risse
a trafugare il salario del mare
a spogliare ogni pòlipo morto.



Samuel Jakolevic Marsak,
poeta russo.
[3 novembre 1887 – 4 giugno 1964]

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

 

E il passo e la voce del tempo.

E il passo e la voce del tempo sono più lievi
d’ogni voce, di ogni mormorìo.
Frusciano e lavorano in segreto come topi
le rotelline dei nostri orologi.

Il tempo astuto giuoca ai minuti,
senza chiedere grosse monete.
Tu guardi: nel suo conto sono interi giorni
e un mese e settant’anni.

La sfera dei secondi corre a più non posso
per la sua strada infallibile.
Così il treno vola per le distese della notte,
mentre noi dormiamo dietro le tendine.

 

*


Tutto possibile la domenica: una qualsiasi sorpresa,
un’auto con amici fuggiti da un umido camping alpestre,
uno scroscio, uno screzio, una chiamata inattesa.
Sono deserte le scatole delle finestre,
dormono le qualità, le analogie, le diatrbe,
dormono la pecoraggine e la villanìa dei profeti,
e le colombine tornate dai balli. Ma tutto possibile:
una fiammata di ebbrezza, uno scherzo al telefono,
la morte di un giallo uccellino ucciso dal freddo,
il passaggio di una nuvolaglia di crespo esequiale,
l’arrivo di un pittore barbuto da Praga. Tutto possibile.
L’architettura maldestra del vuoto domenicale
si scompiglia e si amalgama come il mercurio.
Accada dunque qualcosa, perché la noia verde-malva
non accartocci il castello del cosmo in un disperato tugurio.

 

 

 

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