Tomas Tranströmer (1931-2015) NOVE POESIE da "Sorgegondolen" (Gondole a lutto, 1996) Herrenhaus 2003 traduzione di Gianna Chiesa Isnardi, Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Tomas Tranströmer,premio Nobel per la Letteratura nel 2011, è morto venerdì 27 marzo 2015 a 82 anni. Poeta, quando vinse il Premio dell'Accademia era da undici anni stato colpito da un ictus che gli aveva inibito la capacità di parlare. A riferire della scomparsa è stato il suo editore, Bonniers. Psicologo di professione, era il massimo esponente della generazione di intellettuali che si è affermata dopo la Seconda Guerra mondiale e punta a suggerire che l'esame poetico della natura offre intuizioni sull'identità umana e sulla sua dimensione spirituale, entrando spesso in territori metafisici. «L'esistenza di un essere umano non finisce dove terminano le sue dita», ha scritto un critico svedese della sua poesia, definendo i suoi lavori «preghiere secolari».

La sua notorietà nel mondo anglofono derivava dalla sua amicizia con il poeta americano Robert Bly, che ha tradotto gran parte del suo lavoro dallo svedese all'inglese, una delle 50 lingue in cui le sue poesie sono apparse.

 

Tomas Tranströmer, unanimemente ritenuto il maggiore poeta svedese contemporaneo, più volte candidato al Premio Nobel, è nato a Stoccolma nel 1931. Di professione psicologo, dopo aver lavorato alcuni anni all’Università, nonostante il successo della sua poesia, ha continuato a svolgere attività terapeutiche in centri di riabilitazione di varie città svedesi. Pianista di notevole talento, ha spesso composto i suoi testi ispirandosi a ritmi e forme musicali. Benché una grave malattia gli abbia provocato una dolorosa paralisi, non ha smesso di scrivere, come testimonia la sua ultima opera Sorgegondolen (La gondola a lutto), del 1996, e il volume di traduzioni di poeti europei e americani Tolkingar (Interpretazioni), del 1999. Ha pubblicato sinora dodici brevi raccolte: 17 Dikter (17 Poesie), 1954; Hemligheter på vägen (Segreti sulla vita), 1958; Den halvfärdiga himlen (Il cielo incompiuto), 1962; Klanger och spår (Echi e tracce), 1966; Mörkerseende (Colui che vede nel buio), 1970; Ur stigar (Fuori dai sentieri), 1973; Östersjöar (Mari Baltici), 1974;Sanningsbarriären (La barriera della verità), 1978; Det vilda torget (La piazza selvaggia), 1983; För levande och döda (Per vivi e morti), 1989; Minnena ser mig (I ricordi mi vedono), 1989; Sorgegondolen (La gondola a lutto), 1996.

 

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Leggere la sua poesia non è un percorso lineare: è come entrare in una labirintica chiocciola. La concentrazione dei concetti in immagini conduce alla contrazione degli elementi connettivi, dei passaggi logico-sintattici, alla prevalenza dei sintagmi nominali. La capacità di realizzare densità poetica non è in Tranströmer tanto imputabile alla parola, al singolo lessema semanticamente pregnante, ma alla rete capillare di nessi che vengono a stabilirsi tra le parole. Tale sottile interazione, non facile a cogliersi immediatamente, dà spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti delle metafore. Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “polivocità” della parola.

(dalla prefazione di Maria Cristina Lombardi in Poesia dal silenzio, Crocetti editore, 2011) 

 

Ha scritto Robert Bly il traduttore in lingua inglese di Tranströmer: 

«One of the most beautiful qualities in Tranströmer poems is the space we feel in them. I think one reason for this is that the four or five images which appear in each of his poems come from widely separated sources in the psyche. His poems are a sort of railway station where trains that have come enormous distances stand briefly in the same building. One train may have Russian snow still lying on the  undercarriage, and another may have Mediterranean flowers still fresh in the compartment and Ruhr soot on the roofs»* [cit. da G.C. Isnardi nella postfazione p. 60]                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

Il segreto da cui scaturisce la poesia di Tranströmer è la forza di attrazione esercitata dal «vuoto». L'esperienza del «vuoto» è il principio motore da cui scaturisce la sua poesia, il vuoto agisce sul «pieno», ovvero, la scrittura alfabetica, e le presta il proprio ordine interno, la curvatura circolare delle immagini. La scrittura alfabetica trova la sua ragion d'essere appunto attraverso l'esperienza del vuoto: vuoto tra le parole e vuoto tra le parole e l'essere. Per Tranströmer non è possibile una scrittura poetica priva del «vuoto» essendo la scrittura una modalità di contrapposizione del «pieno» al «vuoto», la nostra unica possibilità di indicare in qualche modo il «vuoto» come quella dimensione invisibile che noi abitiamo da sempre nella quotidianità dello spazio e del tempo. La famosa metafora di Tranströmer trova qui una spiegazione epistemologica e struttiva, la metafora è il centro di forze verso il quale le energie della lingua convergono e divergono; si ha così un punto centrale dotato di straordinaria energia semasiologica. Appunto quella è la significazione della poesia. Ad esempio:

 

I pensieri sono fermi

come le tessere di un mosaico

nel cortile del palazzo.

 

Nella stabilizzazione della analogia tra i «pensieri» e «le tessere di un mosaico», tra una entità astratta e interna ed una realtà concreta ed esterna, si situa il «vuoto» della significazione. Una strategia per indicare il «vuoto» è dunque l'impiego della metafora e dell'analogia, forme retoriche antichissime quanto la lingua che non smettono di agire nella profondità della lingua, che il poeta svedese reimpiega con straordinaria efficacia. La critica svedese si è soffermata sulla influenza che gli studi della filosofia zen hanno avuto su Tranströmer, in particolare sul concetto di «vuoto» che si situa tra lo «spazio» e il «tempo», le due coordinate direttrici che regolano la nostra posizione nell'universo e all'interno stesso dello «spazio» e del «tempo». La poesia di Tranströmer prende sempre inizio da una esperienza del «vuoto», le sue composizioni sono epifenomeni del «vuoto», dai quali scaturiscono esperienze legate alla emersione di un «evento», un «evento» che si situa sempre tra il «pieno» e il «vuoto» e che richiede l'adozione della metafora. Ecco ad esempio l'immagine della «foresta in maggio», immagine complessa costituita da una sola frase nominale, che richiama alla mente i contrasti di foglie e rami e di fiori in un insieme di ombre e di luci, di pieni e di vuoti:

 

Una foresta in maggio. Qui tutta la mia vita appare come un fantasma.

L'invisibile camion dei traslochi. Canto d'uccelli.

In muti stagni il punto interrogativo

delle larve di zanzara in frenetica danza.

 

Fuggo verso gli stessi luoghi, e le stesse parole.

brezza fredda dal mare, il drago di ghiaccio mi lecca

la nuca mentre il sole brucia.

Il camion dei traslochi arde con fresche fiamme.

 

Tra l'immagine del «camion dei traslochi» e quella del «Canto degli uccelli», si situa il «vuoto» che assicura la concentrazione mediante un semplice accostamento di immagini e la costituzione di una immagine complessa formata dalle due immagini, immagine complessa che richiama l'idea del movimento e della instabilità di contro alla stabilità della «foresta» e della sua immobilità. Il contrasto che ne deriva, illumina la significazione, che non è soltanto una questione semantica ma ontologica, legata all'essere delle «cose». I «luoghi» nella poesia di Tranströmer sono sempre luoghi di trapasso, di metamorfosi da un luogo ad un altro e da un luogo spaziale ad uno temporale (la stazione ferroviaria, il rimorchiatore, la casa dei nonni, la propria abitazione, una strada di città, un cortile), oppure luoghi di transito (le pareti, le finestre che si aprono e si chiudono, le porte, gli oblò, le fessure, i confini) tutti luoghi di soglia, che dividono un luogo da un altro che noi attraversiamo migliaia di volte nel corso di una giornata talché ne siamo assuefatti e non percepiamo più lo loro segnaletica simbolica di trapasso e di transitorietà verso altre dimensioni dell'esistere. I «luoghi» sono delle entità spaziotemporali che si aprono all'accadimento di un evento.  Il concetto di realtà, diventa l’insieme o la somma di tutti i punti di vista possibili,cioè di tutti gli eventi che esistono indipendentemente da quando accadono, nel senso che occupano una ben precisa regione dello spazio-tempo.

 

È doloroso passare attraverso le pareti, ci si ammala

ma è necessario.

Il mondo è uno. Ma le pareti...

E la parete è una parte di te -

uno lo sa o non lo sa ma è così per tutti

tranne che per i bambini piccoli. Per loro niente pareti.

 

*

 

Ho trascorso la notte nella casa densa di rumori.

Molti vogliono entrare attraverso le pareti

ma i più non arrivano fin là:

le loro voci sono sopraffatte dal brusio bianco dell'oblio.

Un canto anonimo sprofonda attraverso le pareti.


La dimensione simbolica della «porta» che si apre è quella centrale in Tranströmer, l'apertura della porta abbatte le barriere che si ergevano fino ad un istante prima, ed ecco che sorge una nuova visione, una nuova realtà che stava nascosta dentro un'altra realtà: «...Qualcosa di oscuro / stava presso la soglia dei nostri cinque / sensi, senza oltrepassarla». È la dimensione dell'«evento» che si annuncia in sordina, tra il vuoto e il pieno, in quella zona di penombra e di semichiarità: («Entrammo. Un'unica enorme sala, / silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era / come una pista da pattinaggio abbandonata. / Tutte le porte chiuse. L'aria grigia»).

Per Ortega y Gasset la realtà «è un enigma proposto al nostro esistere. Ritrovarsi a vivere è trovarsi irrevocabilmente immerso nell'enigmatico. L'uomo reagisce a questo enigma primario e pre-intellettuale facendo funzionare il suo apparato intellettuale, che è soprattutto immaginazione. Crea il mondo matematico, il mondo fisico, il mondo religioso, morale e poetico, che sono effettivamente "mondi", perché hanno figura e sono un ordine, un piano. Questi mondi immaginari sono confrontati con l'enigma dell'autentica realtà e sono accettati quando sembrano aggiustarsi (ajustarse) ad essa con la massima approssimazione. Ma beninteso non si confondono mai con la realtà stessa».

L'universo simbolico della poesia di Tranströmer è analogo a quello visibile a occhio nudo dalla nostra postazione di abitanti del pianeta Terra. L'analogia è data dal fatto che ciò che noi vediamo non è la realtà stessa ma una sua forma fenomenica, una serie di «simboli» cui accostiamo certi significati. Noi non vediamo altro che «simboli», le «cose» sono dietro i simboli, sono i simboli che illuminano le «cose» attraverso gli «eventi», quei rarissimi momenti nei quali possiamo scoprire il velo di Maja che li ricopre e li nasconde. Noi non possiamo accedere alle «cose» se non attraverso i «simboli» e i loro collegamenti molteplici. La metafora è la porta di collegamento con l'enigma.

In Origen y Epílogo de la filosofía Ortega y Gasset scrive che in ogni filosofia l’ambito dell’apparenza, cioè della parte patente della realtà, viene retto da un trasmundo, termine che non allude a una trascendenza, a qualcosa che sta «trans»: sembra anzi un termine cercato apposta per la sua neutralità, per non contenere nessuna interpretazione pregiudiziale. Tras significa semplicemente «dietro», e trasmundo indica solo ciò che sta dietro l’apparenza, ciò che pur esistendo, attualmente non appare, e dunque va scoperto, dis-coperto, dis-velato: «Tutte le filosofie ci presentano il mondo abituale diviso in due mondi, un mondo patente e un retro-mondo (trasmundo) o supermondo che è latente sotto il primo e nel rendere manifesto il quale consiste il culmine dell’impegno filosofico». Questa duplicazione si può già rintracciare nei frammenti di Parmenide, che impostano un cammino successivamente sviluppato con coerenza dalla filosofia.

 

 

LA LUGUBRE GONDOLA

 

I

 

Due vecchi, suocero e genero, List e Wagner, abitano sul Canal Grande

insieme alla donna irrequieta che è sposata con il re Mida

quello che trasforma tutto ciò che tocca in Wagner.

Il verde freddo del mare penetra attraverso i pavimenti nel palazzo.

Wagner è segnato, il celebre profilo da maschera è più stanco di prima

il volto di una bandiera bianca.

La gondola è gravata dal peso delle loro vite, due biglietti di andata e ritorno

e uno di andata.

 

II

 

Una finestra del palazzo si spalanca e si fan smorfie alla corrente improvvisa.

Fuori sull'acqua compare la gondola dell'immondizia spinta da due

banditi con un solo remo.

List ha buttato giù alcuni accordi, così pesanti che dovrebbero esser mandati

all'istituto mineralogico di Padova per l'analisi.

Meteoriti!

Troppo pesanti per trovar quiete, possono solo sprofondare sempre di più

dentro al futuro giù

fino agli anni delle camicie brune.

La gondola è gravata dal peso delle pietre del futuro rannicchiate.

 

 

DUE CITTÀ

 

Ciascuna sul suo lato di uno stretto, due città

l'una oscurata, occupata dal nemico.

Nell'altra brillano le luci. 

La spiaggia luminosa ipnotizza quella scura.

 

Io nuoto verso il largo in trance

sulle acque scure luccicanti.

Un sordo suono di tromba irrompe.

È la voce di un amico, prendi la tua tomba e vai.

 

 

LA LUCE FLUISCE DENTRO

 

Fuori della finestra c'è il lungo animale della primavera

il drago trasp0arente dello splendore del sole

corre via come un treno locale

interminabile - non siamo mai riusciti a vederne la testa.

 

Le ville sulla spiaggia si spostano di lato

sono disdegnose come granchi.

Il sole fa sbattere le palpebre alle statue.

 

Il furioso oceano di fuoco nello spazio

si fa terra e diviene carezza.

Il conto alla rovescia è cominciato.

 

 

VIAGGIO NOTTURNO

 

Sotto di noi un brulichio. I treni viaggiano.

L'hotel Astoria trema.

Un bicchiere d'acqua accanto al letto

risplende nelle gallerie.

 

Sognò di essere prigioniero alle Svalbard.

Il pianeta ruotava rimbombando.

Occhi scintillanti andavano sui ghiacci

Era la bellezza dei miracoli.

 

 

DALL'ISOLA 1860

 

I

 

Un giorno mentre sciacquava la biancheria sul pontile

il freddo della baia salì attraverso le braccia

fin dentro alla vita.

 

Occhiali di lacrime ghiacciate.

L'isola si innalzava nell'erba

e il vessillo dell'aringa sventolava nel profondo.

 

II

 

E lo sciame del vaiolo lo raggiunse

si abbatté sul suo volto.

È coricato e fissa il soffitto.

 

Come si saliva, remando, il silenzio.

La macchia del presente che scorre eternamente

il punto eternamente sanguinante del presente.

 

 

SILENZIO

 

Passa oltre, sono sepolti...

Una nuvola scivola sul disco del sole.

 

La fame è un edificio elevato

che si sposta nella notte

 

nella camera da letto si apre la colonna

scura della tromba di un ascensore verso l'interiorità.

 

Fiori nel fosso. Fanfara e silenzio.

Passa oltre, sono sepolti...

 

Le posate d'argento sopravvivono in grandi sciami

giù nel profondo dove l'Atlantico è nero.

 

 

CUORE DELL'INVERNO

 

Un chiarore blu

scorre dai miei vestiti.

Cuore dell'inverno.

Tintinnanti tamburelli di ghiaccio.

Chiudo gli occhi.

C'è un mondo senza suoni

una fessura

attraverso la quale i morti

passano clandestinamente il confine.

 

 

UNO SCHIZZO DAL 1884*

 

Il volto di William Turner è logorato dal tempo

ha il cavalletto al largo fra i marosi.

Seguiamo il cavo verde argento giù nel profondo.

 

Si allontana guadando nel basso fondale del regno dei morti.

Un treno sta arrivando. Avvicinati.

La pioggia, la pioggia sta viaggiando sopra di noi.

 

 

*Lo spunto è tratto qui dal quadro dell'artista inglese William turner (1775-1851) dal titolo Rain, Steam and Speed: The Grent Westerna railway (1844) che si trova nella National Gallery di Londra.

 

 

DAL LUGLIO 90

 

C'era un funerale

e io sentivo che il morto

leggeva i miei pensieri

meglio di me.

 

L'organo tacque, gli uccelli cantavano.

La fossa fuori sotto i raggi del sole.

la voce del mio amico rimase

sul lato retrostante dei minuti.

 

guidavo verso casa attraversato

dallo splendore del giorno d'estate

dalla pioggia e dalla quiete

attraversato dalla luna.

 

 

UNDICI POESIE di Tomas Tranströmer - LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI IN MOVIMENTO Commento di Giorgio Linguaglossa traduzioni di Enrico Tiozzo e Maria Cristina Lombardi

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Con il Nobel nel 2011 per la poesia a Tomas Tranströmer, i membri dell’Accademia giudicante  lo hanno riconosciuto come il poeta che ha avuto la più grande influenza sulla poesia occidentale.

 

Nato a Stoccolma nel 1931, dopo studi di psicologia nell’Università della capitale svedese, è entrato nell’amministrazione pubblica della cittadina industriale di Vasteras. Tranströmer è rimasto per lunghi decenni appartato e in solitudine fino al ritratto autobiografico che il poeta ha dato di sé nel libro Minnena ser mig  nel 1993, tradotto tre anni dopo in  italiano con il titolo I ricordi mi vedono.

Tranströmer parte sempre da esperienze personali (la casa nel popolare quartiere di Söder a Stoccolma, la figura del vecchio nonno pilota di rimorchiatori etc.) con un dettato essenziale, diretto alle cose, senza giri frastici, anzi abolendo del tutto congiunzioni e connettivi del discorso, così come i filtri letterari. Dal dato biografico Traströmer arriva a tratteggiare  la cornice di un quadro di angoscia esistenziale e di disagio della società occidentale, l’incomunicabilità, la enigmaticità della condizione esistenziale degli uomini della Svezia del Dopo il Moderno, la violenza e la inautenticità nascoste dietro il velo dell’ipocrisia. Si può affermare che tutta l’opera del poeta svedese non è altro che un tentativo di squarciare il velo di perbenismo edulcorato che si nasconde dietro l'apparenza sociale. Tradotto splendidamente da Enrico Tiozzo, è apparsa in italiano Sorgengondolen La gondola a lutto poi ripubblicata da Herrenhaus nel 2003 con traduzione di G.C. Isnardi; opera dettata alla moglie per via dell’ictus che colpì il poeta negli anni ’90 che lo ha ridotto all’afasia ma non alla interruzione della sua attività poetica. Così la moglie ha commentato la notizia del conferimento del Nobel al marito: «Non pensava più di sentire questa gioia un giorno».

Le poesie dell’esordio, con la raccolta 17 dikter 17 poesie  del 1954, gli valsero da parte della critica il nomignolo ironico di «re delle metafore» ma ciò non scalfì la collocazione di tutto rispetto tra i poeti degli anni Cinquanta per l’inconfondibile concentrazione del suo stile.

 

Le poesie sono sempre delle occasioni per una riflessione. Il poeta, come un minatore, scende nella profondità che sta celata appena dietro il velo dell’apparenza delle cose. Con uno stile classico e modernista, dietro il vestito metaforico della sua poesia, Tranströmer può essere qualificato, oggi, come uno dei maestri in ombra della poesia europea e occidentale. Il poeta svedese offre al lettore una nuova esperienza degli oggetti. Gli oggetti sono visti come immagini in scorcio,  in collegamento ed in sviluppo; il lettore è chiamato in causa direttamente, a prendere posizione dinanzi alla ambiguità e alla «polisemia» delle «cose» viste da un preciso e determinato angolo visuale. Le «cose» equivalgono alle immagini in movimento ed in collegamento reciproco. Contrario ad ogni ipotesi di poesia sperimentale, Tranströmer ha sempre tenuto ben dritto il timone della sua investigazione poetica mantenendosi a cautelosa distanza da ogni ipotesi di poesia civile, impegnata o sperimentale, concetti da sempre ripudiati dal poeta svedese. C’è una certa distanza tra l'apparato reticolare delle metafore di Tranströmer e le «cose» del reale messe bene in luce in un saggio del critico Kjell Espmark che ha identificato i modelli del poeta in Hölderlin, Dante, Rilke. Alla fine degli anni Ottanta è arrivata per Tranströmer la definitiva consacrazione con la silloge För levande och döda Per vivi e morti  del 1989, concentrata sul tema della presenza della morte nel quotidiano. Tranströmer «fonda» il quotidiano, lo rimette in piedi da dove quel «quotidiano» era stato fatto ruzzolare dalle scaffalature impolverate dei «quotidianisti». 

In Italia l’opera di Tranströmer è stata pubblicata da Crocetti che nel 1996 ha dato alle stampe alcune poesie nella Antologia della poesia svedese contemporanea e, nel 2008, il volume Poesia dal silenzio.  Con il medesimo editore è uscito Il grande mistero l’ultima opera del poeta svedese, una raccolta di 45 haiku per 45 punti di vista. Alcune poesie del poeta svedese erano apparse nell'Almanacco dello Specchio Mondadori del 2007.

 

 

da 17 Poesie (1954)

 

Sotto il quieto punto volteggiante della poiana

avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,

mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia

schiuma sulla riva.

La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.

La poiana si ferma e diventa una stella.

Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia

schiuma sulla riva.

 

*

 

L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.

Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.

È carbonizzato il greve quadrato del ponte. la sterpaglia

soccombe all’oscurità.

Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui

cancelli granitici del mare e il sole crepita

vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive

brancolano nei vapori marini.

 

 

Storia fantastica

 

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta

con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,

un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano

come pallide linci cercano un appiglio sulla riva ghiaiosa.

 

In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei

suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi

annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.

 

(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati

e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno

vive in una caverna giorno e notte.

 

Dove il solo sopravvissuto può sedere

alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare

la musica dei morti assiderati.)

 

 

Meditazione agitata

 

Un temporale fa girare all’impazzata le ali del mulino

nel buio della notte, macinando nulla. – Ti

tengono sveglio le stesse leggi.

Il ventre dello squalo è la tua fioca lampada.

 

Soffusi ricordi calano sul fondo del mare

e là si irrigidiscono in statue sconosciute. – Verde

di alghe è la tua gruccia. Chi va

al mare torna impietrito.

 

 

Elegia (1973)

 

Apro la prima porta

È una grande stanza soleggiata.

Un’auto pesante passa per la strada

e fa tremare il vasellame.

Apro la porta numero due.

Amici! Avete bevuto il buio

e siete diventati visibili.

Porta numero tre. Una

stretta camera d’albergo.

Vista su una strada secondaria.

Un lampione che scintilla sull’asfalto.

La bella scoria delle esperienze.

 

 

Volantini (1989)

 

La silenziosa rabbia scarabocchia sul muro in dentro.

Alberi da frutto in fiore,

il cuculo chiama.

È la narcosi della primavera. Ma la silenziosa rabbia

dipinge i suoi slogan all’inverso nel garage.

Vediamo tutto e niente,

ma dritti come periscopi

presi da una timida ciurma sotterranea.

È la guerra dei minuti. Il bruciante sole

è sopra l’ospedale, il parcheggio della sofferenza.

Noi chiodi vivi conficcati nella società!

Un giorno ci staccheremo da tutto.

Sentiremo il vento della morte sotto le ali

e saremo più dolci e più selvaggi che qui.*

 

 

* da Poeti svedesi contemporanei a cura di Enrico Tiozzo, Göteborg, 1992

 

 

Epilogo

 

Dicembre. La Svezia è una nave malandata

in missione. Contro il cielo del tramonto sta

il suo albero aspro. E il tramonto è più lungo

di un giorno – la via che porta qui è sassosa:

solo verso mezzogiorno esce la luce

e il colosseo dell’inverno si alza,

illuminato da nuvole irreali. Allora sale d’un tratto

vertiginoso il fumo bianco

dai villaggi. Altissime stanno le nuvole.

Alle radici dell’albero celeste fruga il mare,

distratto, come in ascolto di qualcosa.

(Invisibile viaggia sull’altra metà

dell’anima un uccello che sveglia

chi dorme con le sue grida. Così il telescopio

gira, cattura un altro tempo

ed è estate: mugghiano le montagne, gonfie

di luce e il ruscello solleva lo scintillío del sole

nella mano trasparente... sparito in quell’attimo

come quando la pellicola di un film si spezza al buio.)

 

Ora l’astro della sera brucia attraverso la nuvola.

Alberi, recinti e case aumentano, crescono

nella silenziosa slavina che precipita nel buio.

E sotto la stella ancor più si suscita

l’altro paesaggio nascosto che vive

la vita dei confini sulla radiografia della notte.

Un’ombra trascina la sua slitta tra le case.

Stanno in attesa.

 

(da Poesia dal silenzio, Crocetti Editore , 2001,
trad. Maria Cristina Lombardi) 

 

*

 

 

La coppia

 

Spengono la lampada e il suo globo risplende

un istante prima di sciogliersi

come una pastiglia in un bicchiere di tenebre. Poi si sollevano.

Le pareti dell’albergo si gettano nel buio del cielo.

I gesti dell’amore si sono acquietati e loro dormono

ma i pensieri più segreti s’incontrano

come quando s’incontrano due colori e l’uno nell’altro fluiscono

sulla carta bagnata di un dipinto infantile.

È buio e silenzio. Ma la città stanotte

si è avvicinata in fretta. A finestre spente. Le case sono qui.

Vicinissime, stanno serrate in attesa,

una folla di volti inespressivi.

 

 

Storia fantastica

 

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta

con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,

un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano

come pallide linci cercano appiglio sulla riva ghiaiosa.

In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei

suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi

annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.

(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati

e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno

vive in una caverna giorno e notte.

Dove il solo sopravvissuto può sedere

alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare

la musica dei morti assiderati.)

 

 

Sfere di fuoco

 

Nei mesi oscuri la mia vita scintillava

solo quando ti amavo.

Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,

– dai bagliori si può seguire il suo cammino

nel buio della notte tra gli ulivi.

Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata

e senza vita

ma il corpo veniva dritto verso di te.

Il cielo notturno mugghiava.

Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.

 

 

Pagina di libro notturno

 

Sbarcai una notte di maggio
in un gelido chiaro di luna
dove erba e fiori erano grigi
ma il profumo verde.

Salii piano un pendìo
nella daltonica notte
mentre pietre bianche
segnalavano alla luna.

Uno spazio di tempo
lungo qualche minuto
largo cinquantotto anni.

E dietro di me
oltre le plumbee acque luccicanti
c’era l’altra costa
e i dominatori.

Uomini con futuro
invece di volti.

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