POESIE SCELTE di Duška Vrhovac dalla Antologia "Quanto non sta nel fiato" (Fusibilialibri, 2015, pp. 126 € 13) - "Viaggi", "Di innumerevoli domande", "Cantico di colei che è amata" e altre poesie  - Traduzione dal serbo di Isabella Meloncelli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia.

Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui: 

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia; 

Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;

Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia; 

Naji Naaman's literary prize for complete works – Premio alla carriera - 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:

 

San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)

S dušom u telu (Con l'anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)

Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)

Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)

I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)

S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)

Žeđ na vodi (Sete sull'acqua), (Srempublik, Beograd 1996)

Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d'amore), (Metalograf, Trstenik 1996)

Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)

Žeđ na vodi (Sete sull'acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)

Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)

Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)

Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)

Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)

Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)

Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)

Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell'autore (Belgrado 2009)

Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)

Pesme 9x5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)

Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)

Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

 La poesia di Duška Vrhovac ha ancora il coraggio di porre domande, come quella dei grandi poeti serbi, Vasko Popa e Desanka Maksimovic, come la poesia dei grandi poeti polacchi. È una poesia che non  ha attraversato il mare dello scetticismo e dell'ironisme come qui da noi nell'epoca del Dopo il Moderno, ma ha dovuto attraversare da presso l'onda di guerre tra popoli vicini, odi sanguinari, incomprensioni feroci, dissoluzione dell'unità statuale. Paradossalmente, nonostante tutte queste vicissitudini, la poesia serba ha saputo salvaguardare il proprio patrimonio di voci poetiche di grande valore e riconoscibilità, e quella di Duška Vrhovac è una di esse. Anche nella sua voce c'è  il ricordo di un domandare che, qui da noi, è stato reso obsoleto dalla intervenuta razionalizzazione del discorso poetico e dalla psicologizzazione dell'io. Duška Vrhovac è  un poeta figlio della Crisi della Ragione poetica del Novecento, ma alla maniera in cui può esserlo un poeta serbo, cioè della pars orientale dell'Impero occidentale. La Vrhovac cerca instancabilmente di mantenere il contatto con la «terra», pone domande alla «terra». La sua poesia proviene dalla «terra» e ritorna ad essa. E questo è il suo modo personale di rimanere in ascolto con la sua Lingua e la sua madrepatria. 

Non a caso Duška Vrhovac è una poetessa serba, una autrice ad Oriente dell'Occidente e, come tale, istintivamente aliena dalla percezione della poesia che si ha in Occidente come quel tipo di discorso assertorizzato (assertorio e interlocutorio) che può interrogarsi su tutto, tranne che sulla propria costituzione di «verità», di «soggetto», di «realtà». Duška Vrhovac prende le distanze dalla derubricazione del discorso poetico a discorso minimale e superficiario intorno agli oggetti e al mondo. Il «soggetto» della Vrhovac è un «operatore dell'interrogazione», potremmo dire che tenta di problematizzare la débacle dell'ontologia poetica, del suo rango e del suo ruolo così come si è venuta a configurare nel corso del secondo Novecento e in questi ultimi anni nell'Occidente delle democrazie parlamentari. Il punto di partenza è: ma se non c'è più domanda, a che pro il domandare?; e se non c'è più il domandare, a che pro il rispondere?. Che è poi il dilemma entro il quale una certa poesia che si fa in Occidente rifiuta di porsi dicendo che intorno alla poesia si è detto tutto, che la poesia deve discorrere di altro, che la poesia è una esternalizzazione di un soggetto (altro) che si è venuto a trovare de-territorializzato, e quindi è un soggetto debole che ha a che fare con un proposizionalismo poetico altrettanto debole e via dicendo.

Che è un bel discorrere in termini di riduzione al minimo comun denominatore di ciò che è possibile dire senza l'onere di dirlo, un dire senza assumersi l'onere della relativa responsabilità estetica di ciò di cui si dice (pur senza dirlo). Che il «soggetto» della poesia di Duška Vrhovac sia un operatore dell'interrogazione penso non vi sia margine di dubbio, e che esso debba sottoporsi alla severa disciplina dell'interrogazione, anche qui penso non ci sia dubbio alcuno; un soggetto che totalizza il locutorio (non quindi un soggetto interlocutorio), un soggetto comunque forte abbastanza per riformulare le domande fondamentali alle quali il discorso poetico non può rinunciare, pena la sua perdita di credibilità e di solvibilità, è questa, credo, la posizione di partenza della poesia di Duška Vrhovac. «Di innumerevoli domande sapevo la risposta / e intuivo molte cose. / Conoscevo divisione e moltiplicazione / nel tempo e nello spazio / le parole della speranza e della dedizione», è rimasto soltanto il ricordo di una domanda dopo la débacle di tutte le risposte.  Il «soggetto» di Duška Vrhovac  è un soggetto ultimo, che viene dopo la cessazione di tutte le illusioni, dopo la cessazione delle ostilità con il mondo. Ma è pur sempre un «soggetto» nuovo che riprende un nuovo inizio dell'interrogazione. Già riprendere il filo del discorso dal ricordo di una domanda è un impegno e un imperativo, una petizione di principio e una posizione di partenza. O, come dicono alcuni, una posizione etica. La poesia di Duška Vrhovac riprende daccapo l'interrogazione dopo la caduta del Dopo il Moderno, è questo il segreto della sua forza, è oggettiva proprio in quanto priva di illusione e di speranza.

 La poesia di Duška Vrhovac ha, dunque, qualcosa di arcaico, o di «ingenuo» come ben ripreso da Ugo Magnanti autore di una nitida post-fazione, ma è proprio grazie a questa sua arcaicità che la poetessa serba può formulare un discorso poetico intenso e vero, libero, che comprende il reale e il surrazionale, il quotidiano e l'empireo, che unisce la dimensione dell'estensione a quella della intensificazione, la metafora con la perifrasi, il locutorio con l'interlocutorio, la domanda e la risposta, tutto «quanto non sta nel fiato», tutto il dicibile, dunque, come risulta inequivocabile dalla prima poesia presentata, una sorta di resoconto esistenziale della condizione umana che ha conosciuto tutti i «Viaggi».

 

 

VIAGGI

 

Non devo più andare da nessuna parte,

tutti i viaggi possono cessare,

le fughe, le ricerche, ogni cammino.

Tutti i paesaggi

si sono trasfusi

nelle mie parole,

i fiumi confluiti nel mio sangue,

il mare l'ho bevuto

e ho preso le montagne,

addomesticati i boschi, contate le valli,

col cielo azzurro e di tempesta

ho cucito i miei abiti festosi.

Non devo più andare da nessuna parte,

tutti i viaggi possono cessare.

 

 

DI INNUMEREVOLI DOMANDE

                                                                                                                                                                                                                                                                       

            a Vittoria Tagliani

 

Di innumerevoli domande sapevo la risposta

e intuivo molte cose.

Conoscevo divisione e moltiplicazione

nel tempo e nello spazio

le parole della speranza e della dedizione.

Il mio passo era inafferrabile

la mano calda e reale.

La voce alto canto di solista

il mattino risveglio d’ambra.

La realtà non aveva bisogno di ricordi

ne gli inganni di lucidità.

Gli anni conoscevano i loro segreti

i frutti l’epoca della maturazione.

Di ogni parola avevo un cambio

e una preghiera per la salvezza dell’anima.

E poi, improvvisamente

parola e pensiero trafitti dal lampo.

Avvenne tutt’altra visione

cadde il frutto maturo

rotolando giù dal palmo.

Ora sto a meta di una storia incompiuta

e di tutto ho sempre meno,

in più solo domande.

 

 

FAME

 

La mia fame l’ho sempre sostenuta

l’ho cresciuta con le mie cure

dandole bacche infernali

e quei piccoli frutti enigmatici

per cui si dorme male.

Cosi con la fame

s’accese pure l’insonnia

e queste due fatalità benedette

mi resero abbastanza forte.

Ho percepito giochi dimenticati

melodie perdute

parole sottese

e quel parlare d’altre sponde.

Mi forgiai sull’orma,

quadro incorniciato nei tratti

della mia stessa ombra.

Ora la mia fame e cosi insaziabile

che non la sento più

e la notte cosi interminabile

che lungo sonno, mi pare, quest’insonnia.

 

 

VENTITRE FEBBRAIO SETTANTASETTE

 

Inatteso

come un segreto

o una vendetta

per tutta la notte qualcuno

ha martoriato la mia anima

fredda la mano

ruggine il palmo

gli occhi vuoti

non terreni

come se non intuisse

che non sono morta abbastanza:

non lo sono

e non penso

di aprire gli occhi umidi

anche se e buio

e non si vede

ne quello che sono

ne quello che non sono.

 

 

PENSANDO A TE

 

Puoi tornare.

Nulla e più come prima.

Diversa l’aria e diversa la foglia

diversamente splende il sole.

Nemmeno l’usignolo canta la stessa canzone

anche se mi sveglio ancora

pensando a te.

Ancora tremo al ricordo

e mi viene di correrti incontro

e di allargarti le braccia.

Mentre leggo il giornale

e bevo la mia limonata pomeridiana

a volte ancora d’impeto mi alzo,

mi avvio leggera verso la finestra

e poi mi fermo.

E cosi rimango a lungo.

Ma puoi tornare, davvero

nulla è più come prima.

 

 

CANTICO DI COLEI CHE È AMATA

 

Io sono la Regina della primavera.

Il mio abito e bianco e rosso,

cosparso di fiori disparati,

l’anima mite, serena e calda,

pronta a concepire una farfalla in volo,

una musica inebriante di corde non viste

e una vita che è eterna perche dura un giorno.

Mi portarono per la città a braccia aperte,

m’introdussero nella chiesa ricca di violette,

azzurre come la provvidenza,

splendenti come pupille di un bambino;

mi dissetarono col primo latte di tarassaco,

con rugiada attinta alle foglie delle più rare piante,

e mi incantarono la voce col suono di flauti magici.

Il mio piede avanza sopra la via lattea,

le mie mani intessono il chiaro di luna,

i miei fianchi li ha sfiorati solo

il Grande Figlio della Grande Madre,

colui che attraverso i campi del mio sogno

cavalcava Pegaso, ed era più forte

del tuono, e di ogni arma umana.

Le mie mammelle sono due fonti di vita.

Cibo per figlie e figli, dono Divino.

Solo uno sguardo sotto il velo

apre l’altra via, lunare.

Chi avanza per questa via, una volta sola,

sa che il mio letto e benedetto,

il lenzuolo ricamato con mano prodigiosa,

il suo guanciale e riposo per il giorno del giudizio.

Il mio grembo è ampio e caldo.

Profuma di forza e sudditanza,

ma solo al mio Signore dell’anima e del cuore.

C’è un’altalena inondata di sole,

primo approdo e culla ai miei figli,

ai figli dei miei figli e dei miei figli figli e figli.

Rifugio, prima e dopo tutte le battaglie.

Nel mio seno più rapido batteva il Cuore di Lui.

Sul mio petto il sorriso e spilla scintillante.

Quando attraverso la strada abbagliante e luminosa,

mi lascio dietro una traccia, una scia, sorriso di bambino.

Io taccio, ma tutti sanno e vedono, e con la preghiera

si fanno strada verso questa fonte, dove l’arcobaleno

sparge su di me una colorata pioggia primaverile.

Io sono la Figlia più amata del Dio della Soglia Domestica.

Nessuno se ne è andato via da me, ma sono venuti

tutti quelli che il sogno falso ha ingannato.

Dalla mia finestra la luce illumina la via

e il mio portone introduce nella Santa Rocca dei Primordi.

Le figlie di Gerusalemme non conoscevano ciò che so io.

Il mio amato non è venuto a chiedere

la mia mano, ma a costruire un Tempio in me.

Per pregare Dio e accendere il Focolare col mio estro.

Per avere luce dal mio occhio, e dalla mia anima splendore,

poiché nel mio seno e nel mio grembo

dimorano i suoi sogni, la sua forza,

e la fonte segreta di sua perenne giovinezza.

 

 

POETI

 

I poeti sono una banda

di presuntuosi vagabondi,

interpreti ingannevoli

del quotidiano e dell’eterno

ricercatori vani,

smodati amanti,

cacciatori di parole perdute

inseguitori di strade e mari.

I poeti sono giardinieri superbi

di intricati giardini regali,

precursori di deviazioni stellari,

messaggeri di navi affondate,

violatori di sentieri segreti,

magistrali riparatori

di Carri Grandi e Piccoli,

raccoglitori di polvere astrale.

I poeti sono ladri di visioni,

scopritori di utopie scartate,

ciarlatani di ogni specie,

degustatori di piatti avvelenati,

figli degeneri e di professione seduttori,

cavalieri che volontariamente

alla ghigliottina offrono la loro testa

eseguendo da se stessi la condanna.

I poeti sono custodi incoronati

dell’essenza risposta nella lingua,

amanti dei misteri insolubili

ammaliatori e provocatori,

sono i prediletti degli Dei,

assaggiatori di bevande portentose

e dissipatori vani

delle proprie vite.

I poeti sono gli ultimi germogli

della specie più sottile di esseri cosmici,

coltivatori di fiori bianchi interiori

e falsi creatori di mondi insostenibili.

I poeti sono interpreti dei segni perduti,

portatori di messaggi essenziali

e di avviso che la vita e inesauribile,

e l’universo un progetto mai finito.

I poeti sono lucciole sull’aia del cosmo,

conquistatori della grande fascia

di colori che fa l’arcobaleno

esecutori della musica sacra

da cui e nato l’universo.

I poeti sono invisibili interlocutori

nel silenzio sul senso e sul non senso

di tutto ciò che si vede e non si vede.

I poeti sono i miei soli veri fratelli.

 

 

 

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