Luigi Manzi letto da Giorgio Linguaglossa

Luigi Manzi Fuorivia Ensemble, Roma, 2013 pp. 90 € 15

 

In una discussione svoltasi sul blog moltinpoesia.wordpress.com Laura Canciani mi ha rivolto la solita domanda: «“Che cos’è la poesia?”»; ed io ho risposto: «Una nuova immagine del reale che si aggiunge al reale che già sapevamo, una costruzione di immagini in parole che non avevamo previsto e che non sapevamo». Nel prosieguo della riflessione collettiva, Ennio Abate si chiede che cos’è che fa della «immagine» in poesia una «bella» immagine?. Domanda legittima, che presupporrebbe una estetica e una critica dell’economia estetica, oltre che una critica dell'economia politica, per il semplice fatto che il «bello» non può essere disconnesso, nella mia visione, dalla critica del «bello». Non voglio però sottrarmi alla responsabilità di dare una risposta. 

 

Se leggiamo una poesia di Luigi Manzi tratta dal suo ultimo libro: Fuorivia, ci accorgiamo di quanto la sua poesia sia lontana dai concetti correnti di ciò che si intende per «poesia» ( immediatezza, soggettività, reale, poetico, etc), di quanto sia estranea alla amministrazione da  elettrodomestico qual è diventato oggi lo «stile» cosmopolitico della koiné del maggioritario che mescola il privato alla cronaca, la cronaca nera alla cronaca rosa, magari con un quantum di eventi privati,  e poi c'è lapolitica da telemarket, etc. Il «soggetto» è scomparso, sostituito dal surrogato alla moda: il «privato». C’è nella poesia di Manzi una trasfigurazione dello Spirito del tempo in qualcosa che sta di al di là del «soggetto», qualcosa di irriconoscibile, quasi che a bordo della macchina del tempo gli abitanti del pianeta terra fossero stati precipitati in pieno medio evo:

 

Torno dove un tempo ero già stato. Da qui ti chiamo
senza voltarmi; vado incontro all’orizzonte
carico di nubi vorticose.
M’allontano fra le siepi del sambuco tormentato
dalla merla, carico di bacche sanguinose. Il passo
ci divide. Procedo cauto
fra le bisce che succiano i coralli lungo gli argini
e il ramarro disteso nel turchino
a occhi socchiusi.


Però tu in città salutami gli amici; raccontami
il livore di chi, lungo le strade,
cerca un rifugio disperato
alla piena che travalica i ponti, tracima
dalle caditoie. Dimmi di chi è rimasto
fra i meandri rugginosi;
o si muove guardingo sotto gli ovuli grigi delle cupole;
o nel bianco nitore dei fulmini,
che appaiono e dissolvono,
si contrae esterrefatto
dentro un fotogramma.

 

L’ultima parola è quella che dà la chiave del componimento: «fotogramma», ovvero, «immagine», riproduzione fotologica del “reale”. Dunque, la poesia è un discorso su un «fotogramma». Guardando dentro il «fotogramma» noi possiamo spiare quello che accade lì dentro e lì dietro: c’è un personaggio, l’io che cammina senza voltarsi indietro (ecco l’eterno mito di Orfeo che cammina ma non deve voltarsi altrimenti perderebbe per sempre Euridice!). Tutto il componimento è fatto da un susseguirsi di «immagini» collegate, immagini indirette che alludono a una natura sconvolta fin nelle fondamenta. La «natura» è passato mentre il presente è quello dove si muove il «soggetto», il personaggio che guida la poesia verso la sua conclusione. L’io è Orfeo nelle vesti redivive dell’uomo contemporaneo che si muove nello spazio-tempo: l’Evo della Grande Recessione. Ebbene, il poeta romano si muove nell’orbita concettuale e imaginale della Grande Recessione; è come se nei quaranta anni precedenti di attività poetica si fosse addestrato per scrivere questo libro testamento rivolto ai contemporanei. E certo è che se leggiamo questo libro con gli occhiali del minimalismo saremmo costretti ad archiviarlo come un’operazione bizzarra e fuorivia, se lo leggessimo con quelli dell’esistenzialismo posticcio del corpo di moda oggi non capiremmo niente di questo libro, lo riporremmo nel cassetto dei numismatici; allora, occorrono altre coordinate concettuali e di pensiero poetico: saper entrare in questa poesia con la circospezione con la quale si entra in un negozio di cristalli di Murano, in punta di piedi, facendo attenzione alle «chiavi» che il poeta dissemina nel libro qua e là, come segnali indicatori del faticoso cammino che il lettore deve intraprendere.


Noi non possiamo (e forse non ne abbiamo neanche il diritto) di chiedere al poeta maggiori lumi su quello che succede in città, «lungo le strade» di chi «cerca un rifugio disperato», più di questo il poeta non può dire, non ne ha il diritto, forse, o, molto più probabilmente, non reggerebbe la nominazione, pena la caduta nel retorico e nel banale. Qui si arresta il poeta, il quale chiede all’oscuro interlocutore: «Dimmi chi è rimasto» fra i vivi. Adesso è chiaro, è un dialogo che si svolge nell’oltretomba, sia il poeta che il suo interlocutore sono già morti. Siamo noi lettori che siamo morti insieme a loro. Ciò che resta di tutto il componimento, dei vivi e dei morti, è nient’altro che un «fotogramma». È tutto lì dentro.

In un altro componimento intitolato «L’ospite» c’è scritto:

 

Ti mozzeranno la lingua con un colpo,

la daranno in pasto alle larve senza lingua

per mutarla in altra lingua. Solo i dispersi

ti presteranno ascolto. 

O coloro che in silenzio

procedono sul bordo. 

 

È chiaro che qui il poeta è consapevole di parlare in un’altra «lingua», che la «lingua» che lui parla la «mozzeranno» «con un colpo»: che non è ammessa, non è consentita; è una lingua straniera parlata da «coloro che in silenzio procedono sul bordo». Ma «bordo» di che cosa? Perché proprio il «bordo»? E in quale direzione procedere? Ma sul «bordo» ci sono solo due direzioni: avanti e indietro, il futuro e il passato, mentre la poesia di Manzi è tutta inchiodata nel presente, in un presente astorico che vive sul «bordo» sottilissimo di ciò che appare. Ma ciò che appare è inconoscibile e irriconoscibile:

 

Al mercato il giocoliere

pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci.

Di lato, la baldracca mostra la pancia al lenone

che titilla la catena d’oro

sul riquadro del petto. Un giovane indù

versa albicocche nel cesto,

poi lo solleva e se ne va.

Un rospo attraversa la piazza;

una rondine cuce e scuce

il cielo a zig-zag.

 

C’è odore d’acetilene nella cisterna;

gli operai con la testa che penzola

fanno luce sul fondo. Se si osserva bene,

il bimbetto che si sorregge allo sporto

ingoia il filo e riemette

un gomitolo.

 

C’è un «giocoliere (che) pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci», una «baldracca che mostra la pancia al lenone», etc. Sembra di guardare un quadro di Chagall dove al posto del violinista che vola per aria c’è un «giovane indù (che) versa albicocche nel cesto». La visionarietà di Manzi oscilla tra Chagall e Bosch, tra la deformazione cannibalica di volti e l’illibata freschezza della natura. Tra natura e cultura si è ormai scavato un solco non più redimibile, per Manzi siamo entrati nell’Evo della Recessione, dove la parola manca e la cosa si sottrae; e allora si tratta di andarla a snidare la parola con gli strumenti di un tempo: con la vanga e il piccone. Occorre ritornare infanti, perché solo così «il bimbetto… ingoia il filo e riemette un gomitolo»; e il gomitolo ci porterà fuori del Labirinto. Non è ancora venuto il momento del ritorno alla infanzia beata, l’uomo deve ancora percorrere la strada sterrata in salita. Il Moderno è un miraggio che si è dissolto come neve al sole.

 

Le gru osservano la città dall’alto;

sanguinano nel vespro,

come rosolio in un cucchiaio.

 

C’è sempre, nell’aria di «crepuscolo», una vista dall’alto (ma senza prospettiva) e una vista di fronte; c’è il panorama e il minuscolo dettaglio in rilievo, c’è l’arco temporale e l’attimo, c’è il truculento di visioni sanguigne e sanguinose e il candido di immagini attiche, delfiche; una terra chiamata «esarcato» disseminata di «colchici», «giusquiamo», «lemuri», «palissandri», «starne», il «falcocervo», il «fliocorno», «il fischio matematico del merlo», «fiori carnivori»: animali fantastici e uccelli dell’Evo Mediatico si scambiano segnali come i poeti si scambiano segnali su Marte. Ma il gomitolo è piuttosto il batacchio di un «giocoliere» che fa volare le cose su un fondale di cartolina o di cartapesta. E il tutto «ritorna nello specchio» dal quale, forse, un tempo lontano è venuto. È come se fossimo nel bel mezzo di una regressione totale dall’Aufklärung e ci ritrovassimo in una fiaba de-poetizzata che ci narra di quel che un tempo fu: «brividi di perle, barbagli di diamanti».

 

 

Filamenti

 

Quarto di luna, occhio di pernice, coda di pavone.

Il baio s’impenna – salta

nella tenebra del bosco. Il cavaliere curvo

lo sferza ai fianchi, lo sprona al galoppo:

sul suo viso notturno

brividi di perle, barbagli di diamanti.

Ha le vene gonfie di bile verde, e furente

ogni mucosa del corpo.

 

Lei porta tra i capelli un nido d’usignolo,

ondula il seno fra filamenti d’astri

e scie di sete.

Il cavaliere, ebbro di sangue, prima di dissolversi

solleva il capo grondante di meteore;

si comprime il petto.

Ritorna nello specchio.

 

*

 

Hybris

 

Questa è terra d’esarcato,

dominio altero dell’occidente.

 

Il residuo dei monili rende più fulgido il petto dell’eunuco,

illumina i lembi estremi del volto.

 

(I colombi ascendono al culmine,

depositano il messaggio)

 

La lussuria raffigurata nell’encausto

giace reclina sul fianco: col viso che riposa sul palmo,

fissa l’eternità. Il panno immenso

che le avvolge il petto è intriso di vortici,

di azzurre galassie.

Negli interstizi supremi degli astri

lei poggia le braccia sul vuoto cosmico;

le pudende erompono

dai suoi fianchi celesti.

 

 

Memoria

 

Svelto, più svelto d’un lampo,

nella pianura un destriero scavalca recinti e torrenti.

La donna si volta e l’osserva. Le torna in mente

quando un tempo fu giovane e altera:

ebbe pudore del petto, dell’anca; lasciava nascosta la pelle

come una ghirlanda preziosa.

 

Il bianco si vela d’opaco.

L’uomo col chiuso mantello cavalca furioso;

oltrepassa la selva, salta nel chiostro. Fu lui un giorno

che la sospinse nel portico

e nel buio le sciolse il nero corsetto.

Il presagio è un tumulto. La memoria

spariglia le carte.

 

L’uomo notturno cavalca sul cupo destriero;

la donna

è scomparsa.

 

 

L’araldo

 

Bussa l’araldo. Il messaggio è stato consegnato.

Nel turbine il corsiero si dilegua.

 

Gli uomini al villaggio leggono nell’apocalissi:

dunque, nella fuga troveranno riparo.

Risalgono i crinali, s’affacciano sui botri.

Li flagella il vento inesorabile.

In cima ci sarà soltanto il buio. In cerchio –

di fronte ai fuochi – patteggeranno con le belve;

gli consegneranno in pasto

alcuni di loro.

Il resto – seppure lo invocano –

è racchiuso

nel rimbalzo dei dadi sul muro,

nel suono metallico

del tempo futuro.

 

 

caro Lucio Mayoor Tosi,


io sono da sempre un ammiratore della poesia di Luigi Manzi… ho faticato non poco agli inizi, circa venti anni fa, quando iniziai a leggere la sua poesia, a recepirla in un mio quadro mentale storico-critico. In seguito, con gli anni, e le ripetute letture della sua poesia anch’io mi sono convinto della assoluta riconoscibilità della sua poesia. Mi piacerebbe fare un gioco: che qualcuno metta in un bussolotto dei cartigli recanti alcune poesie di autori vari, dai più grandi ai meno, e tra di essi inserire una poesia di Manzi; ecco, io credo che non avrei difficoltà a riconoscere la poesia di Manzi per l’unicità del suo lessico, del suo stile, per il combinato disposto di paratassi e immagini immobili, direi per la dialettica di immagini immobili di cui è ricca la sua poesia. Questa immobilità, sottolineata da un lessico desueto e raro (da non confondere con il prezioso!), è accentuata dalla folgorazione dei gesti (degli umani e delle bestie)… i gesti sono come sospesi in attesa di qualcosa che non avviene… non c’è prospettiva escatologica né salvifica in quei gesti, non c’è, oserei dire, neanche una specificità semantica: intendo che non vogliono dire nulla, neanche il significato del proprio esserci semantico: tra semantica e mantica si è così aperto un divorzio assoluto (e non solo nella poesia di Manzi). Un certo chagallismo unito ad una religiosità tutta laica per la gestualità della civiltà contadina, contribuiscono a conferire a questa poesia un’aura di inattualità e di anacronismo. Tutto ciò dà alla poesia di Manzi quel caratteristico colore di immagini pittoriche dove non c’è nulla di pittoresco o di arcadico: le immagini si materializzano appunto già de-materializzate, e in virtù di questa de-materializzazione escono davanti agli occhi del lettore con tutta la loro carica di enigmaticità. E certo questo è un libro di elevata caratura e di intensità straordinaria. Manzi è uno di quei poeti che se potessi decidere io lo chiamerei subito nella collana bianca di Einaudi.

 

 

Giorgio Linguaglossa

 

 

 

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