POESIE EDITE E INEDITE  di Giuseppina Di Leo "Fogli e Falle", "Una notte",   "Dèi i nostri nomi, vacillano", "Semplice", "La pagina", "Un personaggio" con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Ha pubblicato tre libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); la plaquette: Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Alcune sue poesie, racconti e interventi di critica letteraria sono ospitati in raccolte antologiche, su riviste, blog e siti dedicati alla poesia.

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Mi scrive Giuseppina Di Leo: 

 

«Giorgio carissimo, mi dà gioia risentirti. ho appena letto la tua nota critica su Milo e le sue poesie dell”accadimento” e del “naufragio”, l’idea della morte che accompagna ogni pensiero. e, sembra un caso, stavo leggendo alcuni appunti scolastici su Leopardi, cosa che mi ha condotta a prendere tra le mani i libri di un’edizione del Sole 24 di qualche anno fa sul poeta recanatese, ritrovando il senso del suo ‘pessimismo cosmico’ (ma i libri sono così, sanno quando è il momento giusto per ritrovarli).

È bello quanto mi dici su questa poesia datata, del tutto inedita e che ho fatto leggere a te per primo. Il ‘mistero’ delle immagini sta nel richiamo che esse svegliano in noi. Potrebbe essere Beatrice la donna, o Laura, o la panettiera o la portinaia, o una delle donne invisibili agli occhi degli altri.

Comunque è colei (o colui) che in un dato momento ‘muta’ fa pronunciare quello che tenevamo nascosto da sempre. La parola impronunciata».

 

Cara Giuseppina,

 

la tua parola e la tua poesia mi danno l'occasione per dire qualcosa intorno a «la parola impronunciata» di cui tu parli e che ci richiama l'idea di una «parola originaria» dimenticata. Ma forse nella tua poesia la «parola impronunciata» è semplicemente la parola irraggiungibile, quella caduta sotto la scure della rimozione, in un inconscio che sta sotto l'inconscio, nell'oscurità, simile a un'acqua sotterranea, un fiume che scorre invisibile ma saggio, che sa che prima o poi troverà la via, scaverà il suo tunnel per riapparire alla luce del sole.. Di qui il respiro metrico avvolgente, incantatorio della tua poesia, come se volesse risvegliare il serpente che dorme, come una musica che esce dal piffero magico di un pifferaio. Una musica, la tua, da incantatrice di serpenti. 

 

 

Una notte

 

la più lunga che io ricordi,

intorno al mio letto una luce invadente, 

improvvisamente

pallida ma iridescente

copriva oltre il soffitto le forme

addormentate. Nell’ora in cui

le ombre si staccano dalle cose 

e sole hanno vita propria

e non sai se sia delle rose il profumo

o se dalle rosse pietre adagiate

sullo scrigno della terra

o se dal mobilio si liberino essenze...

 

Pongo un problema filosofico: come è possibile sostenere che il soggetto fondatore è indicibile (e quindi la parola è impronunciabile) e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? «La traccia dell'origine», in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell'originario a se stesso attraverso un logos dell'originario è d'altronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno all'origine, innato o a priori, che non possiamo enucleare se non mediante uno scarto e un'eterna inadeguazione. È questo lo scotto che dobbiamo pagare, e che tu paghi, con coraggio, nella tua poesia, intendo lo scotto di una eterna «inadeguazione» del discorso poetico ad approssimarsi. Ma approssimarsi a che cosa?, mi chiedo, e ti chiedo.

 

Come tu dici: «Difficile è poter dire». Ma anche il discorso poetico è un voler dire, un atto di potenza e di rappresentazione, una possibilità che non si sa mai se si tradurrà in atto storico, reale, e quindi estetico. È il discorso sotteso alla «Muta» di Raffaello: lei ci parla meglio e con più chiarezza di quanto possano parlarci le più belle parole dei poeti; mi chiedo: è possibile raffigurare in parole (o tramite i colori) un soggetto che non può parlare? È dicibile l'indicibile? È rappresentabile l'irrappresentabile? È questo il paradosso nel quale si scontra la poesia moderna, e la tua in particolare, ma è soltanto in questo scontro che la tua poesia vive e si accende. Ecco la ragione della elusione, della volatilità della tua parola poetica, che essa è costretta ad avanzare «come danzando» e a vivere della propria fragilità:

 

Dèi i nostri nomi, vacillano.

Il punto è dunque raggiunto...

 

La tua poetica può essere condensata in queste parole: «Dèi i nostri nomi, vacillano»; deriva dalla accettazione di questa condizione di impossibilità di pronunciare la parola originaria. Per Derridà «il valore di archia trascendentale deve far provare la sua necessità prima di lasciarsi essa stessa barrare. Il concetto di archi-traccia deve dar luogo sia a questa necessità sia a questa barratura. Esso infatti è contraddittorio e inaccettabile nella logica della identità. La traccia non è solamente la sparizione dell'origine, qui essa vuol dire [...] che l'origine non è affatto scomparsa [...] Sappiamo tuttavia che questo concetto [di traccia originaria] distrugge il suo nome e soprattutto che, se tutto comincia con la traccia, non c'è traccia originaria».*

 

Con concetti come quelli di «traccia» o di «differenza», si traduce lo scollamento del soggetto dall'enunciato, dal discorso stesso, di cui diventa impensabile che possa esserne il padrone. La «differenza» è questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto da parte del soggetto, incessantemente differito nel movimento del discorso rispetto a quello originario. Il soggetto sarà parlato e significato in una catena infinita di significanti, in una rete che lo dispiega e, nello stesso tempo, lo allontana. Lacan dirà il celebre motto secondo cui «il significante è ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante», che consacra la scissione del soggetto da se stesso, come in Barthes, dove il soggetto non aderisce più al testo, di cui è solo «porta-voce» e non «autore» in senso teologico. Lacan fa del soggetto questa «presenza assente», questa rottura che fa sì che l'uomo non sia più segno, con un significante che si libera dal rapporto fisso col significato, e si sposta al suo luogo, dal suo luogo verso un altro luogo. Il soggetto è in questa traccia, nascosto in questo solco, che si sposta, che pronuncia quelle « parole / tra le poche che non si dicono / se non per caso».

 

Il soggetto è stabilito dal significante del segno che rimanda ad un altro segno. In fin dei conti, anche per la tua poesia, Giuseppina, la semantica è una mantica, la poesia è magia. Il soggetto prende il piffero e diventa un pifferaio magico, diventa altro da sé, avanzerà solo mascherato, stabilendo la sua identità mediante la rimozione dell'altro da sé che egli è. La sua identità si realizza a questo prezzo, e questo prezzo è dunque l'inconscio, o meglio, quella parte del «sottosuolo» che è «il sottosuolo del sottosuolo» per dirla con  Emanuele Severino. In tal modo, risulta rimosso lo scarto retorico rispetto a sé, retorico perché l'identità non è più che figurata e non letterale, quella letteralità che la tua posizione di poetica giustamente elide ed elude.

 

* Derrida, Della grammatologia traduzione it. Milano, 1969, p. 69

 

 

Difficile è poter dire

 

avanzando come danzando

oro di sabbia lucente

lasciva serpe dal sole bruciata

in preda alla corrente

lasciando intendere parole 

tra le poche che non si dicono

se non per caso.

Il fragile amore assume colore

uno sguardo marchiato nel fuoco

ti stupisce. Ecco, ora

di te s’invaghisce e tu, preso

in un cerchio, quella ti chiude.

Vagheggiata, l’immagine rimane

fissa, inobliata: eppure

una volta soltanto tu l’hai veduta

per un attimo appena ti è passata accanto

sola, leggera e muta.

 

(sett. 1998)

 

 

Fogli e Falle

 

Dei tanti fogli

sparigliati a casaccio sul nome

solo due di essi restano eguali

sebbene in tante vite

mai nessuno

ricompose la diade

parola e dolore

divario aperto da fine a inizio.

Resta da ricucire lo strappo

tra acqua e terra

tra vuoto e pieno

tra amicizia e amore

sé o sostanza o assenza.

 

*

 

Intere generazioni

scalze in panni di sacco

cercarono

il maestro privo di memoria 

private continuarono nella ricerca

senza dir nulla.

E come potevamo?

nulla ereditando tornammo.

Noi, canne palustri

a delimitare lo stagno. Agli intrecci

ci assoggettiamo volentieri

cambiando genere

forma colore natura

acquatici in origine resteremo

fratelli vegetali

vite fatte a pezzi

venduti barattati sfibrati.

Volentieri infine ci dondoliamo.

Anch’io ne godo

ad ogni colpo d’aria oscillo

natante rotonda

nastriforme adattata all’intreccio

culturale di dominazioni

normanni svevi angioini arabi:

relitti.

Papireti lacustri selvaggi anfibi:

denti aguzzi. Riposate.

 

*

 

Andando oltre, troviamo:

città arazzi strade metro

bimbi imbambolati vecchi.

Citiamo poeti per sentirci meno soli.

Arrestati in noi stessi barricati

sulle di noi piccole importanti verità:

la persiana e la luce

il filtro dell’olio da cambiare

la biancheria pronta per il giorno dopo

per ricominciare.

 

Poco importa se preferisco continuare 

e sostenere tra Noi

che il dolore vero che si prova (oh, Pessoa!)

«NON è vero».

 

 

Una notte

 

la più lunga che io ricordi,

intorno al mio letto una luce invadente, 

improvvisamente

pallida ma iridescente

copriva oltre il soffitto le forme

addormentate. Nell’ora in cui

le ombre si staccano dalle cose 

e sole hanno vita propria

e non sai se sia delle rose il profumo

o se dalle rosse pietre adagiate

sullo scrigno della terra

o se dal mobilio si liberino essenze

o se sia l’incandescenza della forma

che crepita ancora

che per prima scoprì la luce;

o forse ancora prima

tra un uomo e una donna

il potere di donare con un gesto il mattino

quando la luce era tesoro 

da serbare negli occhi

come fosse un figlio da proteggere

nel proprio grembo.

 

(luglio 1997)

 

 

Dèi i nostri nomi, vacillano

 

Dèi i nostri nomi, vacillano.

Il punto è dunque raggiunto

a un terzo di vita

alto come un angolo al sole

calcolato all’orizzonte

e fisso,

non l’eterno.

Qualcosa d’altro veniva

in noi “superiore ad ogni limite”.

Non la pietra, erosa

fino al fondo, temuta

nel sacrificio,

ma qualcosa d’altro

iridescente.

Piuttosto un fuoco

repentino e vivo

nascosto, rosso vermiglio,

denudava l’istinto

all’improvviso. Di più,

era l’antico, che nel suo bagliore

nella parola scioglieva

il gesto che svelava la malinconia.

 

Più tardi del sogno soltanto

ci cibammo, del segno

improbabile e incerto

di cui mai potemmo più fare senza:

l’amore e la parola

l’interludio e la coscienza.

 

(novembre, 1994)

 

*

 

Semplice, come perdersi tra le foglie.

Questo luogo nasconde delle insidie.

Troppi ricordi tra le sfumature

sono teste spuntate [...] da qui a là.

Un po’ mi fanno cenno: «Ricordo,

aspetta che ricordi».

Nelle vecchie riviste segnaletiche

sgualcendo abiti da sera c’è tutto,

da rammendare a rammentare:

apoteosi del vago.

Qui, persino Kant solleva il piede su veloci tram;

gingischia con Marilyn: «Non parlare,

raccontami soltanto di te.

Le metafore sono in fiore», le dice.

«E allontanati!», avverte Ernst*

nascondendosi tre cerchi di voce più avanti.

 

(genn. 2015)

 

* (Leggendo Freud)

 

*

 

La pagina era vuota.

Aperta ad ogni passo

per anditi nascosti

rientrava quasi silenziosa

la voce. L’avrei ascoltata

eppure mai l’avrei potuta

cogliere neppure di sorpresa;

lontana, una fanciulla appena sveglia

che si appresta ad attingere acqua

dalla fonte. Così mi parve il suono

che ne emerse, un non so che di tinto

di rosso appena, di luce scura

condensava su di sé le paure del tempo.

Le nostre, apparentemente lontane.

 

(29.01.2015)

 

*

 

Un personaggio gira intorno sulle pagine del mio libro

cerca uno spazio bianco in cui voler restare

più a lungo simile al silenzio, avvolto da parole

che tornano al sole o alla nuvola

o vicino alla sommità del monte. Ed è ombra quando esce 

nell’aprirsi degli scrosci. E, nell’ombra, il ricordo riappare.

 

(sett. ’98 / aprile 2015) 

 

 

 

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