La Poesia significazionista di Giovanna Sicari di Giorgio Linguaglossa

 

Giovanna Sicari è nata a Taranto nel 1954 e deceduta a Roma nel 2003. Se consideriamo le peculiarità stilistiche della sua poesia possiamo definire la Sicari poetessa di adozione romana, a Roma vive intensamente la contestazione giovanile degli anni Settanta dove frequenta la facoltà di lettere. Sono anni di impetuosa incubazione e riflessione del suo pensiero poetico durante i quali la Sicari approfondisce lo studio delle problematiche della poesia italiana ed europea. La sua maturità poetica si situa a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, quando dà alle stampe i suoi libri più significativi. Stella polare della poetessa di adozione romana è il rilancio del concetto di parola poetica come atto «politico», inteso in senso implicitamente polemico avverso le poetiche «deboli» che erano sorte in ambito romano durante gli anni Ottanta, evidente nelle poesie della plaquette di esordio Decisioni (1986), confluite poi in Sigillo (1988). È sufficiente la lettura della sua poesia per misurare la grande distanza di questo stile da quello coevo invalso a Roma negli anni Ottanta:

 

 

da Decisioni (1986)

 

Le api formano un ricordo,

un frammento limita il galoppatoio,

con violenza il brivido della carne mi tarla:

immorale primavera della notte.

Con devozione una goccia di sangue

corre lungo gli usci,

nella serra dorata vedo il mio corpo bianco, arso dal livore.

Con ignoti sonnambuli sono qui, Mozart è mio amico,

un derelitto, un’insana meraviglia mi accompagnano.

Non è una rosa romantica l’impaccio di una festa

nel blasé di un caso con altri fiati nella campagna sfrangiata:

galoppatoio di festa per un gesto solo.

Mi dicevano la bugia chiusa

le anziane famiglie risorte dalla polvere dei santini.

Dalla bugia chiusa il diavolo arpeggia

e io sono qui a volere il non voluto,

come una seduttrice ambigua, non ho viandanti particolari.

Mozart è mio amico, forse un poeta assassino, un vero poeta

mi ha regalato un flauto talismano.

Ma non è limite: un segno diabolico, poco poetico.

Bonjour mon amie, non è presente

ma potrei complice avvolgerti nell’eterno sfinito.

 

*

 

Ortolana io scrivo per brama di controversie

assembramento di tegole al liceo

tacchi a spillo, mi davo un contegno.

Costretti a scappare, come se io fossi

una maga, paura di tristi compromessi.

Documentari sfatammo tra le foglie della

pestilenza. Dietro un'apparenza intrattabile

la mia storia cadeva da una arte

come un filo grosso d'erba.

Troppo cresceva, e le adunate

si mischiavano al delitto della terra.

Come un groviglio ingoiavo, confondevo.

Mi apparire normale spiare la musica

e i ponti, le camicie appese ai quadri.

Solo per un attimo, fra le oche presenze

la sua, confusa nel respiro.

 

*

 

I gendarmi ignoravano le sere cadute di marzo

li vedo tutti come amplessi serali

e anche dal marciapiede salgono senza

libertà destini amorali

Con la pancia simulata di nessuna maternità

scelsi fra gli angeli il più bello.

Mi colse la tranquillità

non la vedevano gli amici, per timore

di una brutta faccia

- Ho fame - con buon senso.

Ho fame io che fingo per un motivo di orgoglio

che vuole dire questo dire bianco

mentre scappa dai folli 

e si solleva per lo spettacolo della vigilia:

dov'è il gallo della mattina

il massacro di un pied-à-terre farneticante

e la cucina della mamma.

Dov'è la pietra di onore della mia ottusità

nel fallo della veglia spezzata

di video cretino e stanco, - dov'è -.

 

*

 

Mattino aperto è questo che si vive come in guerra.

Per quanto si udisse dovevo starmene

nel piede imbastito, dal correre per puro caso.

Nel racconto di querce, un bacio, montagna di acqua-lucida,

luci da montagna, frutto-granito di bambino quieto,

uomo leggero nella gabbia del senso.

Dovevo starmene senza giudicare

un vano lago, corollario di fango avvampavo la terra.

Lodarti, festeggiare un mistero,

una preferenza infantile di roccia,

dispersa la traggo, io nuda senza ritorno

in cerca di lava sotto il vulcano, fra le sue mappe,

cosmico luogo per camminare ai bordi, in verticale.

Se non fosse stato olio o resina o grazioso veliero,

non sarebbe stato questo svegliarmi

alterno a leggende, meandri, paesi.

 

 

In tua assenza

 

Non c'è niente da temere

su quell'unica trapunta giacciono solide valigie

l'ultimo pensiero degli arabeschi del pomeriggio

è un manoscritto di quest'era senza usignoli:

sopra il borbottio barocco,

L'infinito arpeggio del mondo civile,

morente alla frontiera.

In tua assenza è l'incontro con i forestieri

più neri dei corvi

più bianchi dei cigni.

Tu sei senza archi

sei una lumaca molle.

Non faccio resistenza

sono sordamente epilettica,

il mio freddo gravita nell'orbita solare

fuori campo in questa scena.

Non toccarmi con forza

nel lago del sogno della di lui promessa terra desolata

sono promessa sposa nel fondale marino di un bordello:

immancabile è la vertigine,

lo stile appreso è il giusto spavento.

 

 

La posizione della Sicari si differenzia nettamente dalla linea di pensiero espressa da riviste quali «Pratopagano» e «Braci», la prima diretta da Gabriella Sica e, la seconda che riuniva poeti come Gino Scartaghiande, Beppe Salvia, Giselda Pontesilli, Claudio Damiani i quali teorizzavano e praticavano una poesia della «natura», una sorta di ritorno ad una vita aurorale e rurale, a un «primitivismo» privo di tutti gli eccessi della società dell’affluenza (come si diceva allora), o del benessere (come si dice oggi). Il ritorno alla poesia di Orazio, alla chiarezza e alla misura del verso del latino, forniva la sponda teorica di quel ripiegamento nostalgico alla idealizzazione dello stato di natura propria del circolo di «Pratopagano». Alla fine degli anni Ottanta si situa anche un’altra esperienza culturale particolarmente significativa: la collaborazione, in qualità di segretaria di redazione, alla rivista «Arsenale», che contava tra i suoi redattori Gianfranco Palmery Francesco Dalessandro e Valerio Magrelli, impegnata in un tragitto di transizione tra la fine del riflusso della «parola innamorata» da una parte e i rigurgiti della «poesia della contraddizione» dall’altra, in direzione di una poesia attenta ai dati del concreto-sensibile.Se teniamo presente che la data di pubblicazione dell’antologia La parola innamorata è il 1978, possiamo considerare il decennio che segue come un momento di naturale riflusso, un riflusso che risponde al normale avvicendamento delle poetiche e degli indirizzi di poetica che si succederanno dopo il 1978. Dopo il decennio di scritture post-sperimentali, di scritture della «contraddizione», della «contestazione» che avevano caratterizzato gli anni Settanta, la Sicari si presenta, nel 1986, con un libro: Decisioni, un titolo assolutamente deciso, in controtendenza rispetto alle idee che all’epoca circolavano intorno alla funzione della poesia e al «ruolo» del poeta. 

 

 

Decisioni è un libro forte, intenso, magmatico, dove la parola poetica si presenta costipata e compressa, intubata all’interno di versi lunghi, eccedenti la normale misura di un endecasillabo, ridotto a mera traccia, ad orma mnestica. Il discorso poetico di Decisioni è strutturato come una falange macedone per la quantità e la qualità della densità di parole agglutinate e giustapposte, per il fittissimo reticolato «decisionale» delle significazioni ivi compresse.. La «parola» della Sicari è «politica» in un senso nuovo e molto diverso da quello invalso negli anni Settanta; per la poetessa romana la parola poetica deve riappropriarsi di una funzione «politica» ma esclusivamente nel campo suo proprio, nel demanio della scrittura poetica. Non è a caso che la Sicari citerà più volte una frase di Osip Mandel’stam secondo il quale scopo «del poeta lirico è scambiare segnali con Marte». Il poeta russo dirà che la poesia del futuro sarà una «poesia da camera». La riflessione mandel’stamiana fornirà alla Sicari una sponda per il suo pensiero di una poesia che fosse, al contempo, «poesia da camera» e «poesia lirica» di tipo nuovo. Una poesia lirica che intenda comunicare con qualcuno che dimora sul pianeta Marte non significa una poesia disimpegnata, che si disinteressa del concreto-quotidiano, anzi l’intendimento della Sicari sarà proprio quello di fare una poesia ad alto tasso di investimento «oggettuale»; l’obiettivo non è creare una poesia astratta o non attenta al concreto-sensibile. Può sembrare una contraddizione pensare ad una poesia che abiti contemporaneamente due mondi sconosciuti e inconciliabili dove il poeta manda dei segnali simili ai segnali di fumo con i quali comunicavano, in tempi arcaici, i membri dei clan totemici, ma non è così, anzi, una poesia che intenda comunicare tra due mondi sconosciuti, segna una concreta novità di pensiero poetico in anni in cui parlare di segnali da scambiare con Marte poteva sembrare una provocazione, in anni  di transizione quali sono stati gli anni Ottanta. La Sicari non mette più al centro delle proprie ricerche un concetto di poesia incentrato sulla prevalenza del significante rispetto al significato ma sposta decisamente il baricentro sul significato in rapporto ad altro significato, sulla singola parola assiepata, costretta, costipata accanto ad altra parola: è un espressionismo significazionista quello della Sicari che in quegli anni si muoverà in consonanza con altre direzioni di ricerca che vedranno un’altra rivista romana impegnata in direzione di una poesia «significazionista», con il dichiarato obiettivo di una «stabilizzazione del significato», come perseguito dal quadrimestrale: «Poiesis» (1993 - 2005), che conta tra i suoi redattori, oltre chi scrive, Giuseppe Pedota, Maria Rosaria Madonna e Laura Canciani, con saltuarie collaborazioni di altri poeti di area romana, impegnata nella ricerca di una «poesia significazionista», aderente al significato delle parole.

Capire il contesto problematico in cui si muove Giovanna Sicari è molto importante al fine di pervenire ad una storicizzazione dei suoi risultati estetici.  Come si vede dalle date di pubblicazione, le prime tre opere si collocano all’interno di dieci anni, tra il 1986 e il 1995, in una fase di transizione e di stabilizzazione verso quella che vorrei chiamare «poesia significazionista». 

 

 

Decisioni è del 1986, Ponte d’ingresso del 1988, Sigillo del 1989 e Uno stadio del respiro del 1995. Nel 2003 esce Epoca immobile, che è un po’ la continuazione del discorso sulla «parola» delle prime tre raccolte, che segna anche una decisa evoluzione del suo stile: ora la dizione è come rallentata, si è acquietata in un giro largo della frase, il tono si fa meditativo, le parole non si assiepano più con la forza percusiva delle raccolte sorta di pacificazione da quello stato di belligeranza fonica totale delle prime tre raccolte. Nel 2006 uscirà, postuma, la raccolta completa delle poesie di Giovanna Sicari per i tipi di Empiria di Roma Poesie 1984-2003. 

 

 

Non ho che cosce dure e capelli di ferro, l’amore è una risata

sarcastica, l’amore dal petto caricato di un prestigiatore

attende che il petto sia una mareggiata

che arrivi alla gola e bussi e crepi.

 

 

Nel testo citato è chiaro che il genere è quello della poesia di confessione ricevuta in eredità dalle Variazioni belliche e da La libellula di Amelia Rosselli ma qui ciò che importa è il trattamento cui la poesia di confessione è sottoposta: la qualificazione delle immagini, la loro selezione, l'omogeneizzazione linguistica oscillante tra il surreale e l’onirico, tra il metareale e l’iperrealistico. Siano sufficienti alcune brevi citazioni di incipit tratte a caso:

 

 

 «Sognavo che ero morta e camminavo / l’ignoto scandiva impeti e campane»; «Con l’energia dei soldati ascolto il canto sfrenato / che arriva, che s’ode dalle crepe dei muri / respiro che crea un ingorgo!»; «Le sorelle mute per tutta la notte mi vegliarono»; «Dalla notte non venivano voli ma tele di ragni e canti di uccelli / risate da cani mentre giovanotti si tuffavano nella piscina» (da Sigillo, 1988). 

 

 

Le azioni (ma parlare di azioni è quasi una forzatura, giacché in questa poesia non avvengono azioni di sorta), sono come a contatto di un reagente chimico, l’io poetico «parla», immerso in un clima di ostilità,  di minaccia, di scherno, di derisione, di avventura picaresca e di intimità familiare; le «azioni», dicevo, sono delle vere e proprie «inazioni». Una poesia esternamente tutta «passiva» ed internamente tutta «reattiva», irriflessa, popolata di «soldati», «divise militari», «bombe al napalm», «fotogrammi osceni», «dove il vento nemico contagia i sordi», dove coabitano «Marlene, Gilda, Cleopatra», «banditi e rivoluzionari», occhieggiano « vampiri», un vero e proprio «inferno» «di cui gli uomini non sanno nulla»; tutta una nomenclatura che parteggia per una belligeranza totale di tutto contro tutti, in una indefinibile commistione di incomunicabilità e indecifrabilità, di tolleranza e di ribellismo esistenziale, rigurgiti di conflittualità e di amicalità, di ipotassi e di paratassi. Il senso finale del lettore è di dispersione labirintica prima ancora che semantica, ontologica.

La poesia della Sicari costituisce un esempio emblematico di un'età di transizione che si situa tra la fine del tardo moderno e il post-moderno propriamente detto. 

 

 

Possiamo affermare che a metà degli anni Novanta è percettibile presso la poesia più avvertita che ci si avvia in un’epoca di transizione stilistica che conoscerà la crisi della «forma-poesia». Ma questa è già storia dei nostri giorni.

 

 

Nella poesia di Giovanna Sicari la «parola» è già metafora e quest’ultima si presenta come un vettore in movimento verso la significazione auto-dislocantesi. Il «significato» della metafora della Sicari risiede nel movimento del vettore-parola. Fintanto che c’è movimento c’è l’avvistamento del «significato», e se c’è in vista, dentro l’orizzonte di attesa del destinatario un «significato» attingibile, ecco che la «parola» inizia il movimento. Il nomadismo della «parola» è il motore immobile di questa ricerca costante del «significato». Il senso complessivo, ultimo, sarebbe la «risultante» di tutti i «significati» attinti e mai raggiunti, mai posseduti. Nella poesia della Sicari avviene una continua «perdita»: la «parola» insegue se stessa attraverso le innumerevoli facies delle sue «configurazioni». I suoi mutamenti possono essere identificati attraverso le innumerevoli «personificazioni» della parola, le innumerevoli stazioni di sosta lungo i binari di una fuga perpetua. Lungo i binari di una perdita perpetua. Lungo i sentieri di una dimora linguistica manifestamente ostile. La «parola» attinge le «personificazioni» come configurazioni formali del «significato». È una rincorsa affannosa di un qualcosa che sfugge continuamente. Come la chiama la Sicari: «la lingua degli angeli», la lingua immutabile perché interamente significazionista, che conosce soltanto la beata dimora del significato. 

 

 

Parlo dalle vette la lingua degli angeli 

guastami nella corrente 

non ho che mare di fogliame gremito 

se afferro le cose – non si tratta qui di salvezza - 

uno per uno attendono 

sono fermi, incitano alla disfatta 

diventa giorno diventa acqua la materia del tempo, 

se afferro le cose è per la nascita, per la liberazione 

degli esiliati  

 

 

(da Uno stadio del respiro, 1995).

 

È sorprendente che proprio negli anni in cui «Poiesis» tentava la teorizzazione di una poesia «metafisica» (il Manifesto della Nuova Poesia Metafisica è del 1995), lo stesso anno di pubblicazione della poesia sopra citata, in quegli anni la Sicari fosse impegnata anche lei in direzione di una poesia «significazionista» e «metafisica». Le date non sono mai casuali ed è impossibile smentirle. Era, quella della Sicari, una poesia di difficile ricezione, ostica, quasi impenetrabile, che da taluni veniva scambiata per eccessiva, addirittura ingenua, o disarmata, e quindi periferica, se non addirittura «laterale». Una poesia non in linea con i dettami impliciti della poesia istituzionale. 

Se andiamo a leggere i testi del primo libro, ci accorgiamo che  la Sicari si muoveva in controtendenza, seguendo quello che era un percorso obbligato dettato dalla sua poetica, dalla sua etica, dalla sua scelta estetica e dalla sua sensibilità. Tutto ciò in un momento in cui il «minimalismo», nelle sue varianti romana e milanese,  nella sua inarrestabile marcia trionfale verso un epigonismo di maniera, sembrava aver dissolto tutti gli argini e gli ostacoli e si poneva quale unico «modello istituzionale» della poesia contemporanea, quale parametro di riferimento delle ricerche poetiche in corso. 

 

 

Una poesia intensa, febbricitante e pulsante ad alto quoziente di combustibile. La prematura scomparsa della poetessa romana, sanziona un discorso «interrotto», ci dà l'opportunità di ricostruire la geografia poetica degli anni Novanta, per poterne comprendere le ragioni che stavano al fondo della crisi della forma lirica.

 

 

 

 

 

 

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