POESIE SCELTE di Mark Strand - da "L'uomo che cammina un passo avanti al buio" La metafisica del quotidiano, traduzione di Damiano Abeni con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Mark Strand (nato l'11 Aprile 1934) è un canadese-americano nato poeta, saggista e traduttore.  Dal 2005-06, è stato un professore di inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University. 

 Mark Strand è nato nel Summerside Prince Edward Island, Canada.  I suoi primi anni sono stati spesi in Nord America, mentre gran parte della sua adolescenza è stata trascorsa in Sud e Centro America.  Nel 1957, ha conseguito la laurea, Strand ha poi studiato pittura con Josef Albers presso la Yale University , nel 1959 tramite una borsa di studio Fullbright , ha studiato la poesia italiana dell'Ottocento in Italia durante il 1960-1961.  Ha frequentato i workshop Writers Iowa presso la University of Iowa e l'anno successivo  ha conseguito un Master of Arts nel 1962. Nel 1965 ha trascorso un anno in Brasile come Fulbright Lecturer. 

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

 Molte delle poesie di Mark Strand sono incardinate nel tema della innominabile nostalgia dell'uomo contemporaneo, una nostalgia che non può essere detta o rivelata senza tradire la nominazione. L'Itaca dell'uomo contemporaneo è il senso di quella antica nostalgia che è stata dimenticata, la nostalgia che sta prima dell'estraneazione, in quella zona franca che non fa più parte della storia individuale e neanche della storia dei nostri sogni: una dimensione, appunto, innominabile, intransitabile a ritroso, ma neanche percorribile in avanti, circondati come siamo da un buio fitto che non consente di riconoscere una direzione. Nella  poesia di Strand si trova tutto ciò che il poeta ha frequentato nella sua vita: le baie, i campi, barche, gli appartamenti grigi e anonimi negli agglomerati urbani etc e i pini e i sogni della sua infanzia su Prince Edward Island.  Strand è stato paragonato a Robert Bly nel suo uso del surrealismo, ma la vera origine del suo surrealismo del quotidiano gli deriva piuttosto dalla attenta lettura iconografica della pittura di Marx Ernst, Giorgio de Chirico e René Magritte. Una poesia dunque che si nutre dell'arte figurativa, una traduzione e una riconfigurazione di quella iconografia nella poiesis. Le poesie di Strand raffigurano la crisi esistenziale della middle class intellettuale americana, le sue nevrosi, i suoi tic, i suoi luoghi convenzionali, utilizzano un linguaggio diretto, colloquiale e concreto, una sintassi regolare, un verso ampio di origine narrativa privo di rime e di un metro riconoscibile ma non per questo meno musicale.  In una intervista del 1971, Strand ha detto, «Mi sento molto una parte di un nuovo stile internazionale che ha molto a che fare con la semplicità di dizione, un certo affidamento sulle tecniche surrealiste, e un elemento narrativo forte.» 

 

Se potessi dare un consiglio a chi intende scrivere poesie in italiano, invece di frequentare (il cui  profitto è problematico) le scuole di scrittura creativa, gli direi di leggere e compitare le 392 pagine di questa vasta antologia delle poesie di Mark Strand, gli consiglierei di adottare le medesime tematiche e le medesime procedure tecniche e linguistiche. Sarebbe un ottimo metodo per imparare a «fare» una poesia moderna. E sarebbe un’ottima scuola. Insomma, vorrei consigliare a tutti i lettori di prendere a modello il tipo di scrittura di Mark Strand, di imitarne il metodo di narrazione e di esposizione dell’oggetto. Sarebbe una formidabile scuola di scrittura creativa.

 

Mark Strand è un americano e, come tutti gli americani, preferisce la via diretta all’oggetto piuttosto che la via indiretta. Strand ama lo stile dichiarativo, la proposizione dichiarativo-comunicativa. Va per la semplicità assoluta (che è cosa ben diversa dal semplicismo!) verso le cose, usa verbi elementari (ma efficaci) coniugati nelle declinazioni che la sintassi richiede e reclama, non ama affatto giustapporre il proprio «io» (con tutte le sue intermittenze) al di sopra, o al di sotto, o di lato alle tematiche prese ad oggetto. Strand ama gli oggetti, ama le cose e, di conseguenza, va per la linea più diretta verso di essi, non tentenna mai, non diverge, non arzigogola, non bara (come molti poeti italiani contemporanei invece fanno) invertendo le immagini, i verbi e le relazioni causali tra le azioni e le cose. In breve, direi che qui c’è da imparare a iosa. E così, consiglio la lettura della poesia di Strand a tutti i poeti che vogliano migliorare le proprie prestazioni letterarie e a tutti i lettori intelligenti.

 

Sorprende, in questa poesia, la capacità che ha il poeta americano di creare soluzioni impreviste agli sviluppi delle situazioni tematiche. La lezione di Wallace Stevens è stata ben digerita, così come anche quella di Witman. Sono i luoghi, nella loro concretezza e precisione, il loro essere qui ed ora, a rivelarci i loro segreti reconditi. I luoghi in quanto attraversati dall’esistenza, gli oggetti in quanto attraversati dalla temporalità, la temporalità in quanto intersecata e attraversata dal tempo. Inoltre, tutti i luoghi rimandano, all’indietro, al luogo originale, al luogo-metafora e metafisico, al luogo «simbolico» È questa la linea di demarcazione tra la scrittura poetica di Strand e i minimalisti ingenui, i quali sconoscono e disconoscono del tutto la questione «simbolica». Di rara ed icastica precisione sono gli «oggetti», tutti nitidamente delimitati e come scolpiti e circoscritti nella quotidianità (e anche banalità) del loro aprirsi. Il traduttore a volte genericizza in italiano quello che invece nella lingua inglese è plastico, chiaro e preciso, ma non è una pecca del traduttore, hanno qui un peso preponderante le diverse caratteristiche delle due lingue, la diversa misura di plasticità delle espressioni idiomatiche.

 

Una lezione da prendere da Strand è la sua assoluta fedeltà alle parole e, di conseguenza, alle cose,  l’assoluto rispetto del loro valore lessicale e metaforico della lingua. Il poeta americano ha una andatura ritmico-sintattica controllata, evita  ogni eccesso linguistico e tonale, le presunte ustioni del cuore, i bruciori, le ferite, i languori etc… non persegue una direzione ma, nella sua poesia, tutte le direzioni sono possibili, contemporaneamente; la sua poesia abita, sì, i contorni fissi, nitidi degli oggetti ma è sempre problematica, aperta alla problematicità della middle class che vuole raffigurare. La problematicità del discorso poetico viene risolta da Strand  con una poesia che si dispiega in strofe molto lunghe o in una unica strofa dall'andamento prosstico; la reiterazione, la ripresa e l’anafora sono gli espedienti poetici di base della sua poesia, che rimane, sostanzialmente, una operazione «ottica», dell’occhio che guarda (non un occhio contemplativo ma un congegno ottico che insegue gli oggetti). Poesia che è attratta dagli oggetti come un magnete, che è interamente attraversata dalle micro fratture telluriche delle situazioni esistenziali rappresentate.

Riguardo al titolo del suo libro, dirò che il poeta americano ha ben chiaro in mente che la poesia ha a che fare con il «futuro», con l’«ignoto» più che con il «presente», nell’accezione invalsa in Guido Ceronetti  il quale ha affermato che «chi pretende di dare certezze sul futuro è un “assassino”» (Corriere della sera del 24 dicembre 2010). I personaggi di Strand sono come immersi in un flusso che conduce (inevitabilmente) verso il «futuro», cioè verso l’«ignoto». Quella di Strand è una poesia che ha un progetto per il futuro: l'indeterminazione e l'anonimia del modo di vita della middle class, l'instabilità e l'aleatorietà della sua dimensione psichica. In lui non c'è nessuna dimensione sovramondana. Direi che Strand ha chiara in mente la funzione del discorso poetico nel mondo a tecnologia avanzata. Infine, una nota sul titolo: L’uomo che cammina un passo avanti al buio è propriamente il poeta, colui cioè (a scanso di esaltazioni mistiche) che, pragmaticamente, «fa» la poesia al pari di colui che la poesia la legge.

 

Scrive Rosanna Warren:

«il protagonista di Strand è un “io”, un personaggio che si sottrae al paesaggio. È una poesia semplice come un teorema, eppure inesauribilmente misteriosa. Come interpretare la reiterata auto asserzione […] che cancella il sé? Forse l’“io” è incorporeo come l’aria di cui prende il posto […] nel suo connubio di astrazione filosofica e linguaggio americano contemporaneo, il poema modula e incarna la riduzione che onora, spostandosi da un “campo” a “campo”, operando espansioni e contrazioni minime alla lunghezza dei versi e consegnando il proprio vuoto all’aria, perché lo riempia dopo ogni strofa».

 

Strand osserva il quotidiano con un occhiale mitologico, con un occhio strabico osserva il rovescio che abita l'altro luogo dello spazio; l’io che afferma è lo stesso che nega e rinuncia, che esce da sé e si arresta sui detriti di ciò che resta dell'io: «Mi svuoto dei nomi degli altri. / Mi svuoto le tasche. / Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada»; e ancora: «Adagio esco ballando dalla cassa in fiamme della mia testa. / E chi non è nato e rinato di continuo in paradiso?».

L’io che sta «diventando orizzonte» è una illusione ottica: «lei guardava fisso… / non me, ma oltre me, uno spazio / che poteva essere colmato da qualcuno / che ancora doveva arrivare». (Specchio)

In un’intervista di Luigia Sorrentino, Strand resta sul piano di una prosaica sobrietà:

«Non posso definire la mia poesia. Non credo spetti a me. Di certo ci sono certi temi che si ripetono nella mia poesia, aspettative, attesa, delusione, il buio che avanza, tuttavia quando scrivo non ho in mente niente di tutto questo. Non considero il mio lavoro nella sua totalità, mai, ma considero le singole poesie mentre ci sto lavorando. Poi una volta che ho scritto la poesia, non ci penso più. Me ne sbarazzo. E inizio un’altra poesia. Se avessi pensato di avere dei temi sui quali dovevo ritornare ancora e ancora, mi sarei sentito paralizzato. Sarei stato prigioniero di una nozione astratta di ciò che stavo facendo. Sarebbe stata la mia morte. […]».

 

Altrove su “Il sole 24ore” del 3 luglio 2011, con un elzeviro dal titolo Ritrovarsi sull’isola dei poeti, egli scrive: «È una cosa curiosa: la vita che conduciamo ci consente solo di rado di fermarci a riflettere su ciò che abita nel nostro corpo e, di conseguenza, possiamo diventare così estraniati da noi stessi da aver poi bisogno della poesia per ricordarci che cosa si prova a esser vivi. La nostra abitudine a pensarci in relazione agli altri e a giudicarci in base a come agiamo in un contesto sociale ci rende più vicini allo spirito della narrativa: il comportamento esteriore è più facile da osservare, può essere percepito immediatamente, ed è quindi più semplice giudicarlo. […]».

 

Scrive Luigi Sampietro su “Il sole 24ore” del 17 luglio 2011, in una interessante recensione alle poesie del poeta americano apparse qualche anno fa per Mondadori: Strand «è un detective metafisico che si sofferma sulle tracce di chi — o di ciò– che ora, qui, è assente e non si vede, ma che deve pur esserci o esserci stato. V’è un lato enigmatico, per non dire enigmistico — oltre che, ben inteso, umoristico, — in taluni momenti della sua poesia».

Con le parole di Strand: «Da qui sgorga la poesia: abitiamo in un posto / che non è nostro, e, soprattutto, non è noi». Sempre con le parole di Strand, veniamo a conoscenza del perché e del quando un poeta cessa di scrivere: 

 

«Cara Henrietta, visto che sei stata tanto gentile da chiedermi perché non scrivo più, farò del mio meglio per risponderti. Ai vecchi tempi, i miei pensieri sfavillavano come minuscole scintille nel buio quasi assoluto della consapevolezza e io li trascrivevo, e pagina dopo pagina risplendeva di una luce che dichiaravo tutta mia. Sedevo alla scrivania, sbalordito da ciò che era appena successo. E perfino mentre guardavo le luci affievolirsi e i miei pensieri divenire piccoli mausolei senza alcun senso nel lucore residuo di tanta promessa, restavo ancora sbalordito. E quando scomparivano, com’era inevitabile, io ero pronto a ricominciare, pronto a restare seduto al buio per ore ad aspettare anche un’unica scintilla, nonostante sapessi che non avrebbe quasi per nulla emesso luce. Quello di cui non mi ero reso conto allora, ma di cui mi rendo conto fin troppo bene adesso, è che le scintille portano dentro di sé il desiderio di essere sollevate dal fardello della lucentezza. Ed è per questo che non scrivo più, e che il buio è la mia libertà e la mia contentezza» (Una lettera da Tegucigalpa).

 

 

da Mark Strand "L'uomo che cammina un passo avanti al buio" (Poesie 1964-2006) Oscar Mondadori, 2007, pp. 392 € 15 - traduzione di Damiano Abeni

 

 

 

The tunnel

A man has been standing

in front of my house

for days. I peek at him

from the living room

window and at night,

unable to sleep,

I shine my flashlight

down on the lawn.

He is always there.

 

After a while

I open the front door

just a crack and order

him out of my yard.

He narrows his eyes

and moans. I slam

the door and dash back

to the kitchen, then up

to the bedroom, then down.

 

I weep like a schoogirl

and make obscene gestures

through the window. I

write large suicide notes

and place them so he

can read them easily.

I destroy the living

room furniture to prove

I own nothing of value.

 

When he seems unmoved

I decide to dig a tunnel

to a neighboring yard.

I seal the basement off

from the upstairs with

a brick wall. I dig hard

and in no time the tunnel

is done. Leaving my pick

and shovel below,

 

I come out in front of a house

and stand there too tired to

move or even speak, hoping

someone will help me.

I feel I'm being watched

and sometimes I hear

a man's voice,

but nothing is done

and I have been waiting for days.

 

 

 

Il cunicolo

 

Un uomo sta fermo
davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
È sempre lì.

Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.

Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.

Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino del vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,

sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.

da “Dormendo con un occhio aperto” (1964)

 

 

 

From the Long Sad Party

from "The Late Hour"

 

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We begin to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away. 

 

 

 

Dal lungo party triste

da "The Late Hour"

 

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell'esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n'era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane. 

 

 

 

Keeping Things Whole

from "Sleeping with one eye open"

 

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body's been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole. 

 

 

 

Tenendo le cose assieme

da "Sleeping with one eye open"

 

In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose. 

 

 

 

What it was

from "Blizzard of one"


I

It was impossible to imagine, impossible
Not to imagine; the blueness of it, the shadow it cast,
Falling downward, filling the dark with the chill of itself,
The cold of it falling out of itself, out of whatever idea
Of itself it described as it fell; a something, a smallness,
A dot, a speck, a speck within a speck, an endless depth
Of smallness; a song, but less than a song, something drowning
Into itself, something going, a flood of sound, but less
Than a sound; the last of it, the blank of it,
The tender small blank of it filling its echo, and falling,
And rising unnoticed, and falling again, and always thus,
And always because, and only because, once having been, it was...

II

It was the beginning of a chair;
It was the gray couch; it was the walls,
The garden, the gravel road; it was the way
The ruined moonlight fell across her hair.
It was that, and it was more. It was the wind that tore
At the trees; it was the fuss and clutter of clouds, the shore
Littered with stars. It was the hour which seemed to say
That if you knew what time it really was, you would not
Ask for anything again. It was that. It was certainly that.
It was also what never happened - a moment so full
That when it went, as it had to, no grief was large enough
To contain it. It was the room that appeared unchanged
After so many years. It was that. It was the hat
She'd forgotten to take, the pen she left on the table.
It was the sun on my hand. It was the sun's heat. It was the way
I sat, the way I waited for hours, for days. It was that. Just that.

 

 

Cos'era da "Blizzard of one"

 

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l'ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l'oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un'alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era...

II
Era l'inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l'ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz'altro era quello.
Era anche l'evento mai avvenuto - un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande

da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s'era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

Black sea

from "Man and camel"

One clear night while the others slept, I climbed
the stairs to the roof of the house and under a sky
strewn with stars I gazed at the sea, at the spread of it,
the rolling crests of it raked by the wind, becoming
like bits of lace tossed in the air. I stood in the long
whispering night, waiting for something, a sign, the approach
of a distant light, and I imagined you coming closer,
the dark waves of your hair mingling with the sea,
and the dark became desire, and desire the arriving light.
The nearness, the momentary warmth of you as I stood
on that lonely height watching the slow swells of the sea
break on the shore and turn briefly into glass and disappear...
Why did I believe you would come out of nowhere? Why with all
that the world offers would you come only because I was here?

 

 

Mare nero

da "Man and camel"

 

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

 

 

The Remains

from "Darker"

 

I empty myself of the names of others. I empty my pockets.
I empty my shoes and leave them beside the road.
At night I turn back the clocks;
I open the family album and look at myself as a boy.

What good does it do? The hours have done their job.
I say my own name. I say goodbye.
The words follow each other downwind.
I love my wife but send her away.

My parents rise out of their thrones
into the milky rooms of clouds. How can I sing?
Time tells me what I am. I change and I am the same.
I empty myself of my life and my life remains. 

 

 

Ciò che resta

 

Mi svuoto del nome degli altri. Mi svuoto le tasche.

Mi svuoto le scarpe e le lascio sul ciglio della strada.

Di notte metto indietro gli orologi;

apro l'album di famiglia e mi guardo bambino.

 

A che giova? Le ore hanno fatto il loro dovere.

Dico il mio nome. Dico addio.

Le parole si inseguono nel vento.

Amo mia moglie ma la caccio.

 

I miei genitori si alzano dai troni

nelle stanze delle nuvole. Come posso cantare?

Il tempo mi dice ciò che sono. Cambio e resto lo stesso.

Mi svuoto della mia vita e rimane la mia vita.

 

 

A piece of the storm

from "Blizzard of one"

 

From the shadow of domes in the city of domes,
A snowflake, a blizzard of one, weightless, entered your room
And made its way to the arm of the chair where you, looking up
From your book, saw it the moment it landed. That's all
There was to it. No more than a solemn waking
To brevity, to the lifting and falling away of attention, swiftly,
A time between times, a flowerless funeral.


No more than that
Except for the feeling that this piece of the storm,
Which turned into nothing before your eyes, would come back,
That someone years hence, sitting as you are now, might say:
It's time. The air is ready. The sky has an opening. 

 

 

Frammento di tempesta

 

Dall'ombra delle cupole nella città delle cupole,

un fiocco di neve, tormenta al singolare, implacabile,

è entrato nella tua stanza e si è fatto strada fino al bracciolo

della poltrona dove tu, alzando lo sguardo

dal libro l'hai scorto nel'attimo in cui si posava. Tutto qui.

Niente altro che un solenne svegliarsi

alla brevità, al sollevarsi e al cadere dell'attenzione, rapido,

un tempo tra tempi, funerale senza fiori. niente altro

se non per la sensazione che questo frammento di tempesta,

fattosi niente sotto i tuoi occhi, possa ornare,

che qualcuno tra anni e anni, seduta come adesso sei tu, possa dire:

«È ora. L'aria è pronta. C'è uno spiraglio nel cielo».

 

 

 

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