QUATTRO POESIE di Kikuo Takano (1927-2006) tradotte da Yasuko Matsumoto e Renato Minore,  Commento di Giorgio Linguaglossa -  Il Giappone degenerato in "piccola America", con una intervista di Renato Minore

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

«Scrivere poesie vuol dire innanzitutto soffermarci con uno stupore profondamente fresco di fronte a ciò che esiste. Accettare insieme la molteplicità e la continuità degli esseri. Fissare su di loro lo sguardo fino a quando svaniscono. La poesia è per me l’unica via per incontrare il senso e la bellezza misteriosa dei legami tra gli esseri. Siamo radicati nelle parole e siamo sulla terra per custodirle». E ancora: «Sulla terra, quello che non siamo riusciti a sciogliere e a congiungere, viene di giorno in giorno accumulato e gettato. Per capire il senso di questa Terra, che per noi è unica, dobbiamo anzitutto interrogare il senso fondamentale del nostro essere e del nostro nascere». Parole di Kikuo Takano che rivelano un poeta che procede per interrogazione delle cose, dalle più umili alle più complesse, una continua interrogazione sui misteri che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

 

La poesia di Kikuo Takano è simile a una pittografia, e come la pittografia è silenziosa. Nella sua poesia un grande ruolo è rivestito dal silenzio, un silenzio che proviene da lontano, dalla liberazione dall’egoità, dalla distanza dell’essere dall’io. Takano amava ripetere l’assioma di Heiddegger «pensare sull’essere è scrivere poesie», infatti, non è un caso che la musa di Takano parta dalla auscultazione dell’essere dell’ente uomo, e non è un caso nemmeno che il poeta giapponese se ne sia stato per venti anni in silenzio, negli anni Sessanta e Settanta quando qui da noi in Europa imperversava la moda dello sperimentalismo. L’invasione delle parole superflue dello sperimentalismo lo aveva reso muto.

 

Crollata quella moda, Takano ha ripreso a scrivere poesie. Una poesia che proviene dal Vuoto e dal Silenzio. Takano nomina sempre direttamente la «cosa», l’esperienza che proviene o dal passato remoto o dal presente, perché il tempo cronometrico per lui è una convenzione buona per regolare la vita degli esseri umani. I suoi temi sono il suo tempo. I suoi temi sono presto detti: un burattino che agita le braccia, «un pazzo di mezza età», un giocattolo sventrato, un ferro ricurvo, un aquilone spezzato, la solitudine del cigno, le mani, una bambina morta che ritorna nel sogno, i bambini che salutano da un torpedone agitando le mani, etc., quanto di più prosaico e quotidiano vi possa essere, ma quello che fa la differenza è il trattamento degli oggetti e dei personaggi, un trattamento diretto che ricorda le linee dei maestri zen, un tracciare con dei gesti precisi e improvvisi delle linee sulla carta. Linee significative, piene di senso, ancorché di un senso povero e tribolato, che coglie di sorpresa il lettore. E poi, il dolore, anche il dolore è come circonfuso dalla prosaicità e dalla facilità con cui avviene, in modo inconsapevole, improvviso, senza ragione. Ma è dall’esperienza del dolore, dall’esperienza del vuoto, dall’esperienza della seconda guerra mondiale e della successiva società di massa del Giappone moderno, che proviene questa poesia così flebile e fragile, ancorché temprata nel tempo e nel dolore.

Forse, ad un lettore di oggi la poesia di Takano potrà sembrare fuori moda o fuori tempo o fuori degli schemi, ma è il tempo e la moda ad essere fuori dal mondo, non certo la poesia di Takano.

 

 Takano, nella sua poesia risuona quella schiettezza lucida e distaccata che si legge nei versi di Eliot: un suo maestro?

 

«Sì, lo considero un maestro della mia poesia. Ho letto le sue poesie tradotte in giapponese, La terra desolata e I quattro quartetti. Soprattutto questi ultimi mi hanno dato una profonda emozione. Ricordo ancora i quattro versi del Little Godding: "Mai cesseremo di esplorare/ e alla fine dell'intera esplorazione/ arriveremo dove siamo partiti/ e conosceremo per la prima volta quel luogo"». 

 

Quanto ha influito la tradizione Zen nel suo lavoro? 

 

«Da noi si dice che ci siano una trentina di modi per definire lo Zen. Io penso che lo Zen sia una modalità di attesa molto fervida per rinunziare a se stessi. Quando viene annullato l'ego, il vuoto è riempito dalla saggezza di Buddha. Mi ha sempre affascinato la parola di un maestro: "Se batto le mani giunte, emettono suono. Da quale mano è prodotto questo suono e quale produrrà quello generato da una sola mano?"». 

 

E le letture di Heidegger e Montale?

 

 «Per quanto riguarda Heidegger, mi ha sempre emozionato il modo con cui egli tentava di dirci, senza scegliere, il silenzio sulle cose inesprimibili. Ho avuto la spinta dalla sua parola "pensare sull'essere è scrivere poesie". Di Montale vorrei ricordare, Cri salide. Il poeta parla del tempo doloroso della crisalide avvizzita. In realtà è essenziale il tempo in cui scorre la vita, i giorni in cui la vita muta. Sembra di sentire in questi versi come un'eco: continuiamo a porci la domanda sul nostro "dove anche se ci troviamo immersi nel dolore più profondo"». 

 

La musica è stata una componente importante del suo lavoro. Quanto e in che misura ha influito sulla sua poesia?

 

«Per Valéry "la poesia dovrebbe aspirare allo stato della musica". Nel mio caso non è stato così. Tra chi amava la mia poesia c'erano musicisti che hanno composto musica vocale e corale con i miei versi. La musica mi ha dato le ali invisibili che mi hanno permesso di volare, confortandomi con dol cezza in un difficile momento quando non potevo andare avanti con le parole».

 

 Lei ha adottato il verso libero, abbandonando gli schemi tradizionali, haiku e tanka. Si è sentito iconoclasta, anti tradizionalista? Quanto deve alla cultura occidentale que sta sua scelta?

 

«Amo i versi come quelli dell' Imperatore Sutodu e di Matsuo Bashò quando scrive "Silenzio alto/frinire di cicale/ penetrale rocce". Tuttavia non mi sono mai avvicinato consa-pevolemente alla poesia in schemi fissi come lo haiku e il tanka. Ho iniziato con la massima naturalezza a scrivere poesie con il verso libero. Era un inevitabile atto espressivo per sopportare la realtà così dolorosa da affrontare dopo la seconda guerra mondiale. Sembrava che soltanto il vuoto tra i frantumi del senso perduto potesse essere accettato con tenerezza nella mia poesia. Poi lo ho abbandonato per scrivere poesie dove più forte è il senso di ricerca sull'essere. Era passato del resto poco meno di mezzo secolo da quando nel 1945 furono tradotte in Giappone le poesie occidentali di ventinove poeti, da Dante a d'Annunzio. Noi giovani siamo corsi dietro ad ogni giardino di poesia europea per cogliere fiori di grande fragranza esotica». 

 

Takano ha lasciato il Giappone di recente: mi incuriosisce la tensione che la lega ai luoghi nati.

 

 «La piccola isola dell'Estremo Oriente dove sono nato è una regione lontana dalla cultura e dall'arte. E anche la mia patria non è più quella di cui uno possa vantarsi. E' il motivo per cui noi giapponesi sogniamo l'Italia, venendo in Italia. Sentiamo l'anima degli uomini che hanno compiuto il glorioso Rinascimento e continuano a farlo vivere tuttora magnificamente. C'è qui una patria di cui l'uomo può essere fiero. Io poi sono molto attratto da Vattimo, il teorico del pensiero debole. Ponendo l'attenzione sul concetto di "kenosis" egli considera ideale il modello della "debolezza". Per lui il nucleo del pensiero cristiano è quello in cui la presenza di Dio non è stata integralmente messa dinanzi ai nostri occhi. E insiste sul fatto che si debba sviluppare il pensiero conforme alla debolezza, invece che vincere la debolezza». 

 

Qualcuno ha scritto che lei riesce a far sembrare familiare una realtà così lontana e così diversa dalla nostra come quella giapponese. Ma è davvero così distante? 

 

«Quando il mio traduttore Paolo Lagazzi ha visitato Tokyo ha detto: "E' una piccola New York!". Ahimé, il Giappone è ormai diventato una piccola America nella confusione e nel la superficialità. La bomba atomica mica non ha distrutto solo Hiroshima e Nagasaki, ma ha distrutto l'anima del Giappone. Qui l'uomo comincia a distruggere se stesso, addirittura rischia di sparire».

 

 Si parla di crescente Asian Power, una sorta di riscossa (economica e sociale) del vostro mondo nei confronti dello strapotere americano. Come considera questa tendenza?

 

«Quando ci penso, mi viene un'ansia profonda per la realtà in cui si sta incorporando il sistema strategico mondiale sullo sfondo di una grossa po tenza militare-economica. Su questa strada il nostro secolo fallisce l'obbiettivo principale, quello per cui l'uomo ritrova l'uomo e approda alla vera causa di rappacificazione. Per svegliare la nostra coesistenza vorrei che questo secolo fosse chiamato "il nuovo secolo rinascimentale".» 

 

C'è un ruolo del poeta nel mondo di oggi che sembra sempre più lontano dall"'ascolto" della poesia? 

 

«Ha scritto Patrizia Cavalli: "qualcuno ha detto/ che certo le mie poesie/ non cambieranno il mondo/ Io rispondo che certo sì/ le mie poesie non cambieranno il mondo". La poesia è sicuramente impotente a cambiare il mondo. Ma non dovrebbe perdere la domanda essenziale, chi siamo e chi dob biamo essere nel mondo. Se la poesia è lontana dall'ascolto forse è perché troppo spesso è diventata un semplice rumore. Il ruolo del poeta nel mondo è in se stesso, nella domanda severa e autentica: "perché scri vo poesia?".

 

E infine, che rapporto ha Takano con i mezzi di comunicazione di massa? 

 

«Io non ho alcun rapporto. Ma credo che ciò che protegge la cultura di alta qualità e la consegna al mondo senza errore è proprio un lavoro altamente qualificato, si potrebbe dire coscienzioso, dei mezzi di comunicazione di massa, quando però questi superano la barriera dell'affarismo e dell'opportu nismo».

 

* Quattro poesie tradotte da Yasuko Matsumoto e Renato Minore

 

Non si sa da dove è arrivato nel villaggio

un tranquillo pazzo di mezza età.

e s'è messo in buona lena

con le shinodake1 a tracciare un recinto

intorno al basamento del tempio.

"Ma che voglia allevarci i polli?"

così si mormorava su di lui.

Ma è bastato assai poco e il pazzo tranquillo

è morto dentro il recinto quasi finito.

 

1 La "shinodake" è una specie di bambù, sottile sia nelle foglie che nelle canne

 

 

da "L'infiammata assenza" cura e traduzione di Yasuko Matsumoto e Renato Minore Edizioni del Leone, 2005

 

Famelico

 

Famelico, anche troppo.

Davvero troppo famelico, come fossi un serpente folle

che azzanna il proprio corpo,

anche quella mattina svegliandomi

mi mordevo selvaggiamente.

 

Povero cristo!

Da dove mi viene tanta fame?

Oh, me sventurato!

 

Tra ciò che assorbo e ciò che perdo,

il conto è pari,

il cerchio si chiude!

 

Ma quel cerchio

a chi è stato dedicato?

Con ostinazione continuo a chiedermi

a chi quel cerchio sia stato offerto.

 

 

Disco

 

Come fossi un disco

vorrei anch'io un solco che precipita

vertiginoso verso il centro.

 

La sua punta potrebbe seguire

al centro la mia vertigine canora.

Potrebbe già rivolgere

il suono verso quel foro

come un piccolo tunnel.

 

ed ecco che la punta

mi spinge verso il centro

con la sua voce canora e mi lascia

vuoto nella vertigine

per non essere pronto

ad essere redento e neppure capace

di capire quel mio turbamento.

 

 

L'Aquilone

 

È davvero inutile

questo mio desiderio di cielo

perché non possiedo ciò che è necessario:

un filo che mi tiene a terra

e la potenza di un vento che sradica...

 

O filo! O vento!

e si potrà mai

decifrare con lo sguardo

l'inestricabile nodo 

che li unisce?

 

ma io non posso rinunziare a me

e quanto mi pesa

ciò che davvero mi manca!

 

 

 

Renato Minore (Chieti, 7 settembre 1944), risiede da oltre trent’anni a Roma. Si è laureato in lettere moderne con Natalino Sapegno e si è specializzato in filoologia moderna. Giornalista professionista dal 1971 presso i servizi giornalistici della RAI, attualmente è il critico letterario de "Il Messaggero". Ha insegnato Teoria e tecniche delle comunicazioni di massa all’Università di Roma.

Come narratore ha pubblicato i romanzi Rimbaud (Mondadori), Il dominio del cuore (Mondadori), Leopardi, l’infanzia le città gli amori (Bompiani). Come poeta ha pubblicato La piuma e la biglia (Almanacco Lo specchio Mondadori), Non ne so più di prima (Edizione del Leone) Le bugie dei poeti (Scheiwiller), Nella notte impenetrabile (Passigli), I profitti del cuore (Scheiwiller). I suoi libri sono stati tradotti in più lingue. Ha scritto per settimanali come "Il Mondo", quotidiani come "la Repubblica", riviste culturali come "Paragone".

La sua attività critica è raccolta nei volumi: Giovanni Boine (La Nuova Italia, 1975), Intellettuali mass media società (Bulzoni 1976), Il gioco delle ombre (Sugarco 1986), Dopo Montale Incontri con i poeti italiani (Zerintya 1993), Poeti al telefono (Cosmopoli 1994), Amarcord Fellini (Cosmopoli, 1995), I moralismi del Novecento (Poligrafico dello Stato 1997) e le serie: Sul telefonino: Il tam tam del terzo millennio (Cosmopoli 1996), Il mondo mobile (Cosmopoli 1997), La piazza universale (1998). Sul divismo: Fragili e immortali, Il divismo all’origine (Cosmopoli 1997), Lo schermo impuro: Il divismo tra cinema e società (Cosmopoli 1998), Il pianeta delle illusioni: Il divismo negli anni Sessanta (Cosmopoli 1999) Eroi virtuali: Il divismo Campiello, l’Estense, il Buzzati, il Flaiano, il Capri, il Città di Modena per la critica.

alle soglie del duemila (Cosmopoli 1999). Sulla comunicazione: Futuro virtuale (Cosmopoli 1995), Rotte virtuali (Cosmopoli 1996), Rotte convergenti (1997), "L'italiano degli altri"(Newton Compton 2010). 

 

 

 

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