VENTI POESIE NORVEGESI di Rolf Jacobsen (1907-1994) con un Commento di Poul Borum - UN POETA MODERNISTA NORVEGESE a cura di Giorgio Linguaglossa

Rolf Jacobsen poeta norvegese (Oslo 1907-Hamar 1994). Precursore del modernismo in Norvegia, esordisce con poesie che si ispirano al frastuono e alle luci al neon delle grandi città, con un lessico sotto tono, umbratile, dimesso, vigile e stringato; in esse viene svolta una acuta riflessione poetica sull'essenza della tecnica moderna e sulla crisi economica e politica degli anni Trenta. Si avverte netta la percezione di una Crisi che diventa il simbolo del pericolo che minaccia la sopravvivenza dell'umanità. Tra le poesie più significative: Terra e ferro (1933), Folla (1935), Il rapido (1951), Vita segreta (1954) e Lettere alla luce (1960), Titoli di testa (1969). Nelle antologie (La quiete dopo, 1965, e Poesie scelte, 1967) Jacobsen esprime il suo pessimismo sul progresso e cerca una soluzione alle angosce dell'uomo. Nella raccolta Attenzione, le porte si chiudono (1972) egli raggiunge una profondità sconosciuta alla sua fase futurista. Tra le opere successive ricordiamo Esercizi di respirazione (1975) e Aperto anche di notte (1985).

 

Scrive il poeta e critico danese Poul Borum che Rolf Jacobsen tenta:

 

«attraverso la percezione immaginativa, di creare un equilibrio tra metafora e mito, cioè tra trasformazione e unità. La sua esperienza fondamentale del mondo (genti, natura, cultura) è la trasformazione, è il parafrasare in immagini, un dire che è come qualcosa d'altro, ma il cui centro è tremendamente statico, è mito. Che questo mito è vuoto è una condizione di base nel modernismo e nel ventesimo secolo. Il vuoto, considerato negativamente, è la stagnazione nel bel mezzo della trasformazione - il timore di Jacobsen circa gli stati transizionali del mattino e della sera; esperiti positivamente, è la immobilità, l'intimo mistico silenzio - la sua coltivazione dell'unità giorno-e-notte. L'ansia è apadroneggiata mediante la precisione dell'immaginazione, e l'eterno è scoperto nell'eternamente transitorio».

 

Il silenzio sta al centro del lavoro di Jacobsen in molteplici sensi... L'uso delle immagini di Jacobsen che evocano potentemente la visione e spesso mediante la collocazione di due figure l'una accanto all'altra, induce il lettore oltre le parole e in un regno del "silenzio". Nonostante marcate differenze di stile, si può dire che il lavoro di Jacobsen anticipa una qualità che Ted Hughes ha rilevato tra i poeti dell'est Europa della generazione seguente (Vasko Popa, Miroslav Holub, Zbigniew Herbert): che essi tendono a "fare significati udibili senza disturbare il silenzio".

Certamente Jacobsen è un poeta con un profondo rispetto sia per il silensio che precede e segue i suoi atti di linguaggio che per il silenzio che inerisce alle cose; le loro innominabili qualità che lo scrittore deve rispettare se i suoi sforzi vogliono produrre qualche senso.

Il modo di Jacobson di presentare non soltanto piante e animali ma oggetti inanimati come se essi fosero dotati di capacità umane di osservazione e sensazione riflette il suo sforzo di scoprire verità non dette circa il suo ambiente e attorno a noi. Vista dall'esterno, questa procedura può essere chiamata semplicemente "personificazione"; e invero quando le poesie falliscono, il metodo può sembrare poco più che un trucco. Ma quando le poesie riescono, esse catturano una strana e delicata qualità, e a volte ci dà la strana sensazione di essere guardati; così è chiaro che Jacobsen è arrivato al nocciolo del suo fare. Il successo non può essere il risultato di una meccanica applicazione di un trucco. Una osservazione di Walter Benjamin ci fornisce un utile modo di pensare il processo e l'impulso che giace dietro di esso: "Per percepire l'aura di un ogetto, noi guardiamo ai modi per collocarlo con la facoltà di guardare a noi di ritorno"

 

Per Poul Borum nella sua elegante descrizione 

"il duplice scopo di Jacobson è stato quello di dare alla sua poesia leggerezza e gravità - dove la prima manca, la poesia fluttua senza obblighi, come una farfalla di carta, e dove la seconda manca, essa affonda nel terreno come non ambigui (satirici o tragici) frammenti del mito. Le poesie più riuscite dei suoi libri potrebbero essere chiamate metafore-miti; esse attingono senza sforzo la nervosa associazione di unità e trasformazione che è la sua esperienza fondamentale."

 

In specie nelle poesie che catturano lo spirito del luogo, possiamo vedere nella ricerca di Jacobsen per l'unità e il suo rispetto per il silenzio come due aspetti della medesima postura [...] tutte queste poesie evocano non soltanto il particolare aroma dei luoghi contemplati, ma una soprastante presenza che dà ad ogni luogo una nicchia in una più larga espansione, proprio come il luogo sembra porsi all'osservatore umano (e al lettore) in uno dei suoi non appariscenti angoli, come una esile figura in una pittura di paesaggio cinese.

[...] La poesia scritta in base a questi principi non è vistosa. Per Jacobsen, le cose sono cose e le parole sono parole. Egli introduce gli oggetti nelle sue poesie in primo luogo perché vuole dire qualcosa su di essi o vuole che il lettore li veda, non perché vuole il suono o il tono delle parole che li nominano.

[...] Per la maggior parte, Jacobsen si accontenta con la "cosalità" delle cose, e similmente con la "wordness" delle parole: egli non usa le parole quali piccole visuali e sonici oggetti divorziati dal significato. Jacobsen è maestro nell'uso delle qualità musicali del linguaggio, e a volte gioca con le parole - spezzandole e ottenendone nuovi significati... ».

 

Commento di Poul Borum da Foreword "The silence afterwards" (traduzione con testo a fronte in inglese dal norvegese) Princeton, New Jersey, 1985

Rolf Jacobsen e il suo contemporaneo Olav H. Hauge sono considerati quali vecchi maestri della moderna poesia norvegese. I primi due libri di Jacobsen passarono inosservati; erano troppo "strani", troppo modernisti sia nei temi (tecnologia) che nella forma (verso libero) per avere un qualche impatto sul milieu letterario conseratore norvegese, e fu solo quando una nuova generazione poetica negli anni Sessanta cercò i suoi predecessori che Jacobsen fu "trovato". Il nuovo Jacobsen che emerge nei libri pubblicati dal 1951 non può in alcun modo esser definito modernista estremo. Egli non è in alcun senso un poeta "letterato", ed è futile cercare influenze, locali o internazionali. Ma non c'è dubbio che il lento cambiamento del clima letterario in Norvegia negli anni Quaranta e Cinquanta sostennero il suo revival, ed egli non è stato soltanto un insegnamento per le nuove generazioni di poeti, ma ha anche appreso da essi.

In un contesto internazionale, Jacobsen appartiene a una generazione di poeti, molti dei quali nati nella prima decade del secolo, i quali pubblicano i loro primi libri negli anni Trenta: Auden e Empson in Inghilterra, George Oppen e gli altri scolari di Williams in America - "obiettività" è anche una parola chiave per comprendere Jacobsen - Drummond de Andrade in Brasile e Gabriel Celaya in Spagna, Pavese in Italia, Milosz in Polonia, Guillevic in Francia, Gunter Eich e Ernst Meister in Germania, Gunnar Ekelöf e Harry Martinson in Svezia. Con l'eccezione di Ekelöf che si sviluppò in uno dei più grandi e originali poeti del secolo, la maggioranza di questi poeti sono meno spettacolari di quelli della grande generazione di modernisti nati negli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento. Essi sono segnati dalla crisi economica e politica degli anni Trenta e la generale reticenza del loro stile può essere vista come una reazione al boom letterario di Ismi degli anni Venti: essi non vogliono essere spettacolari.

Come molti narratori degli anni Trenta, questi poeti tendono verso il "realismo", inclusa una diretta "coscienza sociale" per cui non c'era spazio per le orgie metaforiche dei surrealisti. Per porre Rolf Jacobsen in prospettiva, è utile vederlo in connessione con William Carlos William e D.H. lawrence, ma anche con Brecht e Francis Ponge. L'adorazione delle cose, della "cosalità" di questo mondo, lo accomuna a Williams e Ponge, e la sua cosmica sensualità è Laurenziana, mentre la sua calma ironia è spesso simile a ciò che Brecht chiamava "astuzia".

 

Questo trend realistico della moderna poesia, che coesiste con la più "alta" poesia, è metonimica in senso Jakobsoniano quanto avverso al metaforico, ma deve essere ricordato che Jakobson asserì che entrambi i modi di espressione sono sempre presenti in uno stesso poeta. In Rolf Jacobsen e in molti altri poeti degli anni Trenta si può vedere il loro sviluppo come la scoperta di soluzioni individuali al "problema della metafora".

 

Sono sicuro che la quotidiana pratica giornalistica ha avuto una grandissima influenza sulla sua poesia. (naturalmente le sue poesie non sono "giornalistiche" nel senso brutto e superficiale del termine). La concisione del buon giornalismo sembra avergli insegnato a sviluppare una importante metafora attraverso la poesia. E la sua fedeltà all'essenziale gli ha permesso di creare miti dal suo impegno nel mondo del quotidiano (incluso il suo passato storico e astronomico)

Nella sua quieta insistenza sulle fondamentali qualità della vita, la poesia di Rolf Jacobsen è unica e al tempo stesso profondamente connessa a una consapevole corrente umanistica del modernismo europeo.

 

Crescere verso il basso

 

Quanto più grandi diventano le città
tanto più piccoli diventano gli uomini.
Quanto più alte le case puntano verso le nuvole
tanto più bassi diventano quelli che devono viverci.

A New York sei solo 10 cm.
A Londra e Singapore forse un piede inglese.

E le città crescono sempre più
e la tua vita vale sempre meno.

Presto saremo alti soltanto come ciuffi d’erba,
e potremo essere recisi con la falciatrice
di buon’ora una domenica mattina.
Tu che ne pensi?

 

Pensa a qualcosa d'altro (1979)

 

 

Ci incontriamo

 

Incontrarsi sulla lunga scala mobile
tu sali
io scendo
immobili come due statue
molti dietro di te
molti dietro di me
non ci si guarda
non ci si volta
klapperapp klapperapp klapperapp
dice la scala mobile.

Pensa a qualcosa d'altro (1979)

 

Lentamente

Immagini di terre sconfinate,
fughe di sabbia, bronzei cieli
dureranno fino alla fine dei tempi, il vento
solleva il granello di sabbia e lo posa su un sasso,
la pioggia lo lava via.

Così è il volto della terra tra costellazioni
coperto d’oblio, lento
come pietre è l’agire di Dio con noi,
un giorno verrà come una rosa, un altro come fuoco.
Ogni cosa ha il suo tempo.
Tra mille anni
la lumaca sarà arrivata all’albero.

Vedi una vecchia pioggia camminare curva
sopra la terra della sera
e cercare con mani magre cose dimenticate,
quello cui nessuno bada più: il silenzio nel prato,
mezze parole, frammenti di scoramento, pensieri
che quasi nessuno ha pensato, silenziose
strade d’erba e di sonno che conducono
da tempo a tempo.

Dove troviamo ora
quel che lega cose disperse?
Il sentiero tra le stelle, le vie della bussola
o le linee sulle mani di tutte le fanciulle
che assomigliano al vento tra le rose.

Perché è tardi
presto il fiume porterà via le mie immagini,
pendii di montagne, case riflesse nell’acqua, un volto amato
porterà via, al mare. Tutto sarà cancellato
senza parole e il pianeta si piega
piano verso la notte, verso il giorno.
Da qualche parte il vento mormora già il mattino nei boschi,
da qualche parte il contorno d’un monte scivola lento nella notte.

 

*

 

Qualcuno

 

Qualcuno

si arrampica fuori dalle nostre vite, qualcuno

entra nelle nostre vite

non richiesto e si siede,

qualcuno

passa vicino indifferente, qualcuno

si presenta a te con una rosa,

acquista una nuova macchina

alcuni

sono molto vicini a te, alcuni

li hai già dimenticati,

alcuni qualcuno

è te stesso,

qualcuno che non hai mai visto, alcuni

mangiano asparagi, alcuni

sono bambini,

qualcuno va sui tetto,

siede a tavola,

giace in un'amaca, passeggiando con un rosso

ombrello,

qualcuno ti osserva,

qualcuno non ti ha mai notato, qualcuno

vuole stringerti la mano, qualcuno

muore stanotte,

alcuni sono altri, qualcuno sei tu, alcuni

non sono,

alcuni sono.

 

 

Ad Iris

 

I colori vivono in te

solo in te

verde oro indaco e violetto

soltanto in te - nel tuo occhio

là dietro il tuo sorriso; fuori ogni cosa è

notte abominevole fatta di elettroni

senza colore  totalmente nuda.

Soltanto in te - là dietro il tuo occhio

i colori esistono.

Immagina ciò.

 

L'intero arcobaleno è in te

(solo la pioggia in me)

il colore del tuo vestito, pulito a secco,

rosa, nasce validato

soltanto nel tuo occhio

e non al di fuori di esso.

Immagina ciò.

 

Sono i tuoi occhi che vestono il mondo

- verde, oro, indaco e violetto

- pantaloni giacca scarpe e i riccioli nei tuoi capelli.

Immagina ciò.

 

da  Titoli di testa (1969)

 

 

Traduzioni di Luigi Di Ruscio tratte da www.retidedalus.it

 

 

A voce bassa

 

Le parole, 

minuscole parole

a bassa voce

quasi senza fiato

 

come steli troncati

parole senza luce

quasi senza forma

come parole sugli alberi, 

piccole mezze parole, 

come per un sonno

in tutti noi.

 

 

L’erba

 

È invincibile come la speranza.

Se non stai attento

ti cresce tra le dita, 

lungo i marciapiedi, tra le gambe, 

sui monumnti nazionali.

 

Gli basta meno di un anno

per ricoprire di verdi tappeti i campi di battaglia

ed improvvisamente senti il profumo del verde

sulle ceneri sui crateri delle distruzioni.

Indistruttibile come la vita stessa

come le dimenticanze.

 

Dei poveri la consolazione. (I ricchi

hanno i tagliarba.)

Ma l’erba non si cura di niente e di nessuno, 

è il dono della terra, più forte dell’eros. Sopporta tutto.

 

Prova ad andare scalzo sull’erba fresca.

Senti come si curva sotto i tuoi piedi

e si raddrizza subito appena il tuo piede è passato.

Lava i tuoi piedi come Cristo ha fatto con i discepoli

piedi di bontà e silenzio. Lo stesso 

uomo con la falce è solo un soffio, un sorriso.

L’erba invade tutto. Ritorna ancora, 

ritorna come la vita stessa

tutti i giorni. E questa poesia volerà via,                                                                                

però non tutta una parte

ti rimarrà dentro per sempre.

 

 

Adesso

 

Tu sei diventato più vecchio

subito dopo la prima strofa. Adesso, ora

come nella cascata, 

l’arrampicato cuore. Ora

come le nuvole che coprono il sole. Ora

quell’uccello che vola via. E tu

ti scordi di tutto.

Volta pagina, 

spostati!

 

 

Ora

 

Adesso ora

se tu leggi

prima di dimenticarti di tutto.

Ora

passa un pezzettino d’infinito, 

la millesima parte di un secondo

passa attraverso le tue mani, attraverso gli occhi, 

come farfalla di neve, come perle che rotolano, 

una freccia lanciata nell’aria, 

prima che cada.

La punta di tutto quello che è stato

e che non è mai stato.

 

 

Mai come oggi

 

Mai abbiamo avuto

così profonde poltrone

e così larghi divani attorno ai tavoli.

 

Mai i tecnologi

avevano creato tante meraviglie mondiali

e il cervello è pieno di ansie

e ci nascondiamo dietro le nostre ombre.

 

Mai le parole

furono così gridate e le immagini e i ritmi

devono mescolarsi con le cocacole

per far indietreggiare i pensieri e diventare innocui.

 

Mai abbiamo avuto

così poco tempo. Mai 

tanta nostalgia per una parola umana dietro i nostri versi

e verità e calore umano dietro l’urlo dei corvi.

 

 

Una poesia dell’inverno

 

Ancora inverno.

Ancora notte.

Il sole scappa via 

come la cancellatura della gomma sulla carta.

Anche qui ecco cancella tutto!

Cancella proprio tutto!

Poi scrivi ancora una volta.

Consuma la carta, tutto il foglio

però alla fine voglio la tua risposta. 

 

 

Maggio in linea

 

Oggi maggio è in linea

nei casamenti quando le condutture sibilano, 

quando negli ospedali portano via i morti, 

nelle carceri tutto il giorno comprese tutte le notti

maggio è in linea con il suo viso bianco

che cerca di catturare un tuo sguardo

e mettere la sua mano di gelo attorno al tuo cuore

in questa terra nelle primavere nostre.

 

 

Agosto

 

Dopo un luglio di seta

arriva agosto con i suoi organi

la luce bruciata.

Il mese delle gote arrossate

i petti appesantiti

e bruciati dal sole. Tempi maturi.

Il mese imperiale. Tu non aspettare.

Ama agosto.

Settembre

verrà con le sue rughe

la bocca secca.

Guarda: le rondini sfrecciano dagli archi.

Ascolta i risi ed improvvisamente

arriva il tuo turno.

 

 

Espatriati

 

Quello che abita le mezze oscurate stanze.

Quello che conta le terre bruciate.

Quello delle piccole mani ed odia la vista dei violini.

Quello che viene da te senza suonare e vola via senza salutare.

Quello che sta a guardarti da una zona futura.

Quello che delle mille e mille parole della sua lingua

non può dirne neppure una.

L’amico dei cani, quello che lascia bruciare la luce.

Quello che assomiglia ai ciechi.

 

 

Sui marciapiedi

 

I marciapiedi contengono tutto, 

le nostre emicranie, quelli che fanno l’amore presso gli alberi, 

quelli che vendono conigli vivi e la banda militare, 

i marciapiedi dove abbiamo dormito, 

i marciapiedi per le nostre sbronze, per tutte quelle nevicate, 

i marciapiedi per le preoccupazioni mezzane, 

i marciapiedi per le piccole rose, 

i marciapiedi per arrivare alla fine del mondo

e gridare al cielo e al mare:

Guardateci, qui ci siamo anche noi!

 

 

La lumaca

 

Il pacifico vagabondaggio

con il trombone sulle spalle e la ricurva antenna

vibratile e direzionata est-ovest

e per il suo candore cieco, essa 

bene educata sempre 

bacia la terra.

 

Con cautela curva 

ogni stelo. Poi suona

col suo trombone

il più sublime dei canti 

dedicati alle erbe.

 

Senza patria, senza tempo

la nana delle erbe, essa

che vaga sugli abbracci nostri.

 

 

L’inverno dei fili spinati

 

Quando ci siamo sposati era freddo allora.

Come minimo 25 sotto zero, era il solstizio del 1940, 

guerre e peste nera.

La via della chiesa era sbarrata dai fili spinati.

Ti ricordi? Dovemmo scavalcare quel muro.

– Guarda che la gonna si è impigliata!

Non lì, ma qui!

Dovemmo pestare tutto il fango dell’orto.

Il prete ci aspettava per la confessione.

Ci fu solo un caldo amore per tutto l’inverno

anche perché tanto era il freddo fuori di noi.

Eravamo infangati sino alle ginocchia.

Quando andammo a letto ci accorgemmo dei nostri umidi occhi.

Solo Iddio sa il perché.

Fu così che iniziò la nostra lunga vita.

 

 

Le lucciole

 

Quella sera con le lucciole

quando stavamo ad aspettare la corriera per Velletri

e vedemmo quei due vecchi che si baciavano.

Allora tu dicesti metà all’aria e metà a me:

quei due devono essersi molto amati 

e non hanno vissuto invano.

E fu proprio in quel momento che vidi

la prima lucciola della notte, crepitante

come segnali luminosi diretti proprio verso di noi.

C’è stato quel giorno, te lo ricordi di certo!

 

 

Ci siamo veramente conosciuti

 

Ci siamo veramente conosciuti?

Non ce lo siamo mai domandato

abbiamo lasciato perdere. Fu come una metà

di pensiero. Un’ombra 

che accarezza un viso.

Qualcosa nell’occhio. No! Non credo.

Però ritorna. La notte

che non ha rumori, 

solo strani pensieri. Quelle parole che salgono dal sonno.

Ci siamo veramente conosciuti? 

 

 

La casa e le mani

 

Due mani come un casa.

Tu hai detto:

abiteremo qui.

Al riparo della pioggia, del gelo e della paura.

Abitammo la casa

riparati dalla pioggia, dal gelo e dalla paura.

Poi venne il tempo che spazzò via tutto.

 

Siamo ancora una volta per strada.

Soprabito sottile. Aspira profondamente

sino ad inalare la neve.

 

 

Camera 301

– Adesso posso entrare.

Ti hanno vestita di bianco.

Ho preso le tue mani per un momento.

Non hanno risposto. Non ci saranno più risposte.

Quella mano che mi ha accarezzato i capelli

sino all’ultima nostra estate. Dalla fronte 

alla nuca. Tu che cercavi

qualcosa o che sospettavi qualcosa.

 

Ormai le tue mani sono state richiuse

sul tuo petto come rose. Rosso sul bianco.

Ormai è l’ora. Stanno aspettando.

(Viso, fronte, mani).

Io vado verso la porta, 

che un’aurora boreale, un crepitio delle stelle, 

possano riceverti.

 

La mano sull’apertura della porta.

Scricchiolii nel corridoio. Klipp-klapp, 

klipp-klapp, il rumore degli zoccoli

dell’infermiere. Così

finisce la vita nostra.

 

 

 

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