LA POESIA D'ESORDIO DI MAURIZIO CUCCHI "Il Disperso" (1976) - Il processo di de-fondamentalizzazione del discorso poetico di Cucchi fino a "Vite pulviscolari" (2009) - Commento di Giorgio Linguaglossa


Da Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, pp. 390 € 16


Con Il disperso (1976) di Maurizio Cucchi abbiamo il primo e più tipico esempio di de-fondamentalizzazione del «soggetto» nella poesia italiana del Novecento. È l’assunzione nel discorso poetico della nozione di «frattura» del procedimento armonico; «frattura» e «dif/ferenza» del piano proposizionalistico. C’è, nel sostrato strutturale de Il disperso, più Beckett che Eliot e Pound; c’è la frattura formale che si consuma nella poesia italiana del tardo Novecento attraverso il decentramento del piano narrativo, che resta senza inizio né fine, senza plot, senza soggetto che totalizzi, senza tematica che stabilizzi, senza cornice spazio-temporale che indirizzi cronotopicamente gli eventi. È quanto era stato acquisito dal Nouveau Roman, dal pastiche sanguinetiano (che però presuppone ancora un soggetto esterno che, come nell’informale, proietta fuori di sé il disordine), dal Calvino della trilogia: la assunzione, in poesia, della procedura enigmatica di derivazione kafkiana: c’è tutto un concorso di procedure compositive che nell’opera di Cucchi vengono a sedimentazione e a convergenza. Il discorso poematico de Il disperso non abita più il luogo dell’asseribilità generalizzata fondata sulla proiezione del soggetto cartesiano sul fondale bianco della linguisticità ma è diventato problematico in sé; è la linguisticità a non essere più linguisticamente possibile. È il discorso proposizionale della poesia italiana del Novecento che qui entra in fibrillazione, in crisi irreversibile. È la ragione narrante della poesia italiana degli anni Settanta, con tutto il suo carico di problematicità, che entra in crisi irreversibile: sia il canone sperimentale che il canone, per così dire, anti-sperimentale entrano in una crisi di linguisticità e di rappresentatività. Entra in crisi il tradizionale modello proposizionalistico di rappresentazione fondato sulla ipotassi.


Se il neodescrittivismo della poesia sperimentale degli anni Settanta è un discorso poetico senza oggetto, o, nel migliore dei casi, con un oggetto prestabilito, la poesia post-moderna di Cucchi invece tenta l’immersione nel linguistico rinserrando il «soggetto» in un sistema di differenze, di rapporti di significanti e di significati dis-locati. La «mitologia» viene sostituita dalla «topologia», il discorso sui luoghi sostituirà il discorso sui miti. Non c’è più il «paesaggio rurale» come nella poesia di Zanzotto o di Bertolucci ma il paesaggio urbano, dove la vicissitudine dei luoghi è già vicissitudine esistenziale. Non c’è più un autore-soggetto già stabilito la cui individuazione assicurerebbe la significazione. Se nel simbolismo il «soggetto» è all’origine della significazione, nel post-simbolismo, dove tutto nella struttura rimanda al tutto per accumuli, per sottrazioni, per transizioni, per differenze, per scarti, il «soggetto» si costituisce nell’ambito di un sistema che lo definisce per la parola-segno. Preso in sé il «soggetto» non significa. Il «soggetto», nella sua non-identità , diventa una differenza fra altre nel sistema generale delle differenze possibili e plausibili.


Ne Il disperso c’è un delitto. Ma è veramente un delitto? C’è un soggetto inquisitorio, un poliziotto che tenta di ricostruire gli eventi a partire dalle «tracce», dai «segni» presenti nella scena primaria. C’è un cadavere ma nessuno sa chi sia e perché sia proprio lì e non altrove («È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore per via di un sasso): sì va bene, ma ci sarà / pure un colpevole, un responsabile / diretto, qualcuno che l’ha fatto fuori»); e perché proprio quel morto e non altri morti-significanti. Ci sono dei segni-significanti che potrebbero condurre il soggetto inquisitorio a ricomporre la scena primaria del delitto ma ci sono anche dei segni-significanti che potrebbero sviare l’indagine di ricostruzione dell’evento delittuoso. A volte, compare un inciso del soggetto narrante («Non ci voleva quel bicchiere rotto. / Poco meno di un simbolo»); subito dopo c’è l’ammissione della possibile causa della morte («E poi / la ferita, lo zampillo, l’incerottamento. Mi spiace confessarlo, / ma per fortuna che non c’ero»). L’occhio inquisitorio del poliziotto tenta la ricostruzione degli eventi secondo un ordine razionale-logico. Tutta la vicenda delittuosa viene passata al setaccio dell’occhio logico-proposizionale: il titolo dell’incipit è significativo di questa procedura e suona: «La casa, gli estranei, i parenti prossimi». Ed ecco l’apertura dove ci sono, in estrema sintesi, tutti i dettagli della scena primaria accaduta: la Lambretta a pezzi, la data, un giovedì, le ipotesi sulla causa del decesso: un infarto? O un incidente?


Nei pressi di… trovata la Lambretta. Impolverata,

a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato

seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando

nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito

ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,

un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,

dieci lire (che non c’entravano per niente…)


La domanda sulla questione dell’evento delittuoso pone all’ordine del giorno lo sguardo indagatorio che opera la rilettura del reale. La poesia de Il disperso  pone la domanda in termini problematologici. Siamo di fronte ad una vera e propria scacchiera di interrogazioni. Alla molteplicità delle domande possibili corrisponde una soltanto delle risposte. La poesia de Il disperso è tutta intessuta di sintagmi «tracce» e di sintagmi «differenze» (nei quali trova luogo la dis-locazione dell’«io»), di enunciati. La «differenza» è questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto incessantemente differito nel processo interruptus del discorso. La scena primaria del delitto (presunto) funge da archi-traccia che assume il valore di archia trascendentale. Derridianamente la traccia non ha soltanto valore di sparizione dell’origine, qui essa vuol dire che l’origine non è affatto scomparsa, ma d’altronde se tutto è traccia ciò significa che è scomparso l’origine: non c’è la traccia originaria. Il disperso è un’«opera aperta» nel senso appunto che non c’è né ci potrà mai essere una definizione ultima dell’evento primario della scena del delitto (presunto). Non si sa nemmeno se ci sia un morto («Che i morti siano due? Ma quello giusto?»), quale sia la causa del decesso, non si sa se  («C’entra qualcosa il vicino / del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera / con una faccia da vampiro?»), oppure se c’entri in qualche modo il personaggio dell’io narrante («E io / rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli / già quasi tagliati a zero / a giustificarmi come segue: “Ma io non c’entro,/  io non ho fatto niente… l’infarto… lo sa bene…” / E mi toccavo i bottoni della giacca.»).


È il primo caso di applicazione, nella tradizione italiana, della tecnica del giallo alla poesia moderna. In primo luogo la «topografia della casa», un indice nomenclatorio di significati (o di significanti?) delle «cose» che si traduce in toponomastica, e quindi in topologia:


Diamo un’occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:


- Tutte le cose, a loro modo,

erano in ordine, al posto giusto. Un senso,

capisci, non mancava. Ma quel tale

entrato poco dopo (forse, mi hai detto

dietro la tenda, uno della polizia) cos’ha capito?

Intendo del pestacarne abbandonato

sopra il frigorifero, o della mela

mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia

del vermut rimasta senza tappo, in un angolo del tavolo,

col bicchiere lì…


Il discorso poetico de Il disperso esperisce una interna inadeguazione del proprio statuto proposizionalistico: Il «confessato» diventa «incoffessabile», il «giustificato» diventa l’«ingiustificabile». Il motore assertorio si inceppa e si guasta: il discorso procede per arresti e strappi, per ritorni improvvisi e flashback, proiezioni in avanti e ritorni indietro, in incisi ipotetici e lacerti interrogativi; ciò che si traduce sul piano stilistico in una abbondante messe di fraseologie plebee e piccolo-borghesi che si giustappongono e si intrecciano. Affabulazioni impersonali e personalissime confessioni vengono giustapposte e sovrapposte con l’effetto finale, come incidentale, di una fibrillazione del linguaggio poetico:


e poi / non capisco la ragione di questo grattarsi insistente sul di dietro. / Avrà a che fare (visto l’arrossamento, / i foruncoletti…) / con altri sintomi del genere (viscerali, / di solito, infiammazioni)? Prendo la pomata. / E intanto chi mi vede fa il di più. Che mi scoccia, con l’umido / e tutti i fatti miei e le telefonate alla cabina, / è il riscaldamento che non va: ho i piedi sporchi, / luridi. Giù in basso / stanno manovrando in quattro / con la caldaia a pezzi. Figurati se ho voglia / di scoprirmi…


Il detective è una figura-proiezione spostata dell’io: né Ingravallo né Sherlock Holmes (che prefigurano un ordinamento stabile e leggibile del mondo e quindi degli eventi), ma  qualcosa e qualcuno più simile a un meta-reale che si articola tra presunzioni di vittime e colpevoli non per restaurare l’ordine razionale del reale ma per tentare un itinerario inquisitorio.


Duchamp nel 1927 a proposito della Porte, 11, rue Larrey scriveva: «Non c’è soluzione perché non c’è problema». Ed è appunto questo il problema che il figlio-detective si trova ad affrontare nella ricerca della scena primaria: il decesso del padre.

Giovanni Giudici ha scritto, con indubbio acume, che Il disperso è costruito come un «documento d’istruttoria». Verissimo, solo che il soggetto-detective (entità fizionale) avanza mascherato e a tentoni dentro una serie di «sovrapposizioni», di «scomposizioni», di «tracce» che rendono indistinguibile la scena primaria del crimine (vero o presunto). È un documento d’istruttoria davvero scombiccherato e dissestato dalla dispersione e frammentazione dei segni significanti e dall’occultamento dei segni significato. Intermezzi di dialoghi anonimi o «soverchiamente» carichi di affettività coniugale, fraseologie straniate frammiste a considerazioni pedestri e ad accumuli di «cose», un’ansia nomenclatoria di «cose». Incisi, intermezzi parenetici, parentetici, asserzioni apofantiche, proposizioni cartolari del «parlato». Un linguaggio frammentato e bombardato. È l’oralità che si riversa in poesia precipitando dentro un imbuto semantico: « Tutto è cominciato pochi giorni fa./ Mi ha proprio riferito la portiera di averlo visto uscire / quieto nel primo pomeriggio. (La giacca dall’attaccapanni, «torno tra poco». Sparisce.) E dico io».


Quello che la poesia de Il disperso aggiunge alla attitudine tutta lombarda di fare poesia con i nomi propri di cose, di persone e di luoghi è quella particolare aura di estraniazione che promana dall’opera. Rispetto ad altre opere milanesi uscite negli anni Sessanta: Gli strumenti umani di Sereni, La vita in versi di Giudici, Le case della Vetra di Raboni, La tartaruga di Jastov di Cesarano, Lotte secondarie di Majorino e La talpa imperfetta di Tiziano Rossi, tutti pubblicati tra il 1965 e il ’68, ne Il disperso l’estraneazione e l’atmosfera allucinata risultano assolutamente preponderanti. La ricerca de Il disperso oscilla tra doublure e feedback, tra l’inafferrabile e il dis-locato. È l’autonomia del simbolico che traccia la mappa del trans-soggettivo. L'incontro con il Reale mette in luce l'idea di un «soggetto» inteso come buco all'interno della catena significante: esso si libera da quel meccanismo simbolico sovrastrutturale del linguaggio che lo rendeva un «soggetto» barrato, stretto nella morsa del continuo rinvio della catena significante, un incontro che spezza l'automaton della ripetizione significante che sottolinea la contingenza del soggetto e della sua condizione residuale.


A distanza di più di trent’anni dall’esordio de Il disperso, oggi appare inequivocabile che l’opera si pone a latere dello sperimentalismo inglobandone le residue potenzialità espressive; inaugura un modo stilistico introducendo degli slittamenti tra piani  linguistici differenti. Un po’ come Somiglianze di Milo De Angelis apparso nello stesso anno di pubblicazione de Il disperso: il 1976. Entrambi i libri aprono e chiudono una stagione poetica tipicamente lombarda. Entrambi i libri presentano delle analogie stilistiche davvero sorprendenti: accelerazioni e corto circuiti di fraseologie e piani linguistici, il paesaggio urbano delle periferie milanesi, l’accumulo di oggetti, l’inquadramento cinematografico di «interni», l’impianto tipicamente narrativo.


Le opere che seguiranno: Le meraviglie dell’acqua(1980), Donna del gioco (1987), L’ultimo viaggio di Glenn (1999), segneranno una lunga marcia di allontanamento, anche stilistica, da Il disperso. Un ritorno, o di riavvicinamento a qualcosa che, anche stilisticamente, deve ancora avvenire. Le raccolte successive, fino a Vite pulviscolari (2009), segneranno la ricerca di una via di uscita dalla de-fondamentalizzazione del linguaggio poetico. La poesia di Cucchi del dopo Il disperso proseguirà in direzione di una ricomposizione della folgorante de-fondamentalizzazione dell’opera di esordio.

da  Il disperso (1976)

La casa, gli estranei, i parenti prossimi

1

Nei pressi di.. trovata la Lambretta. Impolverata,

a pezzi. Nessuno di noi ha mai pensato

seriamente a ritirarla. Forse la paura. Rovistando

nel cassetto, al solito, il furbo di cui al seguito

ha ripescato una fascia elastica, una foto o due,

un dente di latte e un ricciolo rimasti nel portafogli,

dieci lire (che non c'entravano per niente..)

In aggiunta a tutto ricordo che quando venivo su dalle scale io

era di giovedì, finita la scuola, verso mezzogiorno; ma era

anche un ritorno diverso dal solito… Ci sarà

un aggancio.

Adesso comunque, eccomi e:

- Credimi, fai caso

a quel tale andare tirandosi dietro le gambe e tutto, con gli occhietti

ancora appiccicati, nel pigiama, goffo da cane,

rigido inamidato. Ma il bello è

che me ne accorgo. E allora con che faccia

fingere un'altra volta il tono giusto, le parole,

cioè un po' stiracchiate; il vestire in qualche modo?

(Che i morti siano due? Ma quello giusto?

Indifferente? E il primo,

come una specie di confidenza notturna, non è un parente stretto?

Strettissimo?)

(Dimmi tu se è possibile. Pochi giorni fa

era lì che faceva i suoi lavori. Pareva pacifico.)

È morto per un infarto (o per un incidente stradale, per un malore, per via di un sasso): sì, va bene, ma ci sarà

pure un colpevole, un responsabile

diretto, qualcuno che l'ha fatto fuori.

 

2

Non ci voleva quel bicchiere rotto.

Poco meno di un simbolo. Poco più

di una fissazione. O viceversa. E poi

la ferita, lo zampillo, l'incerottamento. Mi spiace confessarlo,

ma per fortuna che non c'ero.

 

Diamo un'occhiata alla TOPOGRAFIA DELLA CASA:

- Tutte le cose, a loro modo,

erano in ordine, al posto giusto. Un senso,

capisci, non mancava. Ma quel tale

entrato poco dopo (forse, mi hai detto

dietro la tenda, uno della polizia) cos'ha capito?

Intendo del pestacarne abbandonato

sopra il frigorifero, o della mela

mezza sbucciata, tagliata, diventata nera; della bottiglia

del vermuth rimasta senza tappo, in un angolo sul tavolo,

col bicchiere lì…

 

Di fuori c'erano i fiaschi, le bottiglie vuote. Tutti gli ombrelli

appesi alla sbarra di ferro della porta interna.

 

(C'entra qualcosa il vicino

del piano di sotto, che esce sempre dopo le undici di sera

con la faccia da vampiro?)

 

(Non avevo mai nascosto certe mie debolezze

- Dal dentista

andarci all'ora del tramonto può essere invitante.

E in più, dopo, uscire, fare il giro della casa,

tenerti la bocca, dire al primo che incontri e ti saluta: "Sai

devi scusarmi se parlo male, o mostro un riso macabro. Ma vedi,

mi mancano i denti, proprio qui davanti…"

 

Così, dopo l'accaduto, la vicina del dentista: "Se la gente caro lei

ci pensasse un po' più spesso

ci sarebbe meno cattiveria". E io

rosso di colpa, mezzo scemo, coi capelli

già quasi tagliati a zero

a giustificarmi come segue: "Ma io non c'entro,

io non ho fatto niente… l'infarto… lo sa bene.."

E mi toccavo i bottoni della giacca.)

 

3

I primi segni a ben vedere

non erano mancati. È la ricomparsa

che nessuno si poteva attendere. Dato che poi,

sulla poltrona, magari in lacrime, se ne era parlato

della sparizione. Ma in concreto, quanto ne sapevamo?

Ricordati, però, senza cercare colpe, dell'acqua

entrata di notte sotto i vetri in nostra assenza, della crepa

che taglia tutto il soffitto, addirittura del solaio,

sopra la stanza in fondo e che neppure ci siamo curati di visitare,

del lampadario che dondola, degli infissi mezzi marci.

 

Oggi, poi, come non bastasse, guarda qui! Avvicinati,

guarda un po' qui, ti dico, qui sotto. Mi cresce la muffa,

la muffa sulla suola!

 

È che mio padre sì

sapeva di lettere, cultura: London

Steinbeck, Coppi e Bartali, Oscar

Carboni e la Gazzetta

dello Sport. L'officina. E quelle camicie d'allora,

larghe, i pantaloni alti in vita, paletò palandrane..

 

Mi sono domandato il perché

di questo continuo andarsene

di inquilini, qui dell'interno. E di operai

che vanno e vengono e sporcano le scale. (Chissà adesso

come sarebbe tutta consumata la targhetta della porta.)

 

4

Avevo cercato di chiedere spiegazioni

a chi poteva saperne di più. E le domande,

come al solito, si facevano insistenti. Poi ho visto

un certo imbarazzo, un certo disagio. "Se non ti va"

ho detto "scusami,

non se ne parli più." "Ma non è per questo"

mi ha fatto lei. "È che così, a bruciapelo…

Preparami, voglio dire,

lasciami tempo di abituarmi."

 

- Ma non ci sarà, lo sai bene,

conclusione migliore alla vicenda,

soluzione diversa dal previsto. Solo tutt'al più

prima o poi un tizio che verrà, uno dei soliti,

a portare certi suoi risultati di qualcosa: per esempio pezzi di carte,

foto, testimonianze…

 

5

IL CORPO (il primo, s'intende).

……………………….

Ma poi era venuto su dalle scale

nel buio.

Avrà fatto di certo i cinque piani a piedi.

…………………………

Nascosto nel portaombrelli. Identificato.

Finalmente. Recuperato nel sonno.

 

6

Un fischio ha fatto tutto il corridoio (lungo,

credo, una quindicina di metri) crescendo fino in fondo,

sulla porta. Lì, poi, c'è stato qualcos'altro.

Non so.

Un rumore forte

(un vetro rotto?

un vaso caduto?)

______________________________________

 

Corte dei miracoli

Non è credibile a sentirlo con le proprie orecchie.

Viverlo &endash; ti capisco &endash; un inferno, una vergogna,

 

un'ansia di scappare (ma restiamo

nei dettagli più essenziali e meno compiaciuti:

 

la pianta della sacrestia, le malefatte

arcinote del prevosto, l'untuosità dei coadiutori &endash;

 

il gobbo e il sordo &endash; e delle suore. Il furto

alle cassette, la pistola

 

avvolta nel giornale, il colpo in canna..)

_____________________________________

 

La mappa del tesoro

 

1

Tutto è cominciato pochi giorni fa.

Mi ha proprio riferito la portiera di averlo visto uscire

quieto nel primo pomeriggio. (La giacca dall'attaccapanni, "torno tra poco". Sparisce.) E dico io

i più cattivi giurano che se ne frega

della madre, del fratellino; chi garantisce che "telefona

di tanto in tanto si fa vivo, soave, sorridente";

chi assicura di averlo visto

peregrinare per i Giardini Pubblici

tra un albero, una macchina

a pedali, una biciclettina,

ricordando, parlottando, riposandosi

su una panchina di granito. Bevendo un caffè, qualcosa.

 

(Spunti vagabondi, tratti di peso da impressioni, fossi io lui

in persona.)

 

(Un rumore di passi, nel corridoio vederla passare; la tentazione a fior di labbra, o muto. Giaculatorie, insulti

vergognosi. Una pena, nelle ore di svago del bravo

bambino educato.

Irresistibilmente

poi ogni cosa detta al prete in confessione. A lei,

persino.)

 

(Di sera tardi. Solo in un angolo, per terra, le ginocchia nere.

Spariti a letto chissà come

"Ma cosa faccio qui?

cos'è successo?" Di corsa sotto le coperte. Ma poi la luce

ancora accesa, in camera, di là; la caramella

che non si scioglie in bocca. Alzarsi, bussare, "permesso", posarla

sul comodino. Solo così dormire.)

 

Più tardi a fissare le vetrine; a farsi sballottolare

dai passanti; fermo in un prato.

 

2

Lo rivedi tornare col Corriere, rilassato;

dire cose come "quanto meno circolando

in filovia o con il metrò

puoi ascoltare i discorsi della gente. Leggere

le pagine dei libri altrui, partecipare

dei problemi loro. Contemplare

non visto i particolari dei visi, dei vestiti".

Sorridente

in cerca della sveglia: "Il mattino non ho necessità

di alzarmi presto &endash; o tardi. Tutte le sere, però,

carico la suoneria. La punto sulle 8

(o sulle 9). Sento la squilla e resto lì. Dormo,

poltrisco. Forse mi fa bene".

 

Tra le voci raccolte una frase,

detta, ripetuta, sentita un po' da tutti quanti:

dice che se ne va, in cerca di qualcosa

di straordinario, chissà che. Affari;

sarà che è diventato matto".

 

(Ma è che la portiera mi ha spiegato, gli occhi al cielo,

"lui, lui! Altro che quello là…")

 

3

Certo si tratterà, per buona parte, di sciocche fantasie.

È che una pista, dentro o fuori,

una traccia

un segno vago lo seguiva. Coi suoi indizi,

ancora adesso le sue buone informazioni.

 

……………….

……………….

 

Ricordo, prima di finire, tra le sue frasi preferite,

questa:

"Quando sarò vecchio avrò più pazienza.

Darò da mangiare ai piccioni".

 

 


Da Poesia della fonte

 

Da Trasbordo

 

Sullo scoglio il suo corpo pulito

faceva un gesto senza storia,

di pane.

Sorrideva appena: "Dite di me?"

Ma il suo sentimento era

così poroso…

Leggere l'economia è obbedire

senza sfida né affermazione:

potrà disegnarsi nell'acqua e nel sole,

rifarsi, e io lo aspetto, per sempre,

per questa giacca, e questo cibo semplice.

 

_*

 

Secondo alcuni che soffrono talvolta

di un cieco risveglio e cercano coi piedi

nudi tremando il pavimento che affonda…

il trasbordo è all'estraneo

inerzia strana,

quieta che sfuma

e ne diviene complice

chi tradisce il bambino

col suo gozzo e il suo torso ricurvo.

 

*

 

per Antonio Riccardi

Nel sacro di questa assenza

recisi

tra due lame di luce e acqua

l'orizzonte è il paese.

Il capo lo appoggia,

orfana in un abbraccio,

l'Ave Maria a trasbordo.

 

*

 

Da Il sonno del mattino

 

L'ospite bilanciato

 

Prima persona o terza ben confuse

e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:

le due figure sono forse una.

Disteso lunghissimo di legno

il capo nell'erba, il cappello caduto

nel verde spalmato, bagnato,

il pino, il cielo lilla e il tetto dell'infanzia,

le braccia al cuore a croce,

lo steccato:

ma forse è un pretesto di narciso.

 

Di casa eppure estraneo,

provvisorio e centrale aspirato

in un risucchio di luce

dietro la piccola folla delle damigelle,

i sovrani, il cane, i nani,

l'artefice, l'ospite bilanciato.

Eccomi, sono lui,

i piedi sui gradini

della porta a un passo

dalla luce bianca del mondo

che c'è fuori.

 

*

 

Il sogno di Oblomov

 

Sul divano

c'era un asciugamano dimenticato

e la pipa abbandonata.

 

Dove siamo?

 

È una mattinata bellissima… La casa,

gli alberi, la colombaia. Tutto

viene a gettare un'ombra lunga.

Il bambino diventa pensieroso

mentre si guarda attorno

e abbraccia ogni cosa, gli adulti

che si danno da fare nel cortile.

 

Ecco, si sentono dei passi,

uno si copre il viso con il fazzoletto,

poi si getta a terra e va a sdraiarsi

sotto un cespuglio.

 

Anche lui parla,

con una voce che non sembra sua.

 

*

 

Balcone

 

Seduto come un vecchio sul balcone

guardavo con invidia le volate

e poi le ricopiavo sul pavimento rosso.

Lei, forse offesa per la mia luna, mi diceva:

"Non c'è la mamma, ma è per poco.

Sembra che qui sei sulle spine,

ma perché?"

 

Perché c'è un arco chiaro, un'ala enorme

che ci tocca dentro, e io divento

quest'abulia sospesa e questo guscio

pieno di fessure.

 

*

 

Da La luce del distacco

 

L'angelo aveva un volto di ragazzo

e i capelli biondi delle immagini

gli scendevano sulla veste azzurra.

Gli occhi, però, sotto la fronte bassa,

erano infossati

e aveva qualcosa di duro, di inflessibile.

La bocca socchiusa e ferma e la sua voce

sgorgava

dalla corteccia.

Sedeva su un tronco tagliato e attorno

c'erano rami tutti attorcigliati.

 

*

 

Tutte le sue vittorie

furono irregolari,

lei non sapeva niente,

 

si dilatava…

 

È così piccolo il luogo della mente,

che pure spazia

miracolosamente estesa…

 

*


"Ho peccato per paura, sgomento, solitudine.

E poi, quelle parole: io non le capivo.

Ho fatto una grande cattiveria!

Sì, sono una bambina… non ha valore quella firma,

io sono ancora in tempo!"

 

*


Ecco, il distacco

costringe Dio ad amare me.

È molto più nobile che lo costringa

a venire da me,

che non costringermi ad andare,

io, a lui.

 

Già, eppure l'angelo più alto,

l'anima e la mosca

hanno in Dio un archetipo uguale.

 

Dio non può creare senza di me

Un solo verme…

 

Donna è il nome più nobile

Che si possa dare all'anima.

Molto più nobile che vergine.

 

*

 

Il corpo era lassù,

era come planasse sulla folla.

Osservava le cime degli alberi, i campanili, il cielo,

 

sentiva il poco vento della primavera.

Attorcigliata gli occhi rovesciati

la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe…

Cercava di chiudere sul petto

le braccia a croce,

ma le cadevano.

Si inabissava

tutto il suo corpo formidabile…

 

*

 

È totale

la luce del distacco.

 

"Gesù…"

 

*

 

Da Poesia della fonte

 

Salire e infossare lo sguardo:

nel cupo ci dev'essere un punto geometrico,

fra questi blocchi di pietra

e questa spaccatura e ogni volta

appare, sgorga, va e allora è

come se fosse incessantemente

nel chiuso della valle.

 

*

 

Sul tetto di roccia strapiombano

le rovine dell'ospite.

Io mi incammino tra i passeggeri e i vigili

in nulla differente da visibile.

Però cerco una fonte che sia solo mia.

 

*

 

Qui parlo per me

senza schermo o figura

e mi basto com'ero:

questa sola radice ricoperta di terra.

 

*

 

Forse la fonte è una frase,

una domanda spaccata, una figura

che copre un'altra figura

e un'altra ancora.

Ma non all'infinito.

_______________________________

 

Infine venga al sole sgominando

tra due attimi altissimi.

I miei volti abolisca,

luce nella luce.

 

*

 

Ho bussato per la seconda volta

all piccola casa del poeta.

Alle spalle un verde senza roccia,

acque rimaste dolci

e quasi una pianura.

Mi respinge, pensavo,

per non averlo abbastanza amato.

 

Nell'imbrunire tornavo a crogiolarmi

e la mia luna era l'elogio dell'oblìo.

 

da L'ultimo viaggio di Glenn

 

Da Rutebeuf

 

Rutebeuf passeggiava come un santo,

guardava la facciata delle case

come ripida roccia friabile.

 

*

 

Era impeccabile

nel suo vestito chiarissimo di lino,

quel poco appena liso e un boccolo brillante

gli ornava la fronte corrugata.

 

*

 

Povera testa e povera memoria

mi ha dato dio re della gloria

eppure non ho fiele né veleno.

 

*


Il pensiero come lampo d'istante

che comunica con l'infinito

e degenera nella parola.

La prosa è infida: nasconde

confini traboccanti d'insignificanza.

 

*

 

Tutto l'avvenire è già avvenuto.

E dove sono quelli che ho amato,

che accanto a me mi ero tenuto?

Gli amici sono sparito o sparsi:

il vento li ha portati via,

amici che il vento se li porta

e che soffiava davanti alla mia porta.


*

 

Vedevo nella stanza buia

tutte le luci del firmamento.

Il tuono mi faceva galleggiare

in squarci di vertigine e terrore

davanti all'orizzonte del mio vuoto.

 


da Bosco d'isola

 

Non sono più nella mia casa,

ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.

La sua tranquilla geometria

dà ingresso al chiaro per i corpi

umidi e leggeri sul terrazzo

nelle facce feriali di una pigra incuria.

 

Ascolto di qui le voci della piazza,

osservo come un lago il mare che si apre

nel bosco e se c'è vento

una domestica campagna di cicale

che a mezzogiorno protegge i nostri passi

quando il tempo non ha più direzione:

 

nella pianura totale, deserta,

e nel confine a taglio che si annebbia.


 

Da L'ultimo viaggio di Glenn

 

La prima immagine è il lago di Garda,

scavata in bianco e nero fino all'Ortles.

 

Sarò solo un bambino,

ma mio padre vive in eterno.

 

Dopo la Jugoslavia, nel luglio del '41,

con la firma fiorita

salutava la Magda.

 

*

 

I ragazzi in divisa sono stati gentili,

ma negli archivi non c'era neanche il nome

di un uomo che quarant'anni prima, in primavera,

aveva fatto la sua gita in moto

nei verdi colli demarcati.

 

*

 

Nell'accecante paesaggio,

con gli occhi vitrei cercavamo la pista

e l'orizzonte a bucare la bufera.

Eravamo assaliti da visioni fantastiche

e dall'angoscia dell'ignoto.

I morti erano incollati a terra dal gelo.

 

*

 

Girava per Lecco chiamandola,

le parlava orgoglioso degli eroici piumati.

Ma era lieve, e così remissivo,

nell'evidenza del suo amore.

 

*

 

Lui se ne andò gettandoci

Nell'improvviso smarrimento.

In un sacchetto della polizia,

ecco gli assegni, il pettine,

la benda per il polso…

 

Ciao, dico adesso senza più tremare.

Io ti ho salvato, ascoltami.

Ti lascio il meglio del mio cuore

 

e con il bacio della gratitudine,

questa serenità commossa.


 

 

ICONE

 

Guardando le forbici e il cestino

e digitando inquieto mi svegliavo:

"Così amabile e soffice, incruenta,

è umana macchina

meccanica che non sferraglia.

Elegge, eleva a icona,

lei stessa, ciò che uccide,

odia, dolcissima, l'attrito".

 

La mediazione

è a un tasso formidabile.

Le mani sfiorano oggetti

vissuti in sola immagine,

senza freccia in profondo.

Ma per me è magia.

 

Un'altra rêverie nel dormiveglia

svogliato di un ritorno, dalla costa:

"La terra ormai è una crosta,

o una rossa crostata, spalmata e forata,

e i monti sono tubi cespugliosi,

incongrui, come le facce a pollici

che azzerano la mente..."

 

E qualche residuale astuto,

pedante elogia la sua carcassa a rullo,

o squittisce bambino

al trillo di un telefonino...


(in Teléma, rivista telematica a cura di V. Magrelli, consultabile su Internet)

 

 

 

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