Giorgio Linguaglossa LEGGE DI UNA POESIA DI EUGENIO DE SIGNORIBUS

11 settembre 2013 alle 17:13  moltinpoesia.wordpress.com

caro Ennio Abate,

 

fermo restando che il giudizio di gusto è soggettivo, è ovvio che ciò che piace a te possa non piacere a me, e viceversa. Tu mi dici che forse non sono stato esauriente nella mia spiegazione, che non ho spiegato perché la poesia dell’autore in argomento sia non poesia ma appartenente al genere letterario (rispettabilissimo) del sermone e dell’invettiva di matrice para teologica. Cercherò di essere più chiaro ed evidenzierò, nella lettura, verso per verso, le mie ragioni (che ovviamente sono le mie personali ragioni di lettore qualunque). Preciso che non ho nessuna animosità personale nei confronti dell’autore in questione che nemmeno conosco, la mia è unicamente una valutazione estetica, mia personale. Leggiamo il primo verso riportato nel corpo dl mio commento:

 

«dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di sgomento»

 

qui è l’autore che parla di “secolo ignobile” il quale è seguito da una «bolla di sgomento»; sì, è legittimo da parte di un poeta esprimere le proprie personali idiosincrasie nei confronti del proprio tempo, è legittimo insultarlo, denigrarlo, diffamarlo… ma non mi risulta che i poeti di rango, mettiamo un Celan, un Milosz, uno Zagajevski etc abbiano mai insultato il proprio secolo il XXI secolo in una propria poesia, né lo ha mai fatto Mandel’stam, il quale rinchiuso in un lager ne avrebbe avuto ben donde, anzi il poeta russo fu messo nel lager in seguito a una poesia indirizzata a Stalin; non mi sembra che abbia mai scritto una poesia contro il suo secolo, anzi, aveva del suo secolo una grande cognizione. Ma come si fa a condannare un secolo tutto intero senza distinguere Einstein e Brodskij dalla schiuma umana dei nazisti e dei fascisti?, non mi sembra che tra le due cose si possa stendere una equivalenza di condanna. Faccio sommessamente presente che il secolo tanto denigrato dall’autore in questione è quello che ha consentito a centinaia di milioni di persone (mi correggo: a qualche miliardo di persone) di vivere come mai avvenuto prima nell’agiatezza e nei comforts e di non morire di fame come avveniva nei secoli precedenti.

 

Per tornare alla poesia, c’è un eccesso di tratti sopra segmentali («bolla di sgomento»), una violenza verbale gratuita e animosa che squilibra l’armonia della composizione; proviamo a leggere il prosieguo di quello che io definisco un mero sfogo personale (con degli a capo) che non ha niente a che vedere con la forma-poesia, la quale è struttura, armonia (o disarmonia prestabilita) parallelismo, tropi, metafore, sinonimie, sineddoche etc.,; qui non c’è nulla di tutto ciò, c’è soltanto un accavallarsi virulento e anche dis-tassico di proposizioni ultimative slegate secondo una facile paratassi che a me fa sorridere. Leggiamo:

 

« tutte le magnificenti riedifiche avvengono / sopra sette strati di simboli e cadaveri….»

 

Molto semplicemente questo è uno sproloquio che non ha né capo né coda, uno sfogo di una persona che è incattivita, che ce l’ha con il mondo (Cose però personali che non pertengono alla poesia). L’autore in questione accavalla e accatasta una serie di proposizioni da apocatastasi che mi fanno sorridere. Se abbiamo la pazienza di leggere il componimento fino alla fine con animo sgombro troveremo eccessi di tono, cadute di stile, toni da ultimatum a una intera epoca, un serioso sermoneggiare, un cipiglio di condanna… insomma, tutto ciò è legittimo, se una persona è incattivita con il mondo può scrivere sui manifesti, negli sms privati, in lettere alla moglie, insomma, può dare libero sfogo del suo risentimento dove vuole ma non in un testo di poesia. La quale è un’altra cosa: non è il luogo per esercitare toni queruli e ultimativi né tantomeno pronunciare sermoni in pseudo linguaggio da Armageddon.

 

*

 

caro Ennio Abate,

riprendiamo il filo del discorso. Tu mi chiedi di spiegare meglio il mio pensiero critico sulla poesia di De Signoribus. Accetto. Prendiamo la poesia più "bella" del libro, quella riportata da Sandra Evangelisti  insieme ad altre poesie. Leggiamola e crchiamo di capirla:

 

dell’ignobile secolo dei secoli t’accompagna una bolla di
sgomento: tutte le magnificenti riedifiche avvengono
sopra sette strati di simboli e cadaveri….

 i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo

dopo Cristo… e la soddisfazione dei rinnalzatori e
dei riabitatori non può essere pienamente sicura:
perché nessuna casa può più appartenere veramente
a qualcuno

 

La poesia inizia con l'aggettivo «dell'ignobile» attribuito a «secolo», subito dopo rafforzato dalla ripetizione «dei secoli» (il vecchissimo adagio "saecula saeculorm" delle preghere del catechismo) e riferito al lettore col verbo «t'accompagna». Fermiamoci qui. È un inizio severo, di reprimenda, tipico del linguaggio di certe encicliche papali verso i peccati di tutto un «secolo». E fin qui nulla da eccepire. Si dirà che si tratta di un incipit alto-solenne, in tono ieratico, salmodiante, sacrale, per rafforzare la semantica di un qualcosa di numinoso che ci viene incontro, che  avvolge il lettore e che sovrasta il «secolo». E  fin qui si dirà che è lecito alla poesia vestirsi di toni liturgici, sacrali, salmodianti, catechizzanti così come altre forme di poesia si vestono di ambiti lessicali bassi, prosaici, disinibiti, leggeri, ironici, autoironici etc. Nulla da eccepire. La forma-poesia è libera di adottare tutte le strutture lessicali e semantiche che vuole, è libera nella sua espressione di libertà (concetto questo alquanto idealistico e acritico, ma soprassediamo). Sia chiaro, io non voglio discutere questo assunto, e  non ho intenzione di discuterlo, lo dò per assodato. Amettiamo che la poesia è libera di assumere ogni abito lessicale e semantico che crede (accettiamo dunque questo assunto che non condivido e proseguiamo). La poesia assume da subito una intenzione fàtica, adotta una tecnica rafforzativa del lessico per indirizzare la comunicazione verso un sovrappiù di forza lessicale e semantica, forza diretta verso il lettore per indurlo in una condizione di supina accettazione di quanto sta per dirsi, perché la parola è numinosa e viene da lontano, e introdurlo in una condizione di attesa estatica, in una condizione di contemplazione della parola numinosa. Il lettore viene già da subito relegato in una condizione di dipendenza di quanto sta per dirsi e di ciò che la «voce» che pronunzia queste parole intende dire; e che cosa dice questa voce?, dice che l'«ignobile secolo» «t'accompagna»; siamo già ad un verdetto (e si dirà che la poesia è libera di pronunciare verdetti!), quante volte Dante nella Commedia mette in bocca ai suoi personaggi parole di condanna ed esprime verdetti?, ma, appunto, nella Commedia sono i personaggi che parlano, che si scontrano, c'è sempre un interlocutore in carne ed ossa che risponde, che replica ad un altro interlocutore (Dante e Virgilio si parlano di continuo, anche quando stanno zitti), non c'è mai una voce che solitaria domina ed esprime verdetti di condanna generalizzata (i peccatori della Commedia sono sì condannati all'Inferno ma secondo di una precisa regola matematica del computo dei loro peccati: la regola del contrappasso). 

 

La poesia dunque assume un tono di condanna generalizzata e catechizzante, questo è fuori di dubbio, ma condanna verso chi?, ma è ovvio, è il lettore che subisce la parola numinosa; e per quale delitto, se così si può dire?, ma è ovvio, perché l'«ignobile secolo» lo «accompagna»!; è la voce "fuori campo" (l'autore si nasconde dietro la sua scrittura, proprio come Dio dietro i Dieci Comandamenti) della poesia che pronuncia il verdetto. Ma andiamo avanti. Le parole che seguono sono inequivoche: «una bolla di sgomento»; ancora un rafforzativo fàtico, ancora un sovrappiù lessicale e semantico, la poesia vuole accrescere il peso del senso di colpa nel lettore per disarmarlo e spingerlo ad accettare la parola alto-numinosa del poeta (fuori campo) che pronuncia la parola. Prendiamo atto di questa tecnica di accavallare rafforzativo a rafforzativo, vocativo a vocativo. Le parole che seguono raggiungono il diapason in vista del verdetto finale con questo teologismo «misterico»:

 

tutte le magnificenti riedifiche 

 

Ancora questo uso della linguaggio in modo sibillino ed elusivo (mentre nella Commedia viene subito chiarito ai lettori di chi si sta parlando e che tipo di delito abbia commesso): che cosa significano e a chi sono le rivolte le parole « magnificenti riedifiche»?; e che cosa sono queste misteriose «riedifiche»?; tutto viene lasciato alla immaginazione del lettore; e ancora altri rafforzativi che si accavallano ad altri rafforzativi: ecco qui la risposta alto-numinosa: 

 

avvengono
sopra sette strati di simboli e cadaveri….

 

Qui la poesia vuole stupire, vuole soggiogare il lettore adoperando una conduzione ipostatica e isometrica del lessico per aggiungere sacralità alla parola alto-numinosa già pronunciata e pronunciantesi. È la «voce» fuori campo che pronuncia la parola, analoga alla parola di Dio. Il linguaggio viene usato con finalità interdittoria, ultimativa, numinosa per intimidire il lettore e metterlo in soggezione. S'intende che l'autore adotta questa tecnica con perizia, è la tenica dei sermoni religiosi che l'autore prende a prestito dal linguaggio pseudobiblico e da quello dei sermoni del catechismo. Credo che questo sia indiscutibile. Quella citazione dei «sette strati di cadaveri e di simboli» è una fraseologia ad effetto presa a prestito dal linguaggio pseudo biblico dei sermoni del Seicento. E fin qui nulla di strano,  si dirà che la poesia può attingere dovunque (in proposito avrei qualche dubbio sulla bontà di questo assioma, ma andiamo avanti).  Quello che io da semplice lettore eccepisco è che finora tutta questa terminologia è di derivazione fin troppo scoperta, troppo citata, troppo scontata, troppo esplicita direi, tra l'altro, con l'impiego di una tecnica che fa uso del raforzativo alla ennesima potenza. Insomma, la poesia va dal rafforzativo al rafforzativo, non ha un momento di diversione, di distensione, non intervengono mai persone in carne ed ossa, identificabili,  ma il« tutto» aleggia in un vuoto creato apposta per intimidire e stupefare; si vuole imbonire il lettore, assopirlo, addormentarlo sotto l'incalzare di fraseologie seicentesche della Controriforma costipate e adattate alla bisogna. L'effetto che ne consegue è quello di uno stile monarchico, di una monarchia assoluta e di un Dio assoluto la cui «voce» è fuori campo: una monotonia e uniformità lessicale e di immagini le quali vogliono avere l'effetto del martello che batte sull'incudine: stordire il lettore, convincerlo che qui siamo in un ambito semantico e simbolico di carattere liturgico, e quindi inattacabile, invulnerabile, insormontabile e che sotto accusa è nientemeno che quell'«ignobile secolo» tutto in blocco. Una condanna senza appello. Si dirà che la poesia può, anzi deve, condannare il proprio secolo. E io rispondo: certo che può ma dovrebbe farlo usando i tropi, le metafore, le sinonimie, la sineddoche, l'allegoria, le personificazioni etc. dovrebbe farlo con l'impiego dei tropi del linguaggio letterario, se non tutti almeno una parte di essi. Qui invece l'autore impiega sempre il solito ritornello del linguagio liturgico impiegato come un grimaldello,  un batti e ribatti, come un martello sull'incudine, come un esorcista quando blatera il suo abracadabra, con parole magico-numinose per irretire il lettore e convincerlo ad accettare il verdetto di condanna. Ma proseguiamo nella lettura:

  

i morti sono le fondamenta del tempo ventunesimo

  dopo Cristo…

 

  Qui non ci sono metafore o immagini, le quali in questo contesto inficierebbero la monotonalità del sermoneggiare liturgico, l'autore ricorre al solito impiego del rafforzativo: subentra la parola «i morti» i quali sarebbero «le fondamenta del tempo ventunesimo dopo Cristo...». C'è qui un impiego, anche abile lo riconosco, dell'isomorfismo e dell'ipotonismo dei sintagmi lessicali, i monemi vengono applicati su uno schema vuoto, su una impalcatura preordinata a tavolino con effetti di monotonia e di ipotonia, schema che non presenta mai alternative lessicali, timbriche e semantiche ma che batte e ribatte sul medesimo tasto, sul medesimo effetto timbrico di un tasto di pianoforte. C'è tutto un gioco di rincalzo e di incastro di proposizioni ultimative che innescano  una sensazione di  monotonia (i cosiddetti segni di rincalzo) di accrescimento semantico propria dei sermoni religiosi.  Da notare il sintagma accrescitivo ultimativo «del tempo ventunesimo dopo Cristo», che vuole alludere al sortilegio del negativo che avvolge il secolo intero. Direi troppo facile, troppo scontato. Pur ammettendo l'intenzione dell'autore di incriminare tutto un «secolo» il linguaggio poetico richiederebbe l'introduzione di sostituti, di tropi di metafore, etc., ma l'autore utlizza un solo espediente retorico e lo ripete in modo ossessivo e percussivo fino alla monotonia: la tecnica del sermone religioso. Passiamo ai due versi seguenti:

 

e la soddisfazione dei rinnalzatori e
dei riabitatori non può essere pienamente sicura:

 

Ammetto la mia incapacità a capire chi siano codesti «rinnalzatori» e «riabilitatori»; qui sono costretto a dichiarare apertis verbis  i miei limiti di lettore, non capisco con chi ce l'abbia l'autore, chi siano le persone indicate  con quei termini così generici che può entrarci di tutto; cioè ciascuno è libero di farci entrare chiunque creda. Non ritengo che questo sia l'uffizio di un testo poetico, qui non c'entra affatto il principio dell'ambiguità del testo, qui siamo davanti ad un accorgimento (tra l'altro molto scoperto) letterario per creare quell'atmosfera di suspence e di interdizione morale... e poi  la parola «soddisfazione» sintatticamente attribuita alla frase «non può essere pienamente sicura» non significa niente, non vedo che cosa possa significare, se non la solita tecnica di aggiungere ambiguità a genericità verso una generalità indistinta. 

Passiamo all'ultima frase:

 

perché nessuna casa può più appartenere veramente
a qualcuno

 

C'è in questa proposizione assertoria tutta una imbonitoria «filosofia della profondità», una tecnica di porre il discorso sintattico in una evidenza tale da far trasparire una «profondità» che invece nella testualità non c'è: è un espediente  retorico utilizzato nei sermoni religiosi del Seicento, un modus di porre nella sintassi  il pensiero per amputare il pensiero, un modo per rendere la sintassi liquida, non più veicolo di un pensiero preciso e circostanziato (mediante tropi, metafore, immagini, personaggi, etc.) ma veicolo di una retorizzazione che vuole apparire, che vuole festeggiare la parola numinosa-sacrale della «voce» fuori campo, che vuole far mostra di un discorso  monitorio, alto-numinoso, enfatico.

 

 

 

Timber by EMSIEN-3 LTD