POESIE SCELTE di Andrea Zanzotto (1922 – 2012) da "Meteo" (1996) con un Commento di Giorgio Linguaglossa apparso, con alcune varianti, nel 1996 sul n° 10 del quadrimestrale di letteratura "Poiesis"

 

Andrea Zanzotto (1921 – 2012) da "Meteo" Donzelli 1996 pp. 82 £ 16.000

da "Poiesis" n. 10 magio-agosto 1996

 

 

Sangue e pus, e dovunque le superflue

superfluenti vitalbe che parassitano gli occhi,

un teleschermo, fuori tempo massimo.

Dirette erutta e Balocchi

 

 

Tu sai che

 

La città dei papaveri

così concorde e gloriosa

così di pudori generosa

così limpidamente inimmaginabile

nel suo crescere,

così furtiva fino a ieri e così,

oggi, follemente invasiva...

 

Voi cresciuti in monte su un monticello

di terra malamente smossa

ma ora pronta alla vostra voglia rossa

di farvi in grande-insieme vedere

insieme notare in pura

partecipazione e

naturalmente, naturalmente adorare

 

Che ridere che gentilezze che squisitezze

di squilli e vanti per la sorpresa infusa

a chi nella note ottusa

non potè vedervi aggredire-blandire

il monticello che fu le vostre mire!

 

E sembra che là installati

solo ardiate di sfidare a sangue

per nanosecondo il niente, ma

deridendoci, noi e voi stessi.

nella nostra corsiva corriva instabilità e

meschina nanosecondità -

sì quel vostro millantarvi

e immillarvi in persiflages

butta tutto ciò che è innominabile

fuori dal colore

del vostro monticello seduttore...

 

Un saluto ora non bizzoso, tutto per voi-noi,

sternuto

 

*

 

Topinambùr* tuffi del giallo

atti festivi improvvisi del giallo

gialli brividi baci

                 bacilli-baci

 

*

 

Topinambùr

to to torotorotix

augellini lilix

lontani insettini di

vespificato giallo

Ur-giallo lilix

 

*Pianta erbacea dai fiori gialli accesi che crescono spontanei lungo i fiumi, diffusissima nell'Italia settentrionale

 

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Dopo dieci anni di silenzio Andrea Zanzotto stampa questo libro di versi Meteo (1996). «Incerti frammenti» li chiama l'autore; alcune poesie sono di discreta lunghezza, altre sono brevi frammenti. «Più che in passato - scrive l'autore - l'idea che per la poesia non esiste un punto terminale, quello che una volta si diceva "ne varietur", si è fatta più labile. Molto spesso affido questi frammenti alla carta, come mi vengono, e li ammucchio in un cassetto, anche disordinatamente. La poesia non si scrive su carta speciale. Viene a colpi e a lampi». Zanzotto in una recentissima intervista ha ripetuto che «forse prediligo il frammento, che è anche una composizione un po' lunga e scherzosa, ma di umorismo nero se si guarda bene (ad es. in quello) intitolato "Tempeste e nequizie equinoziali" dove parlo di una specie di distruzione del cielo operata da una serie di fenomeni che non ci danno più l'idea di un cielo meteorologico, come ad esempio il buco nell'ozono che recita: "Mille teatrini in batuffoli, frammenti / nell'insieme dispettosissimi / ora è quanto è rimasto / di un sospetto di cielo...", con il finale: "Non ottenesti tu forse la massima pratica orgastica / a testa infilata entro un sacchetto di plastica?".

 

Trattasi «soltanto (di) uno specimen di lavori in corso, risalenti a tutto il periodo successivo e in parte contemporaneo a Idioma (1986)», spiega il poeta in una succinta nota.

Il carattere di frammento di quest'ultimo lavoro non costituisce una «assoluta» novità, ormai tutta l'arte del Novecento aderisce al paradigma del «frammento» come suo punto terminale. Tutta la poesia del Novecento che si riallaccia alla triade paradigmatica: Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud riflette nel «frammento» lo stato di disartizzazione e disumanizzazione dell'arte. Ed è significativo che, in casa nostra, sia la scrittura di matrice ermetica, post-ermetica che quella di provenienza neoavanguardistica, abbia fatto riferimento (pur da opposti versanti) ai medesimi progenitori comuni.

 

Il linguaggio disincarnato, sempre più depurato e rarefatto della modernità si è assottigliato sul filo di rasoio della semantica (sublimata o desublimata che sia) fino a perdere di vista lo'obiettivo centrale della parola (poetica e non): il significato. Come ogni vera mistica il linguaggio poetico è divenuto una mistica del medium, un superintellettualizzato riflettere sulle superfici specchiate della de-localizzazione semantica del testo poetico.

Con la modernità si è interrotta per sempre l'abitudine alla lettura ad alta voce della poesia: Ariosto e Tasso leggevano ad alta voce la propria poesia davanti alle corti rinascimentali. Con il Novecento la poesia è divenuta sempre meno «auditiva» e sempre più «ottica»; è questa la vera ragione storica della decadenza della rima. La decadenza del significante ha trascinato con sé anche il discredito per la rima. Il sistema perfettamente rimato e ritmato della poesia pre-moderna (ad esempio di Mirycae) è colato a picco per quelle stesse ragioni storiche che ne hanno decretato il decesso della rima. Oggi, probabilmente, una poesia perfettamente rimata e ritmata assume (che lo voglia o no) le sembianze del kitsch. Concetto questo ben chiaro a Zanzotto il quale perseguiva una idea di poesia come conglomerato di fibrillazione semantica del testo poetico e kitsch. Un concetto che avrà molta fortuna nell'ambito della cultura del post-sperimentalismo. 

 

Già Poe sosteneva la tesi secondo cui una poesia deve essere breve, lunga non più di una pagina, tanto quanto possa essere contenuto nel respiro di una lettura. Oggi i poeti avveduti sanno bene che è problematica financo la sopravvivenza della forma-poesia ridotta e costipata nello stato anoressico ed aurorale del frammento. Indubbiamente, un'arte che voglia sottrarsi al suo compito decorativo non può che finire che nella balbuzie e nell'afasia. Una poesia come questa di Zanzotto non intende assolvere ad alcuna funzione sociale o decorativa. Con la sua tendenza non-decorativa la poesia zanzottiana, da La Beltà (1968) in poi, pende sul piano inclinato della incomunicabilità, del proprio essere superflua. Se parlare di poesia a-sociale è una contraddizione in termini, come può l'artista impedirsi di consegnare al pubblico i suoi prodotti? Se persino essere antisociali rientra in qualche modo nella logica della socializzazione che ilo mercato globale impone, il problema è appunto: come deve essere la poesia? Come si deve scrivere? Qual è il ruolo sociale che il poeta intende occupare? Verso quale paradigma dirigersi?. La poesia di Zanzotto rastrella dovunque le proto-associazioni, i proto-vocaboli, i proto-simboli, ovunque si annidi l'iper-razionalità dell'irrazionale essa è. Che l'arte sia espressione dell'inconscio et similia. L'irrazionale si manifesta nella poesia zanzottiana con tutto il suo impeto privilegiando gli scarti, le associazioni semantiche. Sì, è vero, il mondo viene visto di nuovo e per la prima volta con immediatezza soltanto dai bambini e dai primitivi, di qui la sua fedeltà alla poesia dialettale. Si può dire che l'opera di Zanzotto anela a un nuovo primitivismo, ma in questo modo rischia di periclitare nell'irrazionalismo dell'inconscio visto come un serbatoio semantico. Di colpo, anche in pittura, nasce un nuovo linguaggio: l'opera di Cézanne, Van Gogh e Gauguin sta lì a dimostrarlo. Ma questo Zanzotto più che un nuovo linguaggio appare essere l'estrema propaggine di una civiltà poetica giunta alla stazione della propria esilarante gassosità. La vocabologia, esilarante e raffinata di certi composti verbali e associazioni semantiche, non può cambiare poi le carte in tavola di ciò che hanno prodotto le poetiche dello sperimentalismo semantico. Siamo nella fase discendente dello sperimentalismo.

 

Zanzotto prende atto della crisi irreversibile dell'italiano: «Scrivo ormai sempre meno in dialetto. Con la catastrofe che incombe sopra l'italiano, sempre più minacciato nella sua realtà linguistica da infiltrazioni di ogni genere, sento di più il bisogno di riavvicinarmi alla lingua da consolidare» (intervista citata), e della crisi irreversibile della lirica. Zanzotto ritorna alla lirica dalla meta-lirica; prende atto del decesso dell'ironia in poesia, ritornandovi dalla meta-ironia, che sarebbe poi la formula di Duchamp: la bellezza dell'apparato semantico, si trasforma in una trappola di incertezze e confusioni. La lessicografia di Zanzotto è ambigua e infirmata anche perché sottoposta all'operazione della meta-ironia. Questo fenomeno di inversione di attrito semantico ottenuto mediante l'etimologia immaginaria, è particolarmente adatto allo scarto breve, al frammento, alla gassosità di uno sfrigolio semantico. Come "l'incontro di pugilato" di Duchamp non consiste nella lotta di due pugili in un ring ma negli assalti di una biglia da combattimento contro tre bersagli collocati su tre cuspidi le cui deflagrazioni fanno saltare un sistema ad orologeria che provoca la caduta di due arieti, questo Meteo di Zanzotto adotta il paradigma meteorologico («esantemi teoremi», «la città di papaveri», «Topinambur» etc.) quale sostituto del paesaggio reale. Insomma, paradossalmente, la lirica della natura viene riabilitata (tra scoppi di risa avrebbe detto Fortini) da una meta-lirica del paesaggio.

 

(Giorgio Linguaglossa)

 

 

Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921  Conegliano, 18 ottobre, 2011), nasce da Giovanni, pittore e professore di disegno inviso al fascismo, e da Carmela Bernardi, consegue il diploma magistrale nel ’37. Ottenuta anche la maturità classica (’38), si iscrive a Lettere a Padova: tra i suoi maestri ci sono Diego Valeri e Concetto Marchesi. Sono anni densi di novità per l’autore che, oltre a coltivare la scrittura poetica – alcuni testi composti in questo periodo sono inclusi nella plaquette A che valse? (versi 1938-1942), edita nel ’70 – approfondisce la lettura di Baudelaire, conosce l’opera di Rimbaud e Hölderlin, studia la lingua tedesca. Laureatosi con una tesi sull’opera di Grazia Deledda nel ‘42, l’anno successivo è richiamato alle armi: inviato ad Ascoli Piceno per il corso allievi ufficiali, è sospeso dall’addestramento a causa di una grave allergia e destinato ai servizi non armati. Dopo l’8 settembre trova riparo nei luoghi d’origine e, nelle file di Giustizia e Libertà, collabora con la stampa della Resistenza. Tornato all’insegnamento con la fine del conflitto, per qualche tempo è in Svizzera; dal ’46 prosegue la sua attività in varie scuole del Veneto. Nel ’51 esce la raccolta Dietro il paesaggio, in cui confluiscono gli inediti insigniti in precedenza (’50) del Premio San Babila. Nel ’54, superato il concorso a cattedre, Zanzotto prende servizio in una scuola media di Conegliano; pubblica nello stesso anno Elegia e altri versi, con prefazione di Giuliano Gramigna. Lavora intanto alle liriche poi raccolte in Vocativo, edito nel ’57. Sposatosi nel ’59 con Marisa Michieli, da cui avrà i figli Giovanni e Fabio, nel ’61 accetta di organizzare la scuola media inferiore di Col San Martino, dove svolge per due anni la funzione di preside. Pubblica, nel ’62, le IX Ecloghe; nello stesso anno, sulle pagine di «Comunità», firma un intervento in cui prende le distanze dalle motivazioni che hanno ispirato la raccolta antologica I Novissimi, uscita nel ’61 per le cure di Alfredo Giuliani. Dopo la raccolta di prose creative Sull’altipiano (’64), dà alle stampe La beltà (’68) e il poemetto Gli sguardi i fatti e senhal (’69). Abbandonato l’insegnamento nel ’70 (ma fino al ’75 continuerà a occuparsi di formazione degli insegnanti), Zanzotto licenzia Pasque (’73) e la raccolta Filò (’76) per il film Casanova di Fellini. Attende inoltre alla trilogia comprendente Il Galateo in Bosco (’78), Fosfeni (’83) e Idioma (’86). Insignito di diversi riconoscimenti – come il Premio Viareggio nel ’78, il Librex- Montale nell’83, il Premio Feltrinelli dell’Accademia nazionale dei Lincei nell’87 –, raccoglie parte della sua produzione critica e saggistica nei volumi Fantasie di avvicinamento (’91) e Aure e disincanti (’94). Negli ultimi anni, ha pubblicato le raccolte Meteo (’96) e Sovrimpressioni (2001). La sua produzione poetica, con una scelta delle prose, è stata riunita e ordinata nel «Meridiano» edito nel 2000.

 

 

 

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