L’AREA PRE-SPERIMENTALE DEL SECONDO NOVECENTO: la poesia di Lorenzo Calogero (1910-1961) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Lorenzo Calogero "An Orchid Shining in the Hand Selected Poems 1932-1960" traduzione di John Taylor Chelsea editions 2015 pp. 426 $ 20

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

«Mi chiedo come si possa comprendere la poesia degli anni Sessanta se non facciamo riferimento ad un poeta come Lorenzo Calogero (nato a Melicuccà, provincia di Reggio Calabria, 1910 – 1961), del quale l’editore Lerici pubblica nel 1962 una scelta dei suoi «quaderni», i due volumi delle sue Opere poetiche. Nel 1960 Calogero invia a Sereni, che a quel tempo dirigeva la collana di poesia della Mondadori, una scelta delle sue poesie. Sereni gli risponderà pochi mesi prima della morte con una lettera circostanziata nella quale formulava degli apprezzamenti e delle riserve che terminavano in un «no possibilista» alla pubblicazione. 

È a Sinisgalli che si deve la «scoperta» di Calogero, il quale dopo vari infruttuosi tentativi di pubblicare su qualche rivista, dà alle stampe a proprie spese due libri di poesia: Ma Questo (1955) e Parole del Tempo (1956), che consegna personalmente a Sinisgalli che allora lavorava a Roma a «Civiltà delle Macchine», dove Calogero lo va a trovare per chiedergli una prefazione al successivo volume Come in dittici.   

Ed è alla prefazione di Sinisgalli che dobbiamo tornare per comprendere il «caso» letterario Calogero. Scrive Sinisgalli: 

 

Vive in una cameretta gelata al quarto piano di una casa anonima. Ha pubblicato a sue spese due volumi nel 1955, e un terzo volume uscirà quest’anno in cinquecento copie presso la casa editrice Maia di Siena. Tutto il mio tempo disponibile, le ore notturne, io le ho dedicate alla lettura di questi versi, tra la fine di dicembre e la fine di gennaio. Non mi rammarico del tempo perduto. Sono, anzi, felice di testimoniare per primo, di aver percorso e scoperto per primo le meraviglie di questo nuovo continente che viene ad allargare il dominio della poesia. I libri di Calogero, specie gli ultimi due, dovrebbero finalmente restituire ai nostri critici – i Cecchi, i Bo, i Vigorelli, i Pampaloni, i De Robertis, i Ravegnani, i Macrí, i Contini, i Muscetta, i Ferrata, i Flora, i Sapegno, i Romanò, i Seroni, i Falqui, i Bocelli, gli Alicata, i Gigli, gli Anceschi, i Debenedetti – la fiducia nei poeti. La storia della poesia è una storia ininterrotta e un caso come questo di un poeta sconosciuto che porta un tributo inatteso di quindicimila versi deve essere per tutti un motivo di sommo gaudio. Di che qualità sia quest’opera ve lo dirò subito. È un groviglio insensato. Si ha l’impressione che il poeta restituisca nelle sue parole una realtà  che vive, muore e rinasce in un soffio. Riesce a dare il senso del moto, di un murmure, di un’animazione, di un brivido, la vita labilissima raccolta in una traccia di parole. È un groviglio qualche volta insensato come un arbusto che geme al vento o il lampo incerto che riusciamo a ritrovare nel brulichio della memoria. Una poesia dentro cui l’autore sembra sepolto, un folto intrico da cui a tratti scaturisce un richiamo irresistibile. Non resta una storia, una figura, un oggetto, ma solo il fluire di una vena, l’incanto di una voce. Perfino i sentimenti sono distrutti per dar luogo a questi grappoli cinerei di fiori. «Era un bisbiglio lungo il cammino / simile a un disegno deserto / di stelle di vetro nel vento»; «Inclemente la neve sui passeri / sboccia dai freddi marmi alle mani»; «Pure dalla nuvola alla rosa odo / la tua parola coi suoi resti e l’andare / e il venire e il probabile fluire / incerto delle vesti»; «O forse la vita ch’io ebbi in dono / è un sogno: scivola, sanguina / sul blu nero delle rose /al batter folle / d’un tuo ciglio». 8

 

Qui ci troviamo di fronte ad un problema non più comprensibile se ci limitiamo ad utilizzare la «griglia concettuale» del duopolio della linea sperimentale e del «modello istituzionale». Dal punto di vista delle poetiche egemoni, la poesia di Lorenzo Calogero si presenta con un marchio stilistico apertamente antimodernistico, per via della manifesta refrattarietà del linguaggio poetico del poeta di Melicuccà ad assimilare gli «aggiornamenti» delle poetiche maggioritarie. Dal punto di vista della «poesia degli oggetti» e da quello dello sperimentalismo neoavanguardistico, una poesia come quella di Calogero appare arretrata e retrogrediente. È semplicemente incomprensibile.La poesia di Lorenzo Calogero è la poesia di un isolato: fisicamente e culturalmente confinato nella lontana provincia di Melicuccà. 

D’ora in avanti assisteremo in poesia ad un fenomeno letterario di nuovo conio: la moltiplicazione degli «isolati», degli «appartati», dei «periferici», dei «provinciali». Insomma, di coloro che non fanno parte della linea maggioritaria e che non ne condividono l’egemonia. D’ora in avanti diventerà sempre più difficile contenere entro un modello teorico, diciamo così, duopolistico, gli innumerevoli esempi di poesia non catalogabile dentro il ventaglio offerto dalla griglia interpretativa istituzionale. Come ogni griglia culturale, anche questa è stata uno strumento che ha tenuto finché è rimasta impregiudicata l’egemonia della linea conservatrice della poesia italiana. Il crollo della visione monistica e storicistica ha poi aggiunto disvalore a disvalore lasciando libero campo alle concezioni irrazionalistiche della poesia considerata non più uno strumento di conoscenza del mondo ma alla stregua di un prodotto «inutile», un ornamento da demistificare e derubricare tra i non «oggetti». Del resto, una poesia come quella di Lorenzo Calogero era intimamente refrattaria alla omologazione dentro la griglia interpretativa invalsa in quegli anni: linea sperimentale e linea del «modello istituzionale». L’immobilità linguistica della poesia di Calogero è, in una certa misura, il riflesso estetico dell’arretratezza economica e culturale del Sud ma, paradossalmente, questo è anche il suo punto di forza e di massima originalità. L’isolamento fisico e geografico della poesia di Calogero relegato a fare il medico condotto nella provincia di Reggio Calabria è anche il marchio di garanzia della sua qualità letteraria. È l’isolamento di un poeta intimamente refrattario alle lusinghe delle poetiche apparentemente più innovative e spregiudicate che stavano a ridosso della modernità. Il poeta di Melicuccà lavora febbrilmente per un decennio, instancabilmente, ossessivamente, fino alla morte, fino a due tentativi di suicidio intorno al progetto di una poesia che non si rivolge a nessun interlocutore e che punta tutto sul potenziale della stilizzazione del linguaggio tardo ermetico in direzione di una nuova omogeneizzazione del linguaggio poetico depurato di ogni culturalismo, filtrato e selezionato, per riposizionarlo su un piano ancora «pre-sperimentale», di fatto, di modernissima colloquialità e comunicabilità. Insomma, la poesia di Lorenzo Calogero sembra ignorare, a suo modo, la problematica della modernizzazione del linguaggio poetico e del Moderno ma, grazie appunto a questa manifesta cecità, attinge quasi miracolisticamente la soglia di un linguaggio poetico straordinariamente «omogeneo» e «circolare». La poesia di Calogero è un perimetro all’interno del quale si muovono soltanto forze stilistiche omogenee. Come un mare chiuso la poesia di Calogero non conosce possibilità di affluenze e di confluenze, di concordanze e di discordanze ma neanche di influenze o di prestiti. Essa esiste in quanto sembra preesistere a se stessa, è immutabile e non esportabile, neppure per imitazione, neppure per sottrazione e opposizione. Miracolo della «periferia», la lingua di questa poesia appare chiusa, semanticamente immobile, omogenea, perfettamente conchiusa in quanto compiutamente imbelle: è al di qua dello sperimentalismo e al di là dell’«impegno». È questa la ragione per cui questa poesia non ha avuto seguaci né ammiratori ma neanche detrattori. Incomprensioni sì, coloro che l’hanno etichettata come operazione «tardo-ermetica», quando invece è la poesia più all’avanguardia degli anni Sessanta, rivelano una singolare cecità tipica del ceto letterario che sta organizzando la «linea maggioritaria» della poesia italiana. In altre parole, la poesia di questo solitario non si è socializzata, non è diventata patrimonio comune della Tradizione, ovvero del ceto letterario, non è diventata appannaggio del linguaggio letterario, e quindi non ha fatto scuola, ed è restata un corpo estraneo all’interno della nostra Tradizione, ciò che ha indubbiamente favorito la sua emarginazione  politico-culturale, la sua innocuizzazione".*

 

* Giorgio Linguaglossa Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 EdiLet, Roma, 2011pp. 410 € 18 

 

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica. Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. E’ di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie.

Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. E’ sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: “sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi”.

Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza.  Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino ma Einaudi  è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. E’sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste , che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero, che rimarrà inedito. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia.

Scrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta  Parole del tempo, che contiene 25 PoesiePoco SuonoParole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Si innamora di un’infermiera, Concettina. Tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi.

Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi,  G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli  presenzia alla premiazione. Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa  incomprensione. Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo. Viene ricoverato nuovamente a “Villa Nuccia”. Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo. La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici, editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria.

Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte.

Il corpo del poeta senza vita fu trovato nella sua casa di Melicuccà il 25 marzo 1961. Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase:

Vi prego di non essere sotterrato vivo”.

Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero, ancora oggi inedito, insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900.

 

However gloriously he loved

it was his pale hesitation that was being recounted

at the boulders’ brink.

All things recounted themselves in turn                     

the finalized obliqueness                

of the blue half in formation.             

At night things were recounted to the other human being                

and only when recounted aloud could he himself understand.

Thus his very things were telling stories all the time

over this earth’s dominions.

Creeping plants were flowering in rows 

as well as something else, dark and expected— 

all these were elsewhere. 

 

*

 

Per quanto egli amò con gloria

era una pallida titubanza

che si narrò ai margini delle rocce.

Tutte le cose si narrarono a vicenda

l’obliquità compiuta

del mezzo azzurro a schiera.

Di notte si narrò di cose ad altro essere

e solo ad alta voce egli comprese.

Così raccontarono nel dominio della terra

tutte le ore le medesime sue cose.

Sui filari rampicanti erano i fiori

e un’altra cosa attesa oscura

erano altrove.

 

da Avaro nel tuo pensiero — inedito.

 

*     

 

Implicitly understood, the signs

 

Implicitly understood, the signs—

the day is near—hollow out

with their long lightning eyes

a black flash that was full of hate.

Larks were captive and,

facing the days,

with a calm sound of lightness,         

of pure spaces of waves,

that you watch struggling to grow, a dense, 

limpid gentleness in your eyes

snaps off as you fade.               

If the dead steal you away into the ground,

if you question me and then smile,

I no longer know what is longer

or more foreboding: death          

or this quietude that comes

from now on to live again

in the sunbeam of other people’s pain.

             

Implicitamente sottintesi i segni

 

Implicitamente sottintesi i segni —

non è lontano il giorno — scavarono,

coi loro lunghi occhi di baleni,

un lampo nero ch’era di odio.

Allodole erano prigioniere,

e, di rimpetto ai giorni,

col suono calmo di una lievità

di puri spazi di onde,

che vedi crescere a stento, si spezza

una dolcezza limpida

nei tuoi occhi, densa, che scolori.

Se ti trafugano i morti sotterra,  

se m’interroghi e sorridi poi,

non so se piú presaga

piú lunga di te sia morte

o la quiete: questa che viene

ormai a rivivere

nel raggio dell’altrui dolore.

 

da Come in dittici, Opere Poetiche 1, p. 18.

    

*    

 

A life is streaked

 

A life is streaked among anxious  

rigid shapeless things. Still unseen 

is a passer-by.

To drop anchor in the void was surely

a light and, if ablaze,     

no longer do you know if a line or a larva

was afar, a winged shape

neither hiding nor swooping down anymore.    

Nor do you reply with brief

close-up movements. You will accompany pain

to the increased mystery of being

only a leaf.

 

Tears, lacinias left behind  

have no longer happened: they pass

like linesinto the void. Man,    

no longer will you leave tomorrow unseen,

your weeping lacerated.

 

If the enlightening magic ceases

the light of words today is denied

in the dark, monotonous reflected alternative 

of the hours. For this solemn strolling    

you will cease to be at the height

of the solar solitudes, in the silence,

a hovel made round and,

no longer with the hint of a smile, you will await

in the reflection of a new being

your new pain.

 

Si screzia una vita

 

Si screzia una vita fra trepide

rigide amorfe cose. Ancora

non veduto è un passante.

Ancorarsi nel vuoto era certo

una luce e, se a fiamma

non sai piú se remota era una linea

o una larva, sagoma alata

piú non si cela piú non ripiomba.

Piú non risponderai per brevi

moti accanto. Accompagnerai il dolore

al mistero cresciuto di essere

solo una foglia.

 

Lacrime, lacinie lasciate in disparte

non sono piú accadute: passano

come righe nel vuoto. Non piú uomo

lascerai domani non veduto

lacerato il tuo pianto.

 

Si l’illuminante magia cessa

il lume della parola oggi si nega

nell’alternativa  riflessa resa cupa

e monotona delle ore. Per questo incesso

cesserai di essere dalle altitudine 

delle solitudini stellate, nel silenzio,

una bicocca resa rotonda

e, no piú abbozzato sorriso, attenderai

nel riflesso di un nuovo essere

il tuo nuovo dolore.

 

da Come in dittici, Opere Poetiche 1, p. 11

 

*     

 

I Know of a Tree

I know of a tree, of a free

cloak of leaves, of a thief

or of another with a changeable 

name behind a tombstone; and perhaps

tomorrow you too will recall 

having been up in the air

and on a different versatile course

during the same day. Free,

off you will go in your shabby cloak,

not noticing you are yourself gentleness, 

lazy and lovely in your looks,

your lips limpid,  

quivering in the air, so alone in your grief.

 

So di un albero

 

So di un albero, di un libero

mantello di foglie, di un ladro

o di un altro con un mutevole

nome dietro una tomba; e forse

domani ti ricorderai

anche tu di essere nell’aria

di un diverso versatile corso

nell’ora del medesimo giorno. Libera

andrai nel tuo mantello povero

e non ti accorgerai di essere una dolcezza

vaga pigra all’aspetto,

chiara sul labbro,

tremula nell’aria, così solitaria al dolore.

 

da Come in dittici, Opere Poetiche 1, p. 154.

 

*    

 

To veiled enchantment

 

To veiled enchantment the words

are crying out. One moment burning out, the next 

flaring into faint love, ever sharp was the song.                         

If lazy, a word dissuades:

return to remote warnings.

How this quietude was mindful

of the sad sound deceiving it.  

 

Perhaps it is but a dream. The gray beating

wings back upstream      

and a day ends. I ask what sign

your sweet facial features was. 

Thus burns out                  

bleak weather or dim sorrow

and sways off into the swamp       

because I am asking you.

                                      Cobalt blue

were the waters and, changeless,

your disappointing face 

hovering above a light flickering in the breeze. 

 

A larvato incanto 

 

A larvato incanto gridano

le parole. Ora si spegne, ora in fioco amore

era sempre acuminato il canto.

Pigra una parola dissuade

e ritorno a remoti ammonimenti.

Come questa quieta era memore

del suono triste che l’illude.

 

Forse non è che sogno. Il battito

d’ali grigio risale a monte

e una giornata si chiude. Chiedo

qual era il segno dei dolci

tuoi lineamenti. Si spegne

anzi tempo cupo o duole fioco

e dondola fuggente nella palude

perché ti chiamo.

                                      Di cobalto

erano le acque e, senza mutamenti,

sopra una luce trepida alla brezza

il tuo viso che delude.

 

da Ma questo, Opere Poetiche 2, p. 138.

 

*    

 

Frail sailing veins

 

Frail sailing veins and the sailboat

as dawn glimmers. Still drowsing. A dark

empty affair and you dying     

like a bud of wheat when,                

leaving the barely surfaced land,

the shepherds crossed the waters

with their dark, worn-out hearts

and their blond faces 

like the soft low-cut clearings

of harvests on barely born hills.    

Like a star barely deserted

a current murmured to you

in the immensity of the blue.

Now you hear the call of the camp   

when the horses bit you.

Long the brown wellsprings that loved you

with their bright motley banners

have dried up.                           

That frail colored boat

changed its sail and oars        

and the cameos made an about-face

towards the spread of solitary brown plains

of the night, like a soothed 

affable sunbeam, and they loved

other men. The pain

awakened your brown desires for torrid days

on the blond hair; and yesteryear’s

times and paths have vanished

even as gold bleaches live gold and hisses at  

the swift moonbeams 

from the west.

 

Fragili vene a vela

 

Fragili vene a vela e l’imbarcazione
sugli albori. Dormiveglia. Cupa
e vuota faccenda e tu che muori
come una gemma del grano, quando
da una terra appena emersa,
passarono i pastori sulle acque
coi loro cupi e stanchi cuori,
e il loro viso era biondo
come le radure soffici e radenti
delle messi dei colli appena nuovi.
Come una stella appena vuota
ti mormorò una corrente
nell’azzurro e nell’immenso.
Ora odi il suono del bivacco
quando ti morsero i cavalli.
Erano da anni assiepate
queste brune fonti che ti amarono
e splendevano come vessilli multicolori.

Cambiò vela e mutò remo
questa fragile barca di colori
e i cammei si volsero dall’altre parte
ove si stendevano le brune erme pianure
della notte, come un sopito raggio
che fu tanto cortese ed amarono
gli altri uomini. Il dolore
ti svegliò la bruna voglia del solleone
sopra i biondi capelli; e i tempi,
i cammini da allora sono persi
come l’oro fa biondo l’oro vivo e sibila
i veloci raggi della luna
da ponente.

da  Ma questo, Opere Poetiche 2, p. 34.

 

*    

 

Already pale tresses

 

Already pale tresses

on steep abysses move

the volcanic islands

and the fresh maidenhair fern

hides the life-giving lands.

I know the respite of rectilinear reflections

and a fire in the womb flares up

like a cloud into the vastness.

You suffer the burnt-up beckoning

that a green fragrance sends you from space

and you trace

the bitter branches of life in the silence,

in a ball of wool going astray.

 

Già pallide chiome 

 

Già pallide chiome

su ripidi abissi muovono

le isole dei vulcani

e il fresco capelvenere

nasconde le alme contrade.

 

Conosco il riposo dei riflessi rettilinei

e un fuoco nel grembo si accende

come una nuvola nell’immenso.

 

Tu soffri gli arsi richiami

che ti manda dallo spazio

un effluvio verde e tracci

gli aspri rami della vita nel silenzio

in un gomitolo che si sperde.

 

da Ma questo, Opere Poetiche 2, p. 14.

 

 

 

Opere Poetiche 1, Lerici Editori, 1962.

Opere Poetiche 2, Lerici Editori, 1966.

 

John Taylor nasce nel 1952 a Des Moines (Stati Uniti), e vive in Francia dal 1977. È autore di sei opere di racconti, di prose brevi e di poesie: The Presence of Things Past (1992), Mysteries of the Body and the Mind (1988), The World As It Is (1998), Some Sort of Joy (2000), The Apocalypse Tapestries (2004) e If Night is Falling (2012). Le raccolte The Apocalypse Tapestries e If Night is Falling sono state pubblicate in italiano: Gli Arazzi dell’Apocalisse (Hebenon, 2007) e Se cade la notte (Joker, 2014), nella traduzione di Marco Morello. 

John Taylor è anche noto come specialista di letteratura francese contemporanea, di cui scrive regolarmente rassegne sul Times Literary Supplement (Londra). Si occupa anche di poesia internazionale nella rivista Antioch Review, dove appare in ogni numero la sua rubrica “Poetry Today”. Un’ampia selezione dei suoi saggi su poesia e prosa francesi è apparsa in tre volumi con il titolo Paths to Contemporary French Literature (Transaction, 2004, 2007, 2012) e i suoi saggi su poesia europea nella raccolta Into the Heart of European Poetry (Transaction, 2008) che comprende numerosi saggi su poeti italiani: Montale, Saba, Pavese, Caproni, Ungaretti, Sbarbaro, Sereni, Zanzotto, Erba, Cattafi, Mariani, de Palchi, Luzi, De Angelis e altri. 

Ha tradotto le poesie di Philippe Jaccottet, di Pierre-Albert Jourdan, di Jacques Dupin, di Louis Calaferte e di José-Flore Tappy. È editor e co-traduttore d’una ampia raccolta dei testi del poeta italiano Alfredo de Palchi: Paradigm: New and Selected Poems, 2013. En 2013, Taylor ha vinto una borsa di traduzione presso l’Accademia di Poeti Americani per il suo progetto di tradurre il poeta italiano Lorenzo Calogero.

 

 

 

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