MARGHERITA GUIDACCI (1921-1992) POESIE SCELTE  «Il tempo dell'anima è l'eternità»
con COMMENTO CRITICO di Giorgio Linguaglossa

 

Margherita Guidacci (Firenze, 25 aprile 1921 –Roma, 19 giugno 1992). Figlia unica, rimane orfana in tenera età. Cresce in campagna, in compagnia del poeta Nicola Lisi, suo cugino. Si laurea in letteratura italiana all'Università di Firenze, con una tesi su Giuseppe Ungaretti, specializzandosi poi in letteratura inglese ed americana, ha tradotto le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945 diventa insegnante, prima liceale e successivamente docente universitaria.

Pubblicazioni in poesia:

 

La sabbia e l'angelo, Firenze, Vallecchi, 1946

Morte del ricco: un oratorio, Firenze, Vallecchi, 1954

Giorno dei santi, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1957

Paglia e polvere, Padova, Rebellato, 1961

Le poesie, Milano: Rizzoli, 1965

Neurosuite, Vicenza, Neri Pozza, 1970

Il vuoto e le forme, Quarto d'Altimo, Rebellato, 1977

L'altare di Isenheim, Milano, Rusconi, 1980

Brevi e lunghe, Città del Vaticano: Libreria editrice vaticana, 1980, 

L'orologio di Bologna, Firenze, Città di Vita, 1981

Una breve misura, Chieti, Vecchio faggio, 1988

Il buio e lo splendore, Milano, Garzanti, 1989

Aneli del tempo Firenze, Città di Vita, 1992

 

L’ultima silloge, Anelli del tempo, consegnata nelle mani dell’amico fraterno padre Massimiliano Rosito qualche mese prima della morte, apparve nei tipi di «Città di Vita» nel primo anniversario della morte. Appartenente alla raccolta postuma, “All’ipotetico lettore” rappresenta per molti aspetti il testamento spirituale di Margherita Guidacci.

La poesia è il diario di un’anima, documento di un percorso spirituale. Mario Luzi, rievocando il momento del primo incontro, associava la sua figura a «un’impressione di luce festosa, una letizia mentale, accompagnata però da un senso luttuoso. Qualcosa che non potrei definire altrimenti che con questa parola la quale sembra molto grave, insomma la segnava. Segnava delle ombre in lei e segnava nel profondo chi ascoltava».

«Avevo conosciuto prima lo sfiorire che il fiorire – scrive di sé Margherita Guidacci -, avevo veduto prima come si muore che come si vive, e nella vita ero entrata, per così dire, a ritroso, senza poter staccare lo sguardo dal termine che ci attende sulla terra, il disfacimento della carne». Con queste parole  la scrittrice trentasettenne introduce, in un articolo per il quotidiano «Il popolo», l’incontro con Clemente Rebora, intitolato, del resto, «La morte come vita».

 

Sia da parte materna che paterna la famiglia era originaria di Scarperia, dove possedeva un’antica casa d’epoca medicea. Il padre, Antonio Leone Guidacci, noto avvocato nel foro fiorentino, si ammalò di cancro e scomparve prematuramente nel 1931. Figlia unica, Margherita crebbe con la madre Leonella Cartacci e la nonna materna Maria Savi. Timida e introversa, a disagio al confronto con i bambini della sua età, furono i libri la più assidua compagnia dell’infanzia. E a conferma che la poesia è visita e dono, già dai primi anni affiorano i segni di una chiamata, in obbedienza al destino: «La mia tematica è probabilmente legata ad uno dei primi ricordi della mia vita. Avevo quattro anni e mezzo: (…) alla fine del 1925, dopo Natale ed ancora nell’atmosfera di Natale. Mia nonna era seduta in una grande poltrona vicina al caminetto; ed io sedevo ai suoi piedi, su un panchettino imbottito, appoggiando la schiena contro le sue gonne. A un tratto, non so come né perché, parve che le frontiere del mio mondo infantile – fino allora eterno, incomunicabile ed immutabile, di fronte al mondo anch’esso eterno, incomunicabile ed immutabile degli adulti – cadessero polverizzate. Sentii allora, con una violenza che mi fece paura, la continuità fra mia nonna e me, l’unicità della corrente – sangue e tempo – che ci attraversava. Lei era stata come me ed io sarei stata un giorno come lei. I nostri mondi non erano divisi….».

 

*

A proposito della poesia di Margherita Guidacci ho scritto: 

 

"Il discorso lirico di Margherita Guidacci non sposta il versante del «canonico» della poesia del primo Novecento; con la sua cifra  monologante incentrata sull’io poetico introduce il piano narrativo e il verso lungo. La poesia di La sabbia e l’angelo (scritto nel 1935 e pubblicato soltanto nel 1946), è il primo tentativo di una poesia da camera, un discorso interiore con una intelaiatura sostanzialmente pre-sperimentale (una sorta di territorio stilistico di nessuno appartenente alla stagione manifatturiera del «moderno»), identificabile, in un arco temporale che si snoda da La Bufera (1956) di Montale, fino a opere come Il conte di Kevenhüller (1985) di Giorgio Caproni.

Un discorso poetico che proviene da lontano, dalla via laterale e periferica della prosa, imbocca una strada tutta in salita: il discorso lirico con uno stile prosastico. La Guidacci si sottopone fin dai primi anni dell’adolescenza ad un tirocinio ascetico, disbosca il suo linguaggio poetico di ogni residuo ermetico ed opera un consolidamento stilistico di stampo narrativo pre-sperimentale. Quello che rimarrà da fare sarà il tragitto più lungo: appunto, uscire dal primo Novecento, costruire una koiné linguistica che consenta di avviare la poesia italiana sul binario di una moderna poesia europea attrezzata prosasticamente. La Guidacci, dopo lo splendido inizio della prima opera, non saprà dare continuità ai suoi esiti estetici, non saprà consolidare quelle posizioni stilistiche con una ricerca rigorosa e con la necessaria tenacia. Le opere successive: Morte del ricco (1955), Neurosuite (1970), Taccuino Slavo  (1976), L’altare di Isenheim (1980), Anelli nel tempo (1993), segneranno un progressivo cedimento ad una medierà stilistica in linea con operazioni analoghe.

La poesia di La sabbia e l’angelo sta di fronte al suo «oggetto» in relazione di «desiderio» e di «contemplazione», è un sapere dominato dalla nostalgia e dalla illusione per il mondo un tempo posseduto e riconosciuto. Fatto sta che soltanto il riconoscibile entra in questa poesia con il suo statuto e il suo vestito linguistico mentre l’irriconoscibile è ancora di là da venire, resta irriconosciuto, irrisolto e quindi non pronunziato linguisticamente. La formalizzazione linguistica di questo complesso procedere rivela l’aspetto stilistico di una poesia attestata tra il desiderio e la contemplazione, tra la vocazione e la illusione, tra il lato riflessivo e il lato desiderante dell’intenzione poetica. Poesia che si apre un varco dentro l’ossatura linguistica dello pre-sperimentalismo senza riuscire a perforarne il tegumento stilistico. Tutta inscritta tra la contemplazione e la facoltà desiderante, l’operazione della Guidacci resterà impigliata dentro l’ossatura del paradigma «narrativo», ancora implicito e implicato nelle contraddizioni di quel paradigma" .*

 

*Giorgio Linguaglossa Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010) EdiLet, Roma, 2011 pp. 400 € 16

 

 

 

All'ipotetico lettore

 

Ho messo la mia anima fra le tue mani.

Curvale a nido. Essa non vuole altro

che riposare in te.

Ma schiudile se un giorno

la sentirai fuggire. Fa' che siano

allora come foglie e come vento

assecondando il suo volo.

E sappi che l'affetto nell'addio

non è inferiore che nell'incontro. Rimane

uguale e sarà eterno. Ma diverse

sono talvolta le vie da percorrere

in obbedienza al destino.

 

1992

 

 

 

Da La sabbia e l’angelo (1946)

 

XVI

 

Se tu mai sentissi la notte nei tuoi polsi tremare,

E trafiggerti con gli aghi del sangue,

E i minuti del cuore sconvolgerti in improvvise frane,

Allora nemmeno comprenderai

che sia , di terra farsi poi nardo e neve,

Ed entrare in un tempo incorruttibile.

 

XXVII

 

Ama l’albero in sé raccolto, ama la chiusa fatica

Del frutto che il tempo nutre  e che nel tempo ricade.

Ma più ama l’albero nel vento, quando assomiglia alla fiamma futura.

 

 

 

Da Una breve misura (1988)

Anche sul fango  Lieto risveglio

il sole resta sole   d’ali e canti: ogni uccello

e non s’infanga   conosce la sua alba

Quando è accaduto il peggio

Quando è accaduto il peggio

si forma un grande silenzio

come un lago immobile

su una città sommersa.

Son più reali le nuvole

delle case che prima abitavamo.

Ci affacciamo curiosi

e indifferenti come posteri.

sulla rovina che più non è tale

per noi, se soverchiandosi ha travolto

la nostra conoscenza,

Che sollievo sentire

che nulla ormai ci riguarda!

 

 

 

Da Nerosuite (1970)

 

Clinica neurologica

Qui giunto molte cose o pellegrino

puoi domandarti ma una sola importa:

E’ l’ultima casa dei vivi

o la prima dei morti?

 

 

 

Stella cadente (1992)

 

Alcuni desideri si adempiranno
altri saranno respinti. Ma io
sarò passata splendendo
per un attimo. Anche se nessuno
mi avesse guardata
risulterebbe ugualmente giustificato -
per quel lucente attimo – il mio esistere.

 

*

 

Tutti i vostri strumenti hanno nomi bizzarri

e difficili, ma io vedo chiaro

e so che in fondo sono solamente

metri e gessetti con cui misurate

e segnate – segnate e misurate

senza stancarvi.

Sfilate spilli di tra le labbra, come un sarto:

me li appuntate sull’anima

e dite: “Qui faremo un bell’orlo.

Dopo starai tanto meglio.”

Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima !

Se ne ho troppa per entrare nel vostro mondo,

ebbene, non voglio entrarci.

Sono una poetessa:

una farfalla, un essere

delicato, con le ali.

Se le strappate, mi torcerò sulla terra,

ma non per questo potrò diventare

una lieta e disciplinata formica”

 

Poiché non mi veniva nessuna parola

(la parola era “addio”, ma non riuscivo a dirla)

ti ho dato il mio silenzio

ed ho ascoltato il tuo,

e non è stato un vuoto, ma condivisa pienezza

e ancora gioia, mentre accettavamo,

come la terra, un nostro tempo di neve,

bianco grembo d’attesa delle future estati.

 

*

 

È come una mancanza

di respiro ed un senso di morire,

quando mi stringe improvviso

il desiderio di te tanto lontano

e nulla può calmarlo, altro pensiero

non può occuparmi, tranne il Paradiso

che sarebbe per me lo starti accanto.

Ma poiché ciò m’è negato, più cara,

molto più cara d’una fredda pace

mi è la stretta indicibile

quasi marchio di fuoco che proclami

ancora e sempre quanto sono tua.

A nessun costo vorrei separarmi da questo mio dolore.

 

 *

 

Scrivo parole ogni giorno.

Non so dove arriverò,

scrivendo.

So che potrei tacere.

Colui che sa, non parla.

Muto nel ventre del tempo

dove uomini gridano, anche.

Lo sguardo

basterà per comprendere e dire

quanto la voce non dice.

Sfioro ogni istante, ogni giorno

l’urlo e il tuono. Vivo intorno.

Potrei fermarmi e attendere.

In silenzio.

 

*

 

Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

 

*

 

Ho messo la mia anima fra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino. 

 

*

 

se il muro fosse di pietra e non d’aria, 

se attraverso il muro non si toccassero gli alberi, 

se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima 

fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare, 

se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude 

alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi 

alla cintura del carceriere che si allontana: 

quale sollievo ne avresti nell’orrore! 

 

perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi, 

la rocca più imponente può essere distrutta. 

ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà. 

e non è muro: nessun muro sarà abbattuto. 

le sbarre d’ombra sono le vere sbarre, 

non saranno divelte. tu confini con l’aria, 

tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera, 

e sei tu stessa la tua prigione che cammina. 

 

 

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