Giulia Perroni –  dal POEMA "La tribù dell’Eclisse" (2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa 

 

 

Siamo ancora dentro una "Civiltà di tipo 0", secondo la tipologia indicata dal fisico teorico Michio Kaku, una civiltà che trae energia da elementi che trova già pronti in natura (il carbone, il petrolio, l'uranio etc.). È quello che ci vuole dire Giulia Perroni con questo bizzarro titolo, apparteniamo ancora alla «tribù dell'eclisse», siamo simili a quegli arcaici che assistevano con spavento alla eclisse come ad un evento taumaturgico e divino. Tutta la variegata «sostanza» del discorso poetico di Giulia Perroni ha qualcosa di arcaico e di moderno insieme, è costituita da immagini e substrati di immagini, di metafore e di substrati di metafora, di schegge di immagini, di voli spericolati tra le immagini, di capovolgimenti di tempi e di spazi. Poema che si estende per 170 pagine senza un attimo di tregua, con un ritmo percussivo ed avvolgente che vuole irretire il lettore nelle proprie spire. Come sappiamo dagli studi di un sinologo come Ernest Fenollosa, le parole astratte, incalzate dall'indagine etimologica, ci svelano le loro antiche radici affondate nell'azione; e forse il dinamismo della poesia della Perroni è un lontano parente del dinamismo universale che un tempo animava le lingua primitive; della lingua primordiale l'autrice eredita la capacità di creare universi paralleli e «mondità». Come sappiamo, non è da un arbitrario intento soggettivo che nacquero le  primitive metafore, esse seguono la matrice delle relazioni che accadono in natura, la natura ci fornisce le sue chiavi, e il linguaggio recepisce questa matrice che si trova in natura. Giulia Perroni è convinta che il mondo sia pieno di omologie, simpatie, identità, affinità e che sia compito della poesia catturare i segreti di queste relazioni interne tra le «cose». La metafora è la vera sostanza della poesia, l'universo è un orizzonte di miti sedimentatisi; la bellezza del mondo visibile è impregnata di arte, è quest'ultima che crea la bellezza della vita; la poesia fa coscientemente ciò che i primitivi fecero inconsciamente, e la poesia di Giulia Perroni non fa altro che riesplorare e rielaborare i miti e le «imagery» della civiltà del Mediterraneo, getta ponti che si estendono tra il visibile e l'invisibile, attraverso il tempo e lo spazio, il lessico prosaico e quello ricercato. È questa la poetica di Giulia Perroni, leggere la sua poesia significa accettare questa impostazione di vita e del modo di concepire l'arte poetica; ma nella sua poesia c'è anche il gusto del gioco, l'allegria degli spazi, la gioia del ritrovarsi nell'universo, l'ironisme, l'istrionisme. C'è altro, c'è la «mondità», un riepilogo e una accelerazione del mondo di fuori e del mondo di dentro.

Del resto, il libro si può leggere come un romanzo «aperto», dall'inizio, dalla fine, a ritroso, dalla metà andando indietro e in avanti, insomma, il libro si presenta come un resoconto della storia individuale e familiare e della storia del Regno delle due Sicilie (molti sono i riferimenti al Risorgimento e alla spedizione dei Mille). I registri stilistici sono i più vari, vanno dalla filastrocca di origine popolare alla poesia cortese, dalla poesia lirica primo Novecento agli inserti di versi lineari e di prosasticità; digressioni e sovrapposizioni si susseguono senza interruzione, dando al poema una varietà di toni e di rifrangenze. Si può dire che in questo Libro conclusivo del suo percorso stilistico e umano Giulia Perroni abbia voluto fare un bilancio della propria poesia e abbia voluto dare al lettore un legato testamentario quasi presentisse e temesse per le sorti della poesia nell'epoca presente. Ed è appunto questo forse il messaggio di fondo del libro: un atto testamentario per il tempo dell'avvenire.

 

Giulia Perroni da La tribù dell’Eclisse Passigli, Firenze, 2015 pp. 170 € 20

 

 

Timido viene il canto

il cappio ha un contatto preciso

il raggio riporta il sereno

dove è fuggita l’anima

 

Peraltro si fa titubante

il passo che unisce la trave

a forma di antichi narrati

lì dove gridano i morti

 

Tuppete qua tuppete là

gira la foglia la verità

tenta la vita un giro a mezzo

il mare sogna la sua cavezza

un alto monte seduce il mare

non ha la spuma per navigare

sotto le chiome sta Carolina

ma fugge il vento dalla collina

e tutto quanto già s’addormenta

il bene e il male nessuno sente

solo la pioggia sta sui limoni

come l’avviso dei lucumoni

tante certezze un solo inciso

rimane l’oro sulle camicie

rimane tutto nel suo silenzio

nel tempo d’ocra di Sua Eccellenza

non tuona il mare né più il sovrano

anche le teste nessun ricorda

rimane il mare rimane il monte

una dolcezza una ansietà.

Tuppete qua tuppete là

 

E nel giardino scoiattola il bimbo

tessera franca sono i guardiani

di là si stinge persino il mare

di un suo bisogno di verità

 

Tuppete qua tuppete là

 

Trallallallero trallallallà

 

Incustodita la luna fugge

non c’è guardiano sopra il mistero

né sulla guglia di mezzanotte

la luce bianca o il fuoco nero

 

Trallallallero trallallallà

fuori chi parla senno se no

bruca l’ampolla

ghirighigò

 

Non c’è parola per il silenzio

 

Incrociano i gigli la fresca notte

la rosa è come una margherita

bianca nel volto ma sulle dita

come un rossore di vanità

 

Bianca e sognante: m’ama non m’ama

urge al tramonto la sua campana

è tutto un gioco come la vita

la folle foglia di margherita

 

Interessante senno sennò

bruca la foglia

ghirighigò

 

Questa è la vita che altro vuoi

la guglia ha fretta di rami d’oro

ha fretta il sangue delle mattine

per dove passa la birichina

 

Senno di luce senno sennò

bruca la terra

ghirighigò.

 

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Bellissimo barone fastoso

anche tu hai parlato di danaro

sotto lo squallido scalone

risuscitato dallo sfarzo

 

Sono tornate in su le torrette

e i lillà infuocati di giglio

come fu che l’ardente cipiglio

bisticciò con le lodi?

 

La guerra fece cucù dai rami

e il sogno si ritirò dal cancello

in una tana di pioggia serrata

per lasciare fuggire la stella

 

Saffo non voglio sapere

né di tuo fratello, né della prigione

mi basta il fascino delle viole

che hai lasciato quaggiù sulla terra

 

Barone Wolff non so nulla di te

ma il ritratto è di un grande bell’uomo

non distruggere la visione onorata

che lascia trapelare i canti

 

Saffo e il barone

l’ammucchiata delle folli corse

nelle macchine al gran premio di Rally

che vanno per funghi e per boschi

 

Fecero man bassa i delitti

sulle stuoie di languidi araldi

un arco lontano e difficile

preparò la festa agli intrugli

 

Ma se da dietro a un cappello

un giardino fa capolino

io tendo alla rapida gogna

il profumo che mi fa secca

 

Erano alberi alti

e la villa non aveva finestre

un sogno masticato di giallo

nella vendetta sicura

 

Ed anche chi rovistava le stelle

aveva fama di gattopardo

macellaio di spade pesanti

in un paradiso che perdeva le braghe

 

Lungo la Senna con alberi lunghi

e ombrellini di rame a passeggio

 

Ed anche in Lettonia o in Ispagna

 

Fecero rami pazzi martiri e santi

che urlavano come contralti

quando la vita aveva ancora altro da aggiungere

 

E per favore niente bocche storte

 

Non mi parlate di angeli scarabocchiati

che con tenaci lanterne rasentano

lungo muri scrostati i pisciatoi delle stelle

 

I padri a volte seviziano le virtù delle fanciulle

e la santità delle terre

che non appartengono a nessuno

 

Solo il tempo agita con armi di corallo

la primavera che ha baciato in bocca

la chiesa-madre affollata

 

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Ed era vera la grandiosa licenza del guardare la sponda liberata

il granellino del contrasto dei semi, il terribile amico sonnecchiava

tra i rami della pioggia verso d’oro che si faceva bianco gelsomino

quando spuntava l’alba

 

Chiedo a Babington una luce come fossi Maria Stuarda

e lo pregai una volta (occhialino aggiustato sul naso)

che inoltrasse le gambe o il fango delle strade

nel rubinetto d’oro della folla e rimanessi intatta

nel mio collo di splendida figura

 

Fu la terra un segnale di bimbo

fu la terra pestata e illuminata in fondo a un cuore

da vessazioni inutili

 

Mi accodo a tutto questo

 

Tutto quel mare sussiegoso e tranquillo

in ogni specchio delle favole antiche

 

E mia cugina in visconti di numeri

affannati nei quattro salti della torre

affida ad un quaderno tutti i suoi ricordi

 

Le notizie del padre di suo nonno

 

Del tempo birichino e incriminato

 

Lasciato come spegnere

 

Anche questi morirono in un giorno e tutto fu silenzio

 

Anche la vita macchiata dal suo sangue

 

Se potessi fuggire la mannaia!

 

La sua suocera era addimandata

da tempesta di grilli e si scusava

d’essere così astuta

così grata al dio delle farfalle

 

Si scusava della follia incipiente

e donava misura e fiori d’oro

al buco stretto di un linguaggio

 

E chiamava la terra a testimone della vicenda avita

 

Ora è finita ogni tenue riscossa

 

Si, la terra

 

Innocente e sublime in un androne di foglie rosse

quanto più il cammino è vergine veggente

e sdilinquito in rabbie musicali

con l’accento donato ai puri

 

La terra, connestabile e astrale

 

Il mio giardino nel fumo di scintille

 

E Euridice sussulta

 

Sono morti anche quelli che uccisero

 

L’ingaggio fece bum bum tra i rami

 

E si accasciarono venti fanciulli nella neve

 

La ducea degli inglesi

 

E mia cugina che sventaglia la luna

 

E quella villa nel cuore della notte

 

Quando nessuno può ascoltarne il silenzio

 

C’è luna piena ancora?

 

La ricordo

 

Uno Stuart sposò quella antenata

(signora della villa e del silenzio)

nel nostro sangue si è incarnato lo scettro

siamo pari all’albagia dei numeri

sempre arditi quando soffia una musica

immortali perduti in un viaggio

e stupiti per il male nel mondo

 

Sempre adusi alle veneri scialbe

nella luce della bellezza urgente

 

Potessi ancora vivere!

 

Se nel castello inciampa l’arma bassa delle nevi del giglio

 

In primavera

quando ancora non ci sono spifferi

cento tazze di succo della mela

nell’inverno appena sbocciato

 

Fui regina di Francia lo sapete?

liquidata da Caterina come una domestica

per una grave mancanza

e la mancanza era il giovane sposo

 

Scelsi di traghettare come tutti verso le radici

anche se era il cuore del freddo

 

Ho un broccato di foglie chiedo unita al dio che mi perseguita

il mio canto di folle dicitura era scritto come un diadema

sulla fronte che su di me nascessero le voglie prone all’armi incredibili

più regina di fastosi miraggi, di convivi

fatti sulla mia pelle

 

Sono fuori

non mi si lascerà morire tanto spesso lungo viali di magnolie

avranno necessità di nuvole albeggianti sulla stanca corona

del cervello e le sciancate sopravvivono per arrendersi con tutti

i fiumi del passato lungo i porti dell’Everest o le fronde

del deserto dei Tartari in quella nube della trascendenza

che tanto mi fastidia

 

Fate come non fossi né riguardo per il collare né per l’ignominia

la disapprovazione dei regnanti lo sconcerto dei popoli

il bruciore sotto le ascelle

 

L’Inghilterra avrà altri maneggi altre pecore al pascolo

Dio non voglia

caricarsi dell’unico arboscello che tanti giochi ha fatto

 

Altri miracoli sono pronti sugli alberi

 

Altre sere dove bevuta luna orchestra un ballo

nella villa che si trasforma

 

Altre serate bevono

 

Altri tomi brilleranno ruggendo dentro sale

che non hanno ricordi

 

La prigione scuoterà i suoi diari

e altre mani faranno doni ai bimbi

 

Altri dolori cresceranno immancabili

 

Siate seri io non voglio rimorsi

 

Uscite piano senza fare rumore

 

Benedico tanti spiragli ...

 

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Omero avrà una tomba sotto la melodia degli uccelli

anche quando Venezia turberà la sua musica

e quando la formella non dipingerà più il suo impeto

l’istinto sa che ci si incontrerà nella vibrazione della frivolezza

nell’occhio dato di sbieco al foglio che rovina il mandato

per una buccia esausta di desiderio

 

Io ricordo un viale

e un fiacre fermo nel viale

e mia zia morta giovane in quella carrozza

eternamente immobile nel silenzio dell’ora

e quasi pioggia nel cielo

 

Nell’acronia si incontrano le forme i personaggi il sole

la nebbia iridescente in cui si ignora anche quelli che vissero

 

Come sei alto e candido e in quanto inconoscibile

come amico del vento e del mio cuore!

 

Venivi ed eri tutto eri le specie che sussurravi

quando nel mio letto sentivo nel silenzio la campagna

eri tutto per me e sempre sei l’azzurro nell’ordito

del pensiero al di là di ogni cosa e di parole.

 

Sei alto e inconoscibile e per questo alto mio Dio sei Tutto

il greto il fiume la rugiada d’oro che nel sole si spegne

 

Io sono una bambina in ordine sparso

Dio come è profondo l’abisso!

 

Lotto tra le pupille per dire che ci sei

raso di mille lune abbarbicato alle gomène

 

Un’altra civiltà appoggerà la schiena

nel piccolo sonno delle finzioni

la nostalgia ripara l’eccesso

la buia cornice le ruote

 

E per tutto l’ingresso dell’inverno

e tutte le visioni addormentate

fuoco rovina l’alba

e il suo dolore

fuoco per rami inventa

 

Talismani di tenebra

 

Consiglio

Vergine muta

 

Attanagliata al verde

 

Contessina degli esuli affannata

nei quattro solchi d’ebano

 

Tendo le mani al tuo cavallo d’aria

criniera inaccessibile e superba

 

Le navi inglesi erano di fronte al golfo…

Oh città nello spettrale della luce!

 

Il parlamento inorridì per le notizie

ma quanta strada aveva fatto insieme!

 

E fu il Britannia a venire dentro al porto

come a Palermo nella notte buia

il vascello ha un destino silenzioso

nel correre a un agguato

 

Ora la finestra lascia sbalordire gli uragani

chi non vorrebbe partire ha sempre un albero che si contorce

ci prepariamo alla guerra con una mano sulle valige

nella murata memoria di ogni apprendista stregone

 

Alto è il cammeo nel brivido

 

Raccolgo le mie cose è tempo di partire

 

La pace ha ordito i suoi merletti

nel punto più alto della cattedrale

nel quasi irraggiungibile

della notte che si dissolve

 

L’importante è che il cerchio si chiuda

nella perfezione assoluta della sua ruota

 

Anche i calessini si macchiano.

 

Giulia Perroni, nata a Milazzo (Me), vive a Roma stabilmente dal 1972. Unisce alla sua attività poetica un impegno di organizzatrice culturale e di attrice. Sue raccolte: La libertà negata prefata da Attilio Bertolucci, ediz. Il Ventaglio,1986; Il grido e il canto, prefazione di Paolo Lagazzi, 1993; La musica e il nulla, prefazione di Maria Luisa Spaziani, 1996, Neve sui tetti, 1999, La cognizione del sublime, 2001, Stelle in giardino, 2002, Dall’immobile tempo, 2004 (tutti testi pubblicati da Campanotto di Udine); Lo scoiattolo e l’ermellino Edizioni del Leone, 2009, con postfazione di Donato Di Stasi e Quarta di copertina di Renato Minore. Nel gennaio 2012, quasi contemporaneamente, vengono pubblicati una “Antologia di percorso”, La scommessa dell’Infinito, introdotta da un commento critico di Plinio Perilli, per le edizioni Passigli, e il poema Tre Vulcani e la Neve, prefato da Marcello Carlino, Manni editori. L’ultimo libro, La tribù dell’eclisse, edizioni Passigli, marzo 2015, ha la prefazione di Marcello Carlino.

Presente in antologie e riviste in Italia, U.S.A, Giappone e Francia, numerose recensioni le sono state dedicate su importanti riviste nazionali - anche on-line, come le Reti di Dedalus - e internazionali: Gradiva, a New York, Il Fuoco della Conchiglia, in Giappone, Les Citadelles, a Parigi. Di lei si è interessato anche il grande poeta giapponese Kikuo Takano, che le ha dedicato il suo ultimo libro, Per Incontrare. Suoi testi sono stati musicati e portati in tournée in diverse università canadesi da Paola Pistono dell’Accademia Santa Cecilia di Roma. Vincitrice di molti premi, tra cui il Montale, il San Domenichino, il Contini Bonaccossi, R. Nobili al Campidoglio, Omaggio a Baudelaire, il premio Cordici  per la poesia mistica e religiosa, il premio Europa Piediluco 2014. È stata invitata nel 2012 per La scommessa dell’Infinito al Festival Internazionale della Letteratura di Mantova. Giorgio Linguaglossa ha scritto, in “Appunti critici” (Roma 2002), per lei un saggio e ancora in “Poiesis" (n. 23-24) scrive su La cognizione del sublime. Dante Maffia, le dedica a sua volta un saggio su «Poeti italiani verso il nuovo millennio», Roma 2002. Rosalma Salina Borrello, in «La maschera e il vuoto», Aracne 2005  e in «Tra esotismo ed esoterismo», Armando Curcio editore, 2007. Luca Benassi su «La Mosca» di Milano nel 2009. Paolo Lagazzi su «La Gazzetta di Parma».

I suoi libri sono stati presentati in Campidoglio e in altri luoghi prestigiosi di Roma e del territorio nazionale; ultimamente a Villa Piccolo, centro mitico della cultura siciliana. 

Ha gestito l’attività letteraria al Teatro al Borgo, al Café Notegen, al Teatro Cavalieri. Con il poeta Luigi Celi organizza dal 2000 presentazione di libri, incontri di arte, letteratura e teatro al Circolo culturale Aleph nel cuore di Trastevere. 

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