POESIE SCELTE di Maurizio Cucchi da “Malaspina” (2014)
con un Commento di Giorgio Linguaglossa


Giorgio Linguaglossa critica letteraria Giulia Perroni - sito ufficiale di Giorgio Linguaglossa scrittore

Milano Tram via Pascoli

 

Maurizio Cucchi è nato a Milano, dove vive, il 20 settembre 1945. È consulente editoriale e pubblicista. Collabora attualmente al quotidiano “La Stampa”. Ha pubblicato, tra gli altri, questi libri di poesia: Il disperso(Mondadori 1976 e Guanda 1994), Le meraviglie dell’acqua (Mondadori 1980),Glenn (San Marco dei Giustiniani 1982. Premio Viareggio 1983), Donna del gioco(comprendente anche Glenn, Mondadori 1987), Poesia della fonte (Mondadori 1993. Premio Montale), L’ultimo viaggio di Glenn (Mondadori 1999), Poesie 1965-2000 (Mondadori, 2001), Per un secondo o un secolo (Mondadori, 2003),Jeanne d’Arc e il suo doppio (Guanda, 2008, Vite pulviscolari (Mondadori, 2009). Ha inoltre curato un’antologia di Poeti dell’Ottocento (Garzanti 1978), ilDizionario della poesia italiana (Mondadori 1983 e 1990), e, con Stefano Giovanardi, l’antologia Poeti italiani del secondo Novecento (Mondadori 1996). In prosa: Il male è nelle cose (Mondadori, 2005), La traversata di Milano(Mondadori, 2007), La maschera ritratto (Mondadori, 2011). Malaspina(Mondadori, 2014) Ha diretto per due anni la rivista “Poesia” (1989-1991), ha tradotto dal francese opere di vari autori tra cui Stendhal, Flaubert, Lamartine, Villiers-de-I’Isle Adam, Valéry.

 

 

Giorgio Linguaglossa critica letteraria Giulia Perroni - sito ufficiale di Giorgio Linguaglossa scrittore
Milano periferia, Porta Vigentina Milano 1952 Mario De Biasi

 

 

Commento

La decostruzione de Il disperso (1976) è ormai lontana, la letteralizzazione del primo libro di Cucchi è cosa andata; con quest’ultimo libro, Malaspina (2014), a quasi quaranta anni di distanza dal primo, Maurizio Cucchi (1945) tenta una ri-appropriazione di ciò che la de-costruzione dell’io gli ha lasciato in eredità dal tempo del libro di esordio. Ci si muove verso la figuratività che solo il passato può rendere «per» legato testamentario. Il «passato» come sorta di testamento di ciò che è andato «disperso». Ecco la chiave di accesso che permette di ricondurre il primo libro di Cucchi all’ultimo. Qui l’occhio indagatore tenta di ri-trovare ciò che è andato «disperso»; ma non si tratta di uno sguardo panoramico quanto piuttosto di un trivellamento in un territorio già dissestato e franoso; tenta di ritrovare la circolarità di un universo conchiuso e seppellito. Si tratta di una riesumazione, si usa un linguaggio rotto e corrotto. Non a caso l’autore parla di sé come « una bestia antica, / preistorica, un oviraptor / o brachiosauro», «un archeologo», una sorta di sopravvissuto da un’altra era geologica, di un appartenente a una specie che si è estinta. È la «memoria» che reinventa il «passato» quella che deve fare i conti con i relitti e i lacerti (i «residui fossili») della decostruzione del tempo trascorso. Ed ecco che affiora alla superficie la narrazione di una «materia remotissima»:

«Residui minimali, frammenti», «tracce scollate di identità», « Innumerevoli sono i sosia», «Nel tempo (…)giacciono strati, subsidenze, depositi / di inesplorata materia remotissima»

«Malaspina» è un laghetto appena fuori Milano, un piccolo spazio d´acqua che suscita «ristoro», che allarga l´orizzonte della città verso la campagna, è un luogo unico, un toponimo, una singolarità che rimanda, attraverso lo strumento anfibio della «memoria», dall’infanzia all’universale del discorso poetico:

Ma che cos’è Malaspina? Una voce, una strana parola, il laghetto che passava fresco nella stanza buia, per il ristoro verde di una gita aerea.

 

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Milano Periferia, scorcio

 

 

 Il libro di Cucchi non è una operazione di «interpretazione» o di varianti o di riscrittura elegiaca del trapassato remoto: è il tentativo di ricomposizione dell’infranto, di ciò che è andato irrimediabilmente disperso e che non può essere ri-evocato dalla «memoria» se non come «materia» che è appartenuta a una specie diversa che si è estinta insieme al mutamento delle ere geologiche.

Ho scritto in altra occasione che «se tutto è interpretazione ne deriva che sia la poesia che il romanzo obbediranno a questo assioma. Ma io ho dei dubbi sulla bontà di questo assioma. La caratteristica centrale della prospettiva del Moderno è proprio lo sgretolarsi della possibilità di comprendere, di accedere al senso dei testi narrativi e poetici. Ma il linguaggio rifiuta una tale possibilità proprio a motivo del suo carattere di finzione, della sua non-referenzialità, se prestiamo fede al decostruttivismo. Che cosa dice questa teoria? Dice che l’opera decostruisce attraverso la testualità ogni messaggio, ogni significato?. Il testo narrativo così possiede soltanto la pluralità delle letture possibili. L’unità di senso diventa così la frattura del senso, la sua figuratività si riflette nell’impossibilità di dire che ciò che dice è questo piuttosto che quello; di qui la via indiretta, allusiva dei linguaggi poetici contemporanei. Le interpretazioni romanzesche sono allora molteplici ed è questo molteplice che, attraverso la decostruzione, viene significato come testo. Il che spiega perché numerosi testi narrativi come il nouveau roman, di Joyce o di Kafka, a esempio, rompano l’unità poetica attraverso fratture ripetute che interdicono ogni idea di un significato esclusivo».

 

 

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Maurizio Cucchi

 

 Sia detto per chiudere questa riflessione: il testo narrativo o il testo poetico non sono delle interpretazioni ma sono degli enti che si offrono alla interpretazione.

In tal senso la ricostruzione del discorso poetico di Malaspina non dice il suo senso, ma è una lettura del senso che si è dissolto, la risposta ad una interrogazione che era stata obliata.

(Giorgio Linguaglossa) Poesie tratte da Maurizio Cucchi Malaspina Mondadori, 2014 pp.92 € 16.00

 

Giorgio Linguaglossa critica letteraria Giulia Perroni - sito ufficiale di Giorgio Linguaglossa scrittore

 

Mi muovo verso strati
sempre più occulti, come
un archeologo, o un operaio
che manovra, nell’ignoranza
senza fine delle tenebre,
verso residui fossili, e rivoli
nascosti, mentre trabocca
la sua realtà geografica
di intrecci collettivi, emblemi
o approssimazioni di altri
molteplici intrecci sconosciuti.

*

Ho imparato a esprimere gli umori –
anche gli umori forti – senza camuffarli.
Senza infingimenti.

Mi godo brevi soste felici
di sospensione e improvvisa
adesione. Mi oriento
verso un mondo più affabile
e poroso.

*

La mia memoria, infatti, è una cantina
e nell’umido dei suoi muri marci,
sgretolati, sento l’impronta strana,
invisibile dei defunti, delle loro mani,
come nei sordidi recessi nascosti
albergano funghi, mucillagini e insetti,
topi che guizzano e acute muffe.

*

Innumerevoli sono i sosia
ovunque sparsi e si susseguono
e mi confondono, colpevoli,
in quelle misere tracce scollate
di identità, la mia, nel mondo.
Io stesso, infine, altro non sono
che un comune esemplare,
appartenente a un gruppo,
a una tipologia scontata,
come milioni. Di chi, dunque,
sarà mai la colpa, nel soma
e non di meno nel pensiero?

*

Vorrei nuotare nel brodo di gallo,
vorrei avere un cappello fiorito
e uno scialle, una maschera bianca.
Vorrei avere il passo leggero,
ballare anch’io con i ceffi nel borgo.
Vorrei invitare le vecchie affacciate,
cantare e ridere tra i volti grinzosi
e arrossati che vedo nei vetri
dipinti dall’estro violento,
dalla mano dell’artista che canta,
opaco e potente, la terra.
Vorrei portare un berretto
a sonagli…
*

In questa strenua gerarchia animale
quanti si azzuffano per il diritto
al primo posto all’ora della ciotola?
Prima che questi lucenti palazzi
verticali siano infine infestati dai topi.

*

Residui minimali, frammenti
chissà perché incisi nella memoria.
Con un pigro sorriso e un’emozione,
in pace mi godo o subisco spezzoni,
trailer di un vecchio film perduto
e presente per sempre, sepolto.

*

Ma che cos’è Malaspina? Una voce,
una strana parola, il laghetto
che passava fresco nella stanza buia,
per il ristoro verde di una gita aerea.

Lo rivedo adesso nel gelo, nel bianco
totale, in un estremo paesaggio ghiacciato,
siberiano, alla fantasia, che si compiace
di un’escursione che il tempo ha già ibernato.

*

Facevo di corsa il ballatoio,
innamorato dell’esplorazione
già minima, eppure inesauribile.
Davo un’occhiata alle finestre estive,
alla vaschetta dell’acqua contro il muro,
sbirciavo il poggiolo dei Mainardi
e lei, che rimagliava le scrolére,
fino al sordido buco della vecchia,
povera diavola nei suoi pidocchi,
povera Angiolina sdraiata sui lastroni.

*

L’odore di acido fenico
mi stordiva, mi respingeva.
Aveva un gran bel nome, leo: Anita
Bellingieri e si vantava
dei suoi forse fittizi quarti
nobiliari. I suoi cassetti
traboccavano di dannunziani
fazzolettini in seta, bigiotteria,
borsette e caramelle. La vedevo stupito
e a disagio, quasi un ranocchio
nel finale, nel letto alla Baggina,
incartapecorita e tutta grinze.

*
Nel tempo che invece non esiste
che è un’illusione o solo svolgersi
ordinario di un sé fino a maturazione
e fine, sbando definitivo e arresto
per lo spin del misero soggetto
nel paradosso semplice del mondo,
giacciono strati, subsidenze, depositi
di inesplorata materia remotissima.
*

In piazza Sant’Ambrogio, verde,
nei suoi spettacolari rotelloni
d’argano, adagiato, per chissà
quale pausa, enorme, il mostro
tra fango e macerie e cumuli,
fogliame, come una bestia antica,
preistorica, un oviraptor
o brachiosauro che morde
e smuove, con lento metodo,
implacabile, che affonda, paziente,
fra strati muti di sepolte storie.

*

Ma poi, rialzandosi, la benna colma
stride, mentre contemplo
quei grumi tutti secchi, grumi
di fango e vermi. Il fango
rappreso sotto i cingoli o sul rullo
vibrante. Finché alla fine è quasi
un vasto, lento boato dolente
o un lamento animale.

*

Perciò io adoro il presente
perché solo il presente contiene
tutto quello che è stato
ma il presente sospeso, la luce,
questo blocco di terra pressato.

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