QUATTRO POESIE INEDITE – IL CICLO DI TROIA di Gino Rago “Ecco  Ecuba  piega il  vecchio corpo”, “Oh Troia, città di donne dall’amara sorte”, “Oh Troia, sventurata città”, “Oh Troia, città in fiamme” con un Appunto dell’autore e un Commento di Giorgio Linguaglossa

 


Giorgio Linguaglossa critica letteraria Gino Rago - sito ufficiale di Giorgio Linguaglossa scrittore
Figure su cratere

 

L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Ετοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco ο (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

 Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Ai suoi libri poetici hanno dedicato saggi critici Sandro Gros-Pietro, Giorgio. Linguaglossa, Sandro. Montalto, Luigi Reina, Alfredo Rienzi e altri. Con componimenti lirici e recensioni ha collaborato e collabora con svariate riviste letterarie (Poiesis, Poesia, Polimnia, Vernice, Paideia, La Procellaria, La Clessidra, Hebenon).

Gino Rago Via Y. Gagarin, 21 – Trebisacce (CS)    Email:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


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Cratere a figure rosse, Londra, British Museum

 

Nota di Gino Rago a “Ecuba e le altre: metafora delle vittime”

 

Le liriche dedicate a Troia si basano sul destino dei vinti; meglio, sulla sorte delle donne come bottini di guerra . Nelle liriche, l’orrore si focalizza nella prospettiva delle vittime, dei corpi umiliati e spogliati delle loro identità. Troia in fiamme dunque è da intendere come luogo archetipico del saccheggio, della distruzione, dei crimini di guerra, della  deriva di una terra devastata e di un popolo umiliato.

La sorte dei vinti, né omerica, né euripidea, viene seguita nell’articolazione di una sorta di défilé di tre figure femminili emblematiche: Andromaca, Cassandra e soprattutto Ecuba, su cui incombe il trauma della partenza verso un altrove di schiavitù e miseria, nella certezza che nessun tribunale di guerra potrà mai riparare la catastrofe di queste donne («Ecco, piego  questo mio vecchio corpo/ e batto la terra con le mani.», un esempio della potenza di Ecuba.)

Ecuba (gr. Εκάβη) Mitica figlia del re frigio Dimante o di Cisseo, re di Tracia (ma vi furono altre versioni sulla sua discendenza), moglie di Priamo e regina di Troia, madre di 19 figli, fra cui i più noti sono: Ettore, Paride, Deifobo, Eleno, Polidoro, Troilo, Polite, Cassandra, Polissena. Della leggenda di Ecuba tre punti sono specialmente noti dalle tragedie greche: il sogno, la vendetta su Polimestore e la morte. Quando E. era incinta di Paride, le parve di partorire una face che incendiava tutta Troia; il sogno fu interpretato come preannunzio della rovina che Paride avrebbe causato alla città. Con la rovina di Troia la regina dovette seguire Ulisse come schiava, ma venuta nel Chersoneso Tracico, scoprì il cadavere del suo ultimo figlio Polidoro, che con Priamo aveva affidato con molte ricchezze al re Polimestore, il quale lo aveva assassinato. Furente di vendetta chiamò con un pretesto nella propria tenda Polimestore con i figli, e con l’aiuto delle donne troiane prigioniere, uccise i figli e accecò il padre; poi, trasformata in cagna, si gettò in mare.

(Gino Rago Roma, gennaio 2015)

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Gino Rago è un poeta del Mediterraneo, la sua civiltà ideale è tramontata per sempre e mai più risorgerà. Di qui scocca nel poeta di Trebisacce l’intenzione significante, la ricerca di una patria ideale da far rivivere con l’ausilio della poesia. E la sua patria Rago la ritrova nel passato mitico della guerra di Troia e nelle sventure delle donne di quella città. La storia uccide i valorosi e condanna le loro donne ad un universo di dolore. La «forma» generatrice di questa poesia risiede nell’evento, cioè nell’accadimento di ciò che è accaduto e che non potrà più essere revocato. Per sua essenza l’evento è demanio del passato che però ritorna in vita, riprende vita nella «forma» generatrice di poesia. Allora si dice che l’evento si eternizza, si è eternizzato. Ciò che l’analisi critica deve indagare nella poesia di Gino Rago è la «forma interna», quella che volgarmente si indica come «contenuto». Tale forma non è la composizione letteraria dell’opera poetica, né il significato che essa contiene, ma il compito che la produce, l’idea che si effettua in essa. «Compito» e «idea» non si identificano affatto con il modo in cui il poeta risolve il proprio compito poetico, con la disposizione personale, con la sua Weltanschauung, bensì con la particolare intenzionalità che abita la poesia stessa, con l’oggettualità della produzione poetica. Walter Benjamin cita un passo di Novalis: «Ogni opera d’arte ha in sé un ideale a priori, una necessità di esistere». Questo «a priori» della poesia è il «poetato» (Gedichtete), l’unità sintetica di forma e contenuto che mostra la loro immanente connessione, la struttura intuitivo-spirituale del mondo che la poesia testimonia. La «forma interna» di queste poesie di Gino Rago è modellata sulla forma esterna del mito, è l’immagine mitica che genera la «forma interna», essa è dunque struttura generatrice, «a priori» che si realizza, è la legge di produzione del contenuto. Benjamin intende il Gedichtete come concetto limite (Grenzbegriff) che indica loUbergang (passaggio) tra l’ordine della vita e quello della poesia, tra le loro rispettive «unità funzionali». In questo modo il Gedichtete, in quantoGrenzbegriff, ha carattere metodico, la sua comunicazione rimane, dice Benjamin, una «meta ideale». La sua funzione è quella di mostrare la «sfera della relazione tra opera d’arte e vita», ma indica anche l’impossibilità di un rapporto immediato tra i due termini: tutti gli elementi sensibili ed ideali, attraverso lo schema del Gedichtete perdono la loro apparenza di sostanzialità per configurarsi come Inbegriffe (aggregati) di «funzioni essenziali per principio finite». È questa la legge di identità dell’apriori della poesia di Gino Rago, il suo codice segreto, che solo può rivelarne le connessioni con la vita. «Forma interna» e «forma esterna» formano i due vasi comunicanti attraverso i quali risuona il discorso poetico.  Attraverso questa «legge», però, gli elementi della vita degli eroi mitici non sono più afferrabili nella loro purezza: l’analisi della poesia identifica ogni unità presente in essa come «funzione di una infinita catena di serie nelle quali il poetato si dispiega». Nella poesia di Gino Rago il poetato è lo schema per cui il mondo della vita diviene «Gestalt» nella poesia, indica il ponte di passaggio tra la forma e il ricordo, l’evento e l’anamnesi.

 

 

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Cratere a colonnette apulo a figure rosse (particolare) Amazzone Pittore di Ariadne, 400-380 a.C.

 

Ecco, Ecuba piega il vecchio corpo

 

Ecco, Ecuba piega il vecchio
corpo e batte la terra con le mani,
evoca la forza dei defunti
prima del giorno della schiavitù:
e con Ecuba noi attendiamo Aurora,
la dea che giù diffonde il giorno
chiaro, la dea dalle ali bianche
che vedrà un paese in fiamme
e la città di Dardano devastata. Le coste
del mare risuonano di urla
per la terra di Priamo messa a ferro
e a fuoco. Noi siamo qui
per Ecuba, la regina privata
del trono, per le fiamme del rogo
finale, per i cadaveri sanguinolenti:

quale tribunale potrà
mai riparare la catastrofe di questa donna…
Unica consolazione all’imprecazione,
all’urgenza dolente del dirsi la sorte
è lavare Astianatte nell’acqua di Scamandro
e seppellirlo non già nella pietra
né in una cassa di legno
ma nello scudo bronzeo di Ettore
con la sagoma del suo braccio muscoloso.
E una nuvola di cenere si alza verso il cielo:
le case annientate, la furia del fuoco
dentro i palazzi, il sangue di Ilio
a urlare nel vento.

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Gino Rago

 

Oh Troia, città di donne dall’amara sorte

 

Oh Troia, città di donne
dall’amara sorte , noi non siamo qui
a cantare il gesto del figlio di Teti,
né per l’atto atroce contro Astianatte
scagliato con furia per le mura d’Ilio
per porre fine alla stirpe troiana:
noi siamo qui – e già lo affermammo –
per Ecuba, unica fra tutte le prede di guerra
a svelare il disegno di Elena
amante dei lussi e dell’adulterio:
Paride non c’entra in questa storia
che fece d’Ilio il regno
della morte; noi siamo qui per Ecuba
che verso il mare avanza
con le prigioniere, l’unica voce a dire

senza pianto: «Infelici, sollevatevi
da terra, drizzate la testa, alzate
lo sguardo: Priamo è morto,
Ettore non è con i vivi e il figlio
di Andromaca è qui senza vita
fra le mie braccia. Ilio più non esiste,
la fortuna ha mutato il corso e a noi
navigare tocca secondo il destino
e la corrente voluta dai forti. Da oggi
Troia è senza Re, senza Regina,
senza padri, mariti e figli.»
Oh Ilio, città di donne
ridotte a bottino di guerra, noi siamo qui
per Ecuba: incendiate le Mura, distrutti
i sacri Lari, perduti affetti e beni
alta mantenne la dignità umana,
un monito severo per tutti gli Ateniesi
memori del sacco all’isola di Melo.

Giorgio Linguaglossa critica letteraria Gino Rago - sito ufficiale di Giorgio Linguaglossa scrittore
Particolare del coperchio del cratere apulo

 

Oh Troia, sventurata città

 

Donne di Troia, città sventurata,
non siamo qui per celebrar la gloria
né l’eroismo
di chi ha vinto. Qui siamo
con il cuore diviso dagli eventi
a denunciare
disperazioni, macerie, stragi,
ad abbracciar nelle rovine
il dolore dei vinti.
Noi siamo qui per Andromaca,
per Cassandra: qui siamo
in special modo per Ecuba
destinata dai forti a Odisseo,
per Ecuba in lacrime
sulla spiaggia di Troia
già nelle mani dei Greci.
Noi sulla rena udimmo
i lamenti di Andromaca.
E con lei piangemmo
la sventura di Troia
indirizzando i passi
verso le navi gonfie degli Achei…

Gli uomini uccisi, le donne
in attesa di sapere i nomi dei vincitori
cui essere assegnate
come schiave: qui Ecuba udì
il triste lamento di Andromaca in lutto:
«Per me più non esiste
nemmeno ciò che rimane alla gente
alla fine dei giochi: la speranza.»

Di Cassandra e Agamennone –
che invaghitosi di lei
la volle schiava e amante –
presso gli ateniesi
non apprendemmo nulla
né le troiane vollero parlare…

 

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Priamo ed Ecuba, seduti sul trono, ricevono la triste notizia della morte del loro figlio

 

Oh Troia, città in fiamme

 

Donne infelici di Troia, città
in fiamme, noi siamo qui contro
la crudeltà dei forti
nell’atto d’ accusa levato dai vinti
che nessuno ascolta.
Noi siamo qui
non già per salire sul carro dei forti
né per lodare
l’ardore di Patroclo, l’ira di Achille,
la superbia del Re degli Achei:
noi siamo qui
per il forte richiamo di Ecuba
piegata dal pianto della Regina:
«Mio Ettore, avevo in te trovato
l’ideale compagno . Spiccavi
per valore, per sapienza e stirpe.
Vergine mi prendesti
dalla casa di mio padre, per primo
mi conoscesti nel talamo
nuziale. Ora Troia è in fiamme,
mia città sventurata
presa con l’inganno. E tutto è perduto.»

Donne di Troia, città di macerie
fumanti, noi siamo qui
per gridare la sorte dei vinti,
delle donne umiliate
sul teatro d’azione della riva
di Troia caduta
nelle mani dei Greci,
ma nulla da tempo sappiamo
del destino di Andromaca
dai forti assegnata a un padrone
noto agli Achei come Neottolemo…
Troiane, noi siamo qui
per il dolore di Priamo
su Ettore suo senza respiro:
noi siamo qui fra rovine fumanti
oh donne di Troia, città nelle fiamme,
all’ombra di Ecuba prona agli dèi
per fare nostra la sua disperazione.

 

 

 

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