Tomaso Kemeny brani scelti da “Incontri con la prosa e la poesia” “Incontro con il linguaggio”, “Incontro con Dio”, “Incontro con Prometeo”, “Incontro con Scimmie”, “Incontro con la Donna Barbuta e il Califfo”, “L’incontro con “Morte”, “Incontro con il caos” – Edizioni del Verri, 2014 pp. 163 € 12 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa critica letteraria Tomaso Kemeny - sito ufficiale di Giorgio Linguaglossa scrittore
J. Metzinger

 

Tomaso Kemeny (Budapest, 1938), professore ordinario di letteratura inglese all’Università di Pavia, ha pubblicato dieci libri di poesia tra cui Il libro dell’angelo (Guanda,1991), La Transilvania liberata (Effigie, 2005) e Poemetto gastronomico e altri nutrimenti (Jaca Book, 2012), Una scintilla d’oro a Castiglione Olona e altre poesie (1014). Traduttore di Byron, Jozsef Attila e Ch.Marlowe, ha ideato numerose “azioni poetiche” e ha scritto il testo drammatico La conquista della scena e del mondo (1996). Con il filosofo Fulvio Papi ha pubblicato un libro di poetica Dialogo sulla poesia (Ibis,1996) e ha scritto un romanzo Don Giovanni innamorato (ES,1993). E’ uno dei fondatori del movimento internazionale mitomodernista e della Casa della Poesia di Milano. Come anglista ha pubblicato libri,saggi e articoli sull’opera di Coleridge, Shelley, Carroll, Dylan Thomas, Pound e James Joyce.

 

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J. Metzinger Anacronismo, 1927

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

 Come si può notare dagli stralci del volume che presentiamo, si tratta di un libro singolare nella forma e nel modo di esposizione della narrazione. Ispirazione del libro è il mondo con tutta la sua volubilità e tutte le sue sfumature di oggetti e di personaggi; i colori sono sempre sovraccarichi, i toni della più vasta gamma, dai toni cromatici a quelli metallici a quelli in chiaro scuro; i colori sono sovraesposti ad una luce diretta, la struttura frastica è altalenante, incalzante, con improvvise accelerazioni e improvvisi rallentamenti. Il ritmo a onde lunghe fa emergere e, insieme, sommergere, impressioni, emozioni, ricordi, sussulti, traveggole, ossessioni, oggetti fobici, oggetti del desiderio, relitti libidici, disquisizioni libidiche, personaggi, dettagli colti in un fluire vorticoso e verticale; ogni attante viene usato, inghiottito e, subito dopo, dimenticato, eruttato, espulso, espanso, dura il batticiglio di un attimo, e trapassa nel passato remoto. C’è come un grande inghiottitoio deputato ad ingoiare centurie di parole e di frasari, come un orlo nero, un orizzonte degli eventi che trangugia tutto e tutto riduce il bollori bluastri. Il prosimetro di Kemeny da ebbrezza, non sai mai se punta in verticale o se in orizzontale, se punta in alto o in basso; si ha l’impressione che il poeta tenti di amalgamare elementi e ritmi contraddittori e ingovernabili, intermittenze incerte e provvisorie, reticenze e dichiarazioni ultronee, surrealtà e surrazionalità. Nella sostanza, direi che è un libro narrativo, con una voce narrante fuori campo che opera da direttore d’orchestra, ma è un’orchestra strampalata e stralunata, dove ciascun musicante va per contro suo o sembra seguire il capriccio di un momento o di una emozione, e il verso, che non è più un verso, si dilata e si raccorcia, oppure, si distende sulla misura della narrazione sincopata e forsennata. È un tipo di scrittura che vuole fondere insieme verticalità e orizzontalità, dilatazione e restrizioni, e riesce ad inghiottire anche il lettore, a renderlo partecipe di questo mega universo di parole in ebollizione, un «linguaggio impenetrato», un «sublime panorama lunare», portato al diapason  «finché il dolore diventa insostenibile». Siamo all’interno di un ingranaggio di porte, aperte, chiuse, girevoli, e di scale che salgono e che scendono alla Escher, di segrete e di celle oscure alla Piranesi, in uno spazio eminentemente curvo, curvato da una mano maldestra e maligna di un demiurgo ozioso e infame…

Uno dei rari libri della nostra letteratura davvero espressionista, crudele, disperato, appassionato. Un libro espressionista, dicevo, appunto nella misura in cui nella poesia italiana del Novecento è mancato un movimento espressionista. Ecco la ragione di questo espressionismo diffuso, molecolare in quanto là dove la parola manca o tende a mancare, ecco che un poeta è spinto a ricorrere alla deformazione, all’espressione diretta e immediata. In breve, alla deformazione dell’espressione.

 

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Tomaso Kemeny

 

Tomaso Kemeny

 

 

Incontro con il linguaggio

 

   Entro nell’ultima delle sedi terrestri prima che il volo cosmico abbia inizio. Aspirato sopra una foresta di braccia, con il cappello traccio grandi otto nell’aria prima di diventare invisibile agli altri. Da un nembo s’abbassa un lampadario di cristallo a prismi luccicanti mentre il sole viene coperto da un tappeto morbido a larghe bordure.

   Minuscoli corpi celesti a forma di bilia urtano contro la luna anche lei invisibile producendo un armonico tintinnio. Aquile che carezzano in cerchio l’aria tiepida mi fanno perdere la coscienza del terreno; con un gesto che non finisce mai getto nel cielo lontano il linguaggio lardellato di eufemismi e altre incrostazioni retoriche, solo allora mi sfiora il volo di un angelo dalla forma simile a una cassa automatica: mostra la sua manovella aggraziata, una profonda fessura e un quadrante rossastro sul quale appare un cuore sanguinante.

   L’angelo ha occhi verdi, naufraghi, mi sistema un minuscolo cuscino aleggiante sotto entrambi i piedi e poi enuncia un ordine :”Devi eseguire l’incrocio dell’addormentato con salto”. Prendo confidenza con lo spazio che ora mi pare inoffensivo e immateriale; tasto il vuoto, assaporo, fremendo, la traversata ascensionale (Addio, monotonia orizzontale, la linea verticale che sto tracciando non ha misura!).

   E’ giunto il momento giusto per girare la manovella aggraziata dell’angelo: gli astri cominciano a girare; un duro schiocco e si realizza il crollo del linguaggio vincolato al buon senso comune.

   Mi rendo conto che lo scrittore diminuisce a ogni parola che scrive e a ogni parola perduta s’illude di avere superato i confini del cosmo conosciuto . Si inginocchia in un impeccabile saluto ai posteri, ma subito dopo si rende conto di non trovarsi che a quindici metri dal punto di partenza.

   Mi sento prigioniero di questa ascensione senza parole e senza la visione del sublime panorama lunare. Continuo a esercitarmi in volo, con delicatezza e ostinazione finché il dolore diventa insostenibile. Solo allora il linguaggio impenetrato si apre- sollevando sempre più in alto il mio corpo per accogliermi finalmente dentro di sé.

 

Incontro con Dio

 

Sono sul marciapiede che marcisce prima del tramonto. Viscide vipere m’impediscono di sopravvivere ulteriormente. Dall’alto scende una carrozza d’oro-volante e mi trasporta in un campo di defunti in attesa di giudizio.

Dopo un’attesa di venti secoli, un angelo inquisitore mi stacca entrambe le braccia con una sega elettrica e nelle spalle m’inserisce ali candide perché io possa volare al di là del tempo. Vertigine.

Entro nella luce divina.

Vorrei fermarmi a risplendere nell’armonia celeste. Ma mi sveglio al vecchio vento che mi trascina là dove c’è un altro futuro.

 

Incontro con Dio

 

Prima del tramonto affogo nel tempo
aperto a scandalose
introspezioni: mi sento Principe
dell’Ignoto, artificiere vano,
commediante ipnotizzato
dalle viscide vipere
annidate nelle profondità
per spuntare all’improvviso
in forma di parole
a dire che le cose non possono restare
così, con le porte chiuse per me
dal lieben Gott:
né mi sento destinato
alla deportazione
nel campo dei defunti
in attesa di giudizio.
Nulla di più molesto e irritante
per me dell’Angelo Inquisitore che mi
interroga sul mio pormi
in testa ai condottieri
del piacere. La verità è
che ogni sorriso dell’Amata
m’inonda dello sfolgorio
di un Dio procreatore eterno
della bellezza certa in cielo e in terra.
Amen.

 

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Incontro con Prometeo

 

Un urlo, un urlo disperato, un urlo acuto come un chiodo gigante, angosciante attraversa la porta imbottita della mia cella. Forse è uno impazzito a urlare così, è facile perdere la ragione in una cella che ti esclude dal mondo civile, in una prigione che esclude le visite, l’internet, la TV, i giornali. Poi durante la giornata non si ha il diritto di stendersi: dopo le cinque del mattino il letto deve essere alzato contro il muro e ci rimane attaccato fino le nove di sera. Il carcerato in piedi viene sorvegliato meglio.
Il mio regalo di Natale penetra attraverso le assi che accecano la finestra. Scorgo la campagna innevata, grandi alberi candidi illuminati dalla luna piena. Incatenato a un lampo rossastro scaturito dalle viscere gelide della luna all’improvviso appare Prometeo “Giustizia madre mia, soffro da millenni. Insorto contro gli Dei per dare agli uomini il fuoco, la libertà, le arti e la tecnica vedo masse inquiete sulla superficie infetta della terra e mi viene la nausea ad osservare quella umanità resa prigioniera dalla metafisica nefasta di un progresso suicida”.
Ascolto le parole dell’eroe, con la pazienza di un indio. L’acciaio delle manette mi penetra le carni e in certi punti mi fa sanguinare la carne tumefatta.
“Prima di sprofondare nel ventre gelido della luna parlai agli uomini, ma guardandomi non mi videro, ascoltandomi non mi udirono, il mio esempio non ha vita in se stesso, il mio mito non è da studiare nelle scuole, ma deve venire incarnato dagli uomini che desiderano la liberazione della specie, da uomini in rivolta senza compromessi.”
Stringo i pugni. Un lume al soffitto consente ai secondini di vedermi-spiarmi attraverso un minuscolo foro praticato nella porta. Sono diviso da tutti quelli che potrebbero sostenermi nella lotta per la bellezza. È natale anche per i forzati della libertà negata, tradita. Vola una farfalla, nera. Com’è arrivata qui? Non sono più solo. Ma due custodi mi tirano all’indietro il braccio destro, due quello sinistro. Vengo steso a terra, con le mani strette all’altezza delle scapole.
Merda. Eccomi nella nuvola, la cella è divenuta intensamente opaca. Mi precipito, dal centro della titubanza, in un varco sul confine dell’inconscio, vincolato alle sbarre dell’ingiustizia globalizzata.

 

Incontro con Prometeo

 

“Merda! Prigioniero di una cella di ghiaccio
pur lontano dalla morte qui si muore
qui l’insondabile inseguimento della luce
si travasa in inadempiuta liberazione.
Sprofondato nel ventre gelido di un carcere
il mio nome, Prometeo, è inciso nel ghiaccio,
a un lampo prolungato incatenato
la mi carne si dissolve in uno stormo
di farfalle nere in grado di attraversare
emozioni intersiderali , ma incapaci
di attraversare le mura del carcere di ghiaccio
ove lontano dalla morte si muore
in una notte chiomata
più alta di ogni luna
ove la differenza tra morte e vita
in ogni momento viene carbonizzata.”

 

Incontro con scimmie

 

Rimonto in sella e pedalo furiosamente.
Abbandono la bici sul prato in pendenza e di corsa giro intorno al portico. Le scimmie danno un party, i loro genitori essendo via.
Hanno appeso lumi dappertutto e hanno smontato il tavolo del soggiorno per dare spazio alle danze.
Una Gorillina di collina, sbadatuccia, rovescia un vasetto di begonie sul pianoforte.
Un Gorillone metropolitano, con un panciotto fantasia, per non essere da meno, spegne uno spinello in un piatto di porcellana cinese.
Vivaci le percussioni del complesso Simias Coalas dal muso schiacciato e dalla vezzosa coda terminante in un ciuffo rosa.
La Scimp con decolletage pelosa mi trascina alle danze quando la luce va via. La musica ci avvolge in spirali lamentose, poi cessa di colpo.
“È un blackout?” chiedono voci.
Liane ci avvolgono e ci legano alla foresta vergine. “Jamus tatane dans le dodo!” mi sussurra la Scimp. Divento leggero tra le terzine della Divina Commedia tradotte in scimpanzese.

 

Incontro con Scimmie

 

Nel 1952 scrissi:
“Siamo scimmie
con disperazione aggrappate
al ramo della vita…
io umile non sarò
di attendere di cadere senza forze
ma unica libertà,
lascerò la presa,
allargherò le braccia,
angelo dal volto d’animale
e il volo
avrà il colore
della mia ebbrezza”…
ma eccomi a pedalare furiosamente
nel fumo dei rami incendiati nel 2014
verso un party di scimmie adolescenti
i genitori si sono perduti nella giungla
la casa è libera. Una scim., Cimpy
dalla vezzosa coda
mi trascina a ballare al buio
ai ritmi del complesso Coas-Scimm
il ritmo ci avvolge in spirali
di oscenità prescolare.
Tremano le fronde nella foresta di lacrime
brulicante di sguardi di giaguaro
mentre le liane ci stringono
in endecasillabi danteschi tradotti
in scimpanzese e la coda di Cimpy
lacera il chiaro di luna
mentre cozzano gli astri in brindisi celeste
“Alla salute di voi scimmie,
viviate felici finché gli alberi
non scodellino le loro foglie avvizzite
sui vostri genitali in fiore!”
Balliamo finché il buio si ritira
poco
a
poco

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Mimmo Paladino

 

Incontro con la Donna Barbuta e il Califfo

 

La gonnella audacemente corta a mostrare un lembo del torrente tracima l’epidemia nel talamo del Califfo. La gonnella è portata con disinvoltura da una passeggiatrice barbuta dallo sguardo vitreo sotto un cappello di paglia. Tutta la sua vita è stata una lotta per non essere in regola. Tutto ciò che le bolle in mente viene a galla. Talvolta a parole, talvolta in gas. Gas di fogna. Gas di fogna simile all’afflato divino che sale dal cadavere puzzolente dell’Idea.
Il Califfo si contorce, si sente in un mondo dove non c’è posto per muoversi. Si sente in una prigione viscerale. Sogna la resurrezione del suo tubo digerente. Tutto il mondo si riduce a escrescenze difficilmente distinguibili sulla superficie di un cosmico intestino. Tenie frugano nel taschino del panciotto del Califfo per trovare la sua anima. Invano.
Gli dico “Caro Califfo, la Donna Barbuta, un esempio impressionante di umana miseria abbattutasi su una infelice di ottima famiglia, è venuta per cucinarti un pranzo memorabile.”
Come un rottame di naufragio il Califfo in pigiama si alza per sperimentare il risveglio della sua anima e per nutrirla come una spugna che si imbeve di luce eterna. Osserva con orrore la Donna Barbuta in minigonna che mescola una sbobba di pan bagnato con carne di cavallo macinato sottile. In cambio il Califfo le inserisce zoccoli ferrati nell’utero per cavalcarla meglio e conchiglie vuote tra i seni a pera.
Di colpo la Donna Barbuta si veste da Idolo Giavanese. In mano tiene un teschio dalle cui orbite cave esce il gemito di un vento che fa gelare il sangue nelle vene del Califfo, che, ondeggiando, viene verso di me e con uno spruzzatore mi schizza addosso una nuvola di parole di accesso all’inferno. Noto che i suoi capelli brulicano di minuscoli topi.

 

L’incontro con la Donna Barbuta e il Califfo

 

In ogni caso l’immagine
delle cupole dei seni
della Donna Barbuta
non lascia presagire
nulla di buono!
Il languore innalza in pietra
il sembiante di questa passeggiatrice irsuta
su un letto di marmo stesa
in pieno abbandono e in attesa
di un amadore ignoto.
Cavità sonore nel marmo
ove il giorno gioca
a evocare la Donna Barbuta
mentre si muta in Idolo Giavanese.
E il mondo intero
stende le sue membra annose
sul talamo del Califfo erto
ad incrociare in pigiama la sua anima
evasa dalla prigione viscerale
a riscattarsi dall’intestino cosmico
(intestino al servizio del divino cannibalismo)
pronto a digerire
la provocante maturità
della sua preferita
dalla vita sottile tanto
da fare risaltare i suoi seni-
anima evasa anche
per riuscire a risorgere dai borbottii
del tubo digerente trascendentale.
Dallo sguardo vitreo della passeggiatrice,
dalla Donna Barbuta sale
un gas da fogna
simile all’afflato dello Spirito Santo
e analogo al fetore
emanato dai cadaveri delle Idee.
Il Califfo si contorce,
dalle sue orbite cave
spira un gemito di vento
a fare gelare il sangue
nelle vene dell’irsuta
proprio quando sta per sentire
il pene di lui vagare
tra le pieghe della sua minigonna
facendole scorrazzare minuscoli
topi nei capelli e facendoli emergere dalla vagina:
tutto viene a galla
in questa età di prodigi,
non più idoli piangenti
ma discorsi pubblici e faccende
a forma di sbobba di pan bagnato
e di carni di sauro
macinati fino la fine della tua indifferenza,
caro lettore che hai l’estrema fortuna
di potere contare su un eresiarca come me
nei tuoi meandri mentali e ranghi.
Il Califfo ora solleva
l’orlo della sottanella della Barbuta-
sottanella che come un estivo ombrello
lo insapora d’odor silvano
“Che estate meravigliosa” pensa il despota
“di aure, di ombre raspose, di silenzi
intafanati di selvaggio ardore
al di là di ogni vento che livella!”

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L’incontro con “Morte”

 

Ogni critica della condizione umana presagisce la capacità di potere immaginare un ordine esistenziale superiore.
Per pensarci meglio del consueto cammino nel bosco con la neve alta fino alle ginocchia, non è come camminare tra auto parcheggiate in divieto, tra sacchetti di spazzatura, su marciapiedi sporchi di cacca di cane, tra case spalmate da figurazioni che parlano di modeste vite autodistruttive.
In una radura scorgo un palco quadrato, delimitato da un triplice ordine di corde fissate su quattro pali disposti agli angoli. È un ring.
Mi aspetta il Campione Mondiale dei Pesi Massimi, sulla cintura porta la sigla atroce della morte. L’altoparlante mi chiede qual è il mio ultimo desiderio. Tuttavia le cose si mettono in moto. Imperterrita “Morte” comincia alla grande, scaricandomi addosso la sua furia. Mi sento spacciato. Mi fa rabbia che Dio se ne stia soddisfatto nell’alto dei cieli. Per la rabbia trovo la necessaria determinazione per reagire, metto in pratica le mosse giuste… Non mollo un attimo, schivo, attacco allo stesso tempo concentrandomi di coprirmi meglio possibile.
Il sangue scorre in me con la forza di mille indomabili primavere. Si mette a piovere. È tempesta, però, questa. La durata della resistenza fisica conta di più della verità stessa. C’è però un problema: mi ha fratturato il naso, ma voglio continuare anche se so che pensare di essere imbattibile è un clamoroso errore.
“Morte” non sta ad aspettare che mi riprenda, ora tira colpi pesantissimi…ogni volta che mi colpisce in faccia mi sembra di infilare la testa intera in un’enorme presa della corrente. Disperarsi non ha senso. Mi sento forte e coraggioso come non mi sarei mai aspettato di potere essere. Con baldanza mi dissolvo in una vita infinitamente più vasta e bella della vita riservata agli uomini esposti alle comuni difficoltà quotidiane.

 

Incontro con “Death”

 

Abbandono la mia città saccheggiata
da Ali Babà e i suoi 40.000 ladroni.
Oltre le montagne di spazzatura
entro nel Bosco Sacro-
avanzo nella neve
fino alla radura
dove sul ring risplende Death,
l’imbattuto Campione degli Extra Strong.
Al primo scontro
la sua furia mi frattura
entrambi i metacarpi e il naso.
E ora non rimane che attivare
“le mosse giuste”:
schivo, attacco, mi copro come posso
attacco, schivo…
so che rimango vivo
solo finché resisto
alla serie dei colpi pesantissimi.
Non mollo, non arretro,
finché non m’inghiotte l’istante tetro
nel quale mi dissolvo
per una vita infinitamente più vasta
riservata a chi combatte con onore
fino all’ultimo round.

 


Incontro con il caos

 

Il mio orecchio è addestrato a percepire i soffi ignei del furore, ma si tiene all’erta e sa mettere la sordina all’urlo barbarico dell’essere.
Ascolto il dolore del mondo destinato a non durare e cerco di percepire il principio e origine di tutte le cose.
Ma basta indugiare, raccolgo una conchiglia marina scagliata dal buio dei flutti (“flung out of the obscure dark chaos“). Altri di me più saggi disquisiscano sull’Apocalisse e altro.
Apro le finestre e getto questa cicca in cortile; tra alcune pattumiere la mia sigaretta si spegne sibilando in una larga pozzanghera gialla. Poi cerco i portali d’accesso al mondo sotterraneo, la dove la coppa del Re degli Incubi lampeggia e le onde oniriche s’infrangono sul litorale dei tempi.
Il Re apre il palmo della mano ossuta e sul muscolo adduttore del pollice leggo la parola “caos”.
Dopo avere tentato di frequentare con ostinazione molti di quei generi letterari che possono dare l’illusione di un potere illimitato sulla rappresentazione, scopro in questa parola uno strumento di salvezza, “caos”, uno strumento di ascesi, una terapia. Nel caos si superano le inquietudini per una forma , il terrore del cattivo gusto, le superstizioni di uno stile tendente, alla pur relativa, perfezione.
Quando si ama il linguaggio come l’amo io, sopravviverle è un disonore.

 

 

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