Ubaldo de Robertis POESIE SCELTE Inedite “Ad immagine dell’infinito”, “Il presente, la sola dimensione”, “A Max Frisch”, e una poesia edita “Da Diomedee”, (2008) con un Commento di Giorgio Linguaglossa.

 

Giorgio Linguaglossa
Henri Matisse – 1939

 

Ubaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: G. Linguaglossa, F. Romboli, G.Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi. È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie.

 

Giorgio Linguaglossa

Henri Matisse – 1947

 

 

Commento di Giorgio Linguaglossa

 

Non siamo alla teatralizzazione delle vicende private dell’io come avviene nella poesia frequentata in Occidente nell’epoca della stagnazione spirituale e della straordinaria leggerezza dell’essere, e neanche in un sotto-genere, in quello che elegge il «tu» quale destinatario di testi-missiva. Ubaldo De Robertis opta per l’esplicita forma dialogica e parla con il lettore, un misterioso «implicito», una specie di «doppio» (?) della propria coscienza, ovvero, con il lettore spettatore. De Robertis racconta sempre un evento preciso (un non-detto, un implicito) con il massimo risparmio di parole-cornice, ecco la ragione della incisività del verso lineare di questa poesia, che termina proprio lì dove deve terminare, ma il significato è nel verso successivo, si nasconde in una omissione, in un segmento omesso, nella elusione, nel non-detto. Il lettore viene posto davanti ad un evento-racconto, il non-detto, l’inesplicito. Non c’è un versante edificante in questa poesia, il lettore non viene disturbato da eccessi enfatici, e questo è un punto a vantaggio dell’autore che mostra una sicurezza di dizione e una icasticità del lessico di accorta fattura. È una particolare poesia di inazione, di impliciti, di non-detto questa dell’autore. Non si tratta, credo, soltanto di un metodo di composizione ma anche e soprattutto di un metodo di addestramento alla vita, esercizio militare dell’anima.

Se prendiamo la composizione base della poesia di Ubaldo de Robertis, ci accorgiamo che l’autore compone come riprendendo il filo di un discorso abbozzato in precedenza. Si può leggere la poesia di de Robertis a ritroso, dall’ultima alla prima composizione e nulla cambierebbe del senso complessivo, perché non c’è un senso, ma una serie di sensi. Le composizioni entrano subito nel tema dialogico: c’è l’introibo ad un oggetto esistenziale, per lo più un «negoziato» con il lettore.

 

Giorgio Linguaglossa

Henri Matisse 1941

 

C’è una componente «sacrale» in questo metodo ma è un «sacro» nutrito di falso e inautenticità. «Non si dà vera vita nella falsa», ha scritto Adorno in tempi non sospetti in Dialettica dell’illuminismo (1947). Nel frattempo, il mondo è diventato integralmente falso, e l’«io» ne è una degna protesi, il «tu» è una immagine posticcia, che non si sa quando sorge e quando non sia più una proiezione dell’«io». E così via. Il segreto forse si cela nell’assenza, nell’impronta, nella traccia. E sarà compito del lettore esercitare l’indagine nell’atto della lettura. Direi che in questo genere di poesia è prioritario l’atto dellainvestigazione. La poesia si costruisce come interpretazione del non-detto, del non-accaduto. Il  momento dell’analisi precede appena d’un soffio il momento della deduzione; l’analisi è, insieme, retrospezione e prospezione, osservazione del dettaglio e visione dell’insieme, visione panoramica dell’io e del tu. Di qui l’abbondanza di deittici e dei sintagmi segnaletici dei luoghi.

Una procedura sottoposta alla logica della sintassi. Il metodo di scrittura di Ubaldo de Robertis consente lo scorrimento delle proposizioni, è una procedura che rimanda ai rapporti di inferenza e inerenza tra le proposizioni, un percorso duale, relazionale dal quale ciò che si è definitivamente assottigliato sembra essere la «sostanza», la stoffa delle relazioni umane. La stessa abbondanza di deittici, dicevo, cioè di quelle unità pronominali e avverbiali che si possono rintracciare in questa poesia, sono una spia delle relazioni spaziali e temporali che si organizzano intorno al «soggetto», che costituisce il principale punto di riferimento, il semaforo «significazionista (?)» e relazionale delle composizioni.

Giorgio Linguaglossa
Ubaldo de Robertis

 

 

 

Poesie di Ubaldo de Robertis

(A Max Frisch)

Mare e cielo adunati in un unico sguardo,
visione maestosa, sublime. Ritta sullo scoglio
una minuscola figura, si toglie il cappello
alzandolo il più possibile per sventolarlo.
E non ci sono vele all’orizzonte, angoli ristretti, relitti,
solo stupore, a Palavas, con cui riempirsi gli occhi,
ebbrezza che in un uomo ordinario sparisce.
Non in Courbet. Fierezza, monumentalità,
unisce a quella solitudine, della sua luce
penetra il mondo che si schiude al modo di uno scrigno
e ha bisogno della luce del mondo per esistere.

Nel retroterra un uomo è diventato pietra.
Medusa non l’ha guardato, chissà perché è impietrito
e a che fine le ombre s’intrecciano sul capo anguicrinito,
quale identità lui che, forse, ha conosciuto
molti luoghi in cui fermarsi per rendersi invisibile.
Chi è? Ha forse consumato per intero il respiro?

Lo spazio intorno trasfigura per la rapidità
con cui sfilano tram, un continuo va e vieni.
Uomini che si muovono come nuvole incombenti,
senza avvertire d’essere anelli di una catena casuale,
e persistono ancora… a passare. Forme dissolventi.

Pura casualità l’incontro. L’altro non deve tornare,
prendere una via, ripartire all’istante:
“Non stavi per caso fuggendo dalla sventura?
Per quasi tutto il tempo della vita io l’ho sfuggita
riducendomi in solitudine.”
Amnesia di esseri e luoghi.
Agli uomini comuni poco è concesso di chiedere, o sapere,
arduo trarre inferenze, deduzioni.
Immagini indurite, alterate, confuse con quelle di altri.

Quei peli di un rosso chimico slavati, gli occhi azzurri
iniettati di ruggine, l’arcata inferiore sporgente,
sulla fronte appena percettibile il segno di una cicatrice.
Il tempo estatico dell’insurrezione delirante
ti può esplodere in faccia, auto-annientare, come l’esaltazione
di Corbet per la Comune, pagata a caro prezzo.

Nessuna espressione, ansia di abbandonare le tenebre,
persiste la storica immobilità.
E quel suono alto nell’aria? Un nuovo espediente?
Solleva il Quartetto per Archi l’alto sentire, l’Opera 132,
quanto di più solenne e impenetrabile ci sia nel Genio,
afflitto da ipoacusia. Musica, tempo di redenzione, dell’utopia.
Nessuno che sia disposto ad accoglierla.
Nessuno che sappia congiungersi con Beethoven.
Suoni, segni, e note, alte in numero sempre minore,
condurranno a un raggiro.
L’ assurdità è che uno ha coscienza della propria vuotezza
e l’altro, annichilito, non ha un’identità.
Ma se nella tasca interna della sua giacca scovate un biglietto,
solo andata, per Amsterdam,
Signori, non dubitate quell’uomo sono io.

Giorgio Linguaglossa

Henri Matisse 1939

*

Il presente: la sola dimensione.
E ha perso il nome, l’essenza, causa sui
e per l’azione di famulus miserandi
fautori dell’espansione, corruttori d’identità.

Fletto la passività, sfato la connessione,
frantumo gli argini, l’indolenza
che assume valenza metafisica.

A lungo fu il grigio degli sguardi
ora un piccolo astro rosso lucente
lumeggia nella mente come esigenza
di un luogo limpido, nuovo, d’aria e di luce.

(contro-voce)
Senza paesaggio che lo distingua,
con troppi punti di approdo,
troppi crocevia da oltrepassare.
Una trappola claustrofobica.
La fiera globale non è poi
così male, spinge lo sviluppo,
riduce la povertà, vale l’adagio
del sempre ci sarà chi affligge
e qualcun altro che sarà oppresso,
e poi… esiste la libertà intera?

In mare o terra, scortato dal miraggio
seducente, fra l’istante di un crollo
nell’abisso e il ritorno alla vita,
lascia dall’altro lato il servaggio,
l’inedito è di fronte, l’impazienza di scoprire
la propria identità,
l’idea di sé difforme dagli altri,
e di sé attraverso il tempo. Sincronico
e diacronico, – direbbe Saussure.

Co-abitare l’isola, antica come il mito.
Perché nessuno la nomina?
Perché gli echi sono inaudibili?

In quell’arcaica natura in cui si raccolgono
le ombre, mani come rami stringono altre mani,
arbusti sempreverdi, compatti, ricadenti sulla terra
vermiglia, s’ incontrano fra spigliate fioriture
di intenso color lilla, rosse bacche fragranti.
Una sorta di Origine.

E c’è chi, affrancato, scuote le catene,
festosamente, chi sente come un’epifania
la contorsione di quel corpo accorso
dietro una promessa che l’animale-uomo
è legittimato a fare: das versprechen darf.

Certi danzano, ridono,
altri parlano un lessico ermetico, inconsueto.

E’ forse necessario un nuovo linguaggio?
Un idioma segreto?

Co-abito l’inquietudine, il dubbio
che tradisce, scruto in faccia l’incertezza,
per capirne il senso.

La mancata dialettica non lascia individuare
inediti scenari, antidoti alla coazione a ripetere,
/vero elemento demoniaco/, la dimensione
dell’agire, saggiare la vertigine della libertà
che ad ognuno dovrà rivelarsi.

Majakovskij tuonava:
/Noi la dialettica non l’imparammo da Hegel //
quando sotto i proiettili /dinnanzi a noi
fuggivano i borghesi,//

Qui, alcuni fuggono, ripiegano,
tenendo in petto, semplicemente,
il senso di vertigine, il mancato riscatto.

Arretrano. Volgono i passi,
si consegnano alla prassi.

E i crolli?
Le macerie ammassate sulla via?

Eretto intorno all’isola, o forse nella mente,
l’archivolto azzurro-cielo sorregge l’utopia
perché il mondo non sia più
come un non so che di apparente.

L’esperienza gradualmente si invera.
In evidenza l’effettiva identità, la memoria,
stili di vita relegati ai margini,
in penombra le paure, le perplessità,.

Per gioia ogni voce diventerà riconoscibile.
Nessuno incererà “de’ compagni/senza dimora/
le orecchie”, per godere la bellezza del canto
delle sirene, più deliziose che mai.
Nella congiuntura le incantatrici ritroveranno,
definitivamente, la loro dionisiaca voce.

Giorgio Linguaglossa

Henri Matisse – 1923

*

«La clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo
capovolta e tu con essa..
Friedrich Nietzsche: "La gaia scienza"

.

 

Ad immagine dell’infinito

 

La gravità zelante di un valletto, in ombra,
sul cono più alto, stagnante, ad ogni soprassalto.
Estraniato. Nella bonaccia. Sul palcoscenico di vetro
si illude di mandare fuori tempo il congegno.
Tempo rubato. Dilazionato.
All’improvviso si sente mancare la terra sotto i piedi,
mentre si avvicina alla gola che apre al sottomondo segreto,
non può tornare indietro, sospinto, a capofitto declina
in tante traiettorie frenetiche, sul fondo,
stilla come sangue da una stretta ferita,
scontroso, perché sa che non potrà abitare
le stesse posizioni ogni volta che la clessidra
sarà sovvertita.
Ma c’è qualcosa che lo umanizza,
che oltrepassa e trascende il tempo.
Perduto?
Ritrovato?
O un irreversibile salto verso il nulla?

E rovesciato, nell’aria, inizia un nuovo ciclo
verso un tempo nuovo di cui è arduo carpire l’intensità
di ciò che passa, o anche la tenuità,
difficile esibire immagini coerenti della nostra presenza,
scoprire un’effettiva, reale, misura interiore,
per comporre tutti questi frammenti(di sabbia)
in pensieri dicibili.
Dicci pure, Louis Borges: fu realmente di miele
l’ultima goccia attingibile della tua clessidra?

(Inedite)

da: Diomedee, Edizioni Joker, 2008

 

Aghi d’albero gomitoli senza nome
flutti di acque verdastre mormoranti
angoli asciutti sabbie delicate
falesie bianche
spiagge curvate come lame
come dame stanche

Isole che gareggiano per bellezza
con ogni terra ferma
isole di leggende di storie
isole di memorie senza vele
Isole invisibili di croci
Isole senza voci.
Isole dei fuochi silenziosi
dei sentieri di pietra
dei monoliti dei ciclopici massi
dei taglienti sassi

Isole delle notti tolleranti
di sconsolate amanti
Isole dove siamo nati
dove siamo approdati
dove abbiamo vegliato
dove abbiamo cantato
Isole dove abbiamo pianto.

 

 

Timber by EMSIEN-3 LTD