Giorgio Linguaglossa

STORIA DI OMERO

ovvero la ricerca dell’identità

 

La preistoria del Signor Omero

   Vedete, piove vertiginosamente. Ed io passeggio, o meglio, taccheggio, trotterello per la mia stanza battendo il tacco. Il pavimento rimbomba ed io ascolto con gioia il rimbombo.

A prima vista non ho nulla da fare, eppure, questo soltanto a prima vista; ad una seconda vista, risulto molto indaffarato. Innanzitutto, intendo ottenere un passo marziale, e ci riesco, eppoi compio gesti plateali. Io non premedito nulla, fò quel che fò in una specie di ispirazione, di agitazione, di furor, le mie stramberie mi riescono talmente spontanee… A tratti, provo a compiere dei balzelli. Così, sollevandomi sulle punte, invero consunte, e prendo lo slancio. Mi libro nell’aria. Provo una sensazione di smisurata freschezza. Sono agile - mi dico - , lesto come un cerbiatto. In ciò mi stupisce la facilità con la quale mi ritrovo nella posizione di partenza. A volte, mi avvento sulle pareti. Sono una iena mi dico. Vorrei essere un ragno per arrampicarmi sul soffitto. Vedete, io nei miei voli pindarici non soffro affatto di vertigini. Mi innalzo a strepitose altezze. Ah, come mi innalzo! Ah, i miei vanni!. Penso che le nuvole non siano più in alto del mio capezzale. Il capezzale giace orizzontalmente orizzontale mentre io obliquamente lo osservo. Osservo tutto obliquamente. Provatevi a guardare le cose dirittamente. Ebbene, queste vi parranno storte. Io nel mentre che passeggio, traccio un circolo perfetto: ora procedo in senso orario ed ora in senso antiorario. Così, le cose mi mostrano la loro destra e la loro sinistra. Nei miei circoli spesso incrocio l’armadio ad ante. Orbene, costui è incompatibile con la mia vista. E’ tutto macilento, le ante ballano ai miei passi. Inoltre, esso è costitutivamente plebeo. Non so, è opaco come la mia fronte. Esso mi saluta ma io noto una punta di ironia, un certo tono sconcio. Costui mi invia uno scricchiolio poco edificante. Io lo odio proprio come la mia bile può odiare le mie viscere. E’ uno screanzato. Nei momenti più importuni mi invia degli scricchiolii poco aulici. Ed io monto su tutte le furie. E mi infurio, sì, scoppio di bile. Nel mentre che passo, anzi trapasso, o meglio trascorro, si spalanca una anta. Ecco, io sono tranquillo, placido, mi pasco nei miei pensieri. Ma, ecco, questo affronto va lavato in ogni caso. Io passeggio, ovvero, ancheggio indifferente, così come può essere indifferente un battello speronato. Io trapasso, sono immerso nei pensieri, come dire che non mi sono accorto del suo affronto; ovvero, me ne sono accorto ma, come vedete, non lo ritengo punto degno della mia stima. Non lo rilevo, ecco tutto, non lo rilevo affatto. Trotterello così, pieno delle mie arie. Lo ignoro, innalzo la punta del mio naso, frullo i miei vanni, fiuto i miei pensieri. Immaginate di vederla quell’anta che sporge: è rossiccia, brunita, odio quel colore, c’è qualcosa in quel colore che mi punge il fegato. Ora, immancabilmente mi punge il fegato, mi preme, mi pizzica, mi fa saltare, ed io salto, così, con una gambettina sola. Più che saltare, saltabecco, perché il mio piedino nel mentre che salta, becca pure, cioè scalcia, dà un piccolo calcetto nell’aria, ma è un calcetto modico, appena accennato. Vedano, io ci tiro un immenso piacere allorché provo a me stesso la mia abilità nel rifornire di calci il mio prossimo. Io respiro, respiro profondamente, sono soddisfatto della mia abilità. Quegli ottusi scricchiolii guastano la libera armonia del mio spirito. Io, stenterete a credere alle vostre orecchie, trascorro gran parte della giornata a sminuzzarmi il cervello con ogni sorta di fantasticherie, navigo nel libero cielo di soprusi inesistenti. A proposito dell’anta, ho adoperato a bella posta il termine “ottuso”, nei gorgheggi dell’anta non v’è nulla di spirituale, di alto. Tutto è basso, pedestre, ossia adatto ai miei piedi, ai miei calcagni. Io lo avverto così distintamente che il mio piedino, senza che me ne accorga, si mette a ballare, a ronzare, il mio alluce mi prude talmente da procurarmi dolore, sì, un vero e proprio dolore. Ora, sta di fatto che io non sappia tollerare io dolore, il dolore mi fa impazzire, letteralmente impazzire, e poi mi umilia. Perché, mi chiedo, chi mi irroga dolore? Chi è così tracotante da infliggermi dolore?. Io, ecco, ad ogni domanda debbo individuare una risposta. Le domande premono e le risposte tardano. Lasciamo comunque il generale e torniamo al particolare. Ebbene, c’è un’anta aperta, spalancata che mi ingombra il passo, anzi mi ostacola il tragitto, così che nel mio percorso sono costretto a deflettere di tanto, di quel tanto che basta ad evitare l’ostacolo. Ma, appunto, in questa declinazione casca l’asino. Ci fu un tempo durante il quale una parte del mio cervello ordinava alla gambina destra di percuotere violentemente la gamba sinistra e viceversa. La lotta divenne ben presto furibonda. La gambina destra, meno abile della sinistra, colpiva preferibilmente l’avversaria nei punti più indifesi e delicati, ad esempio sulla caviglia, in modo così violento da farla sanguinare. La mia gambina sinistra, per non essere da meno, menava mazzate all’impazzata allo stinco destro. La guerra infuriò per lunghi anni. Per l’esattezza dieci. Tanti quanti la guerra di Troia. Allo scadere dell’ultimo giorno dell’ultimo anno, improvvisamente, la guerra, così come era nata, cessò. Misteriosamente. Fu quella la prima volta che ebbi l’avvisaglia che ero io Omero, io e non altri, e che ero stato io a scrivere l’Iliade, l’avevo vergata riga per riga, e che ero vissuto al tempo degli Achei e di Agamennone, avevo varcato a nuoto il fiume Scamandro ed avevo abbattuto le porte Scee. Ma ora torniamo al presente. Diciamo che da un certo tempo una graziosa vocina, una vocina davvero dabbene, mi instilla il sordo sospetto che la mia declinazione sia quasi, come dire, una inclinazione, una flessione, insomma un inchino vero e proprio, anzi, del più ingiurioso ed umiliante. Sta di fatto che io so donde proviene quella tal vocina, da quale punto ascoso sito dietro il meandro del mio smisurato orgoglio. Io so  qual tenore d’inverecondia celi il suo gorgheggio, io so ben misurare tutto ciò. Allora – replicherete – se siete nella condizione di ben misurare tutto ciò, dovreste, a maggior ragione, essere nella condizione di trovare, come si suol dire, il bandolo della matassa e liberarvi, etiam, di ciò che, come altri deputati sogliono affermare, non vi aggrada punto. Aggrada. Cos’è in fin dei conti ciò che mi aggrada? Una mosca non mi aggrada affatto, ciononostante potrebbe, la signora mosca, aggradermi. In seguito, mi chiedo: perché mai dovrebbe la signora mosca non aggradermi, ovvero aggredirmi? Ora, comunemente, agli uomini mondani la mosca non aggrada. E’ allora codesta una ragione sufficiente? Pfui, a me in verità la signora mosca mi aggrada, anzi addirittura mi alletta. Innanzitutto, anche lor Signori debbono comprendere che per lo scrivente la Signora mosca offre innumerevoli vantaggi quali: il godimento della sua compita visione, il godimento delle sue spericolate acrobazie, etcetera. Non posso fare a meno, inoltre, di adorare quello sgambettare delle sue gentili gambine, quel piroettare delle sue alucce. Per non parlare della delizia del ronzare del suo volo! Un ronzio così uniforme, perfino imperturbabile. Dunque, a lor Signori la Signora mosca non aggrada, ergo, tantomeno allo scrivente dovrebbe aggradere. A me ciò che mi aggredisce, invece, mi aggrada. E ciò in quanto opino che se una mosca mi assale, vuol dire, che sì, insomma, in un certo qual modo, io sono un soggetto degno di attrarre il suo interesse. Mi pongo in posizione supina, dirimpetto alla sua attenzione, ed io dinanzi a me stesso mi reputo oltremodo degno della sua mirabile attestazione di stima, sono gratificato di cotale attestazione. Che si trattasse pure dell’ultima e più negletta mosca dell’universo, ella – potrei sempre affermare – ha rivolto allo scrivente quelle attenzioni che avrebbe potuto rivolgere altrove. Orbene, io trascorro interi meriggi nella contemplazione delle mosche. Proprio ieri l’altro inseguii una Signora alata nei suoi ditirambici volteggi entro questo mellifluo teatro, in questa sordida tana. Alla fine, è andata a rintanarsi sul soffitto. E di là mi osservava, almeno così mi parve, con una cert’aria torva nel mentre che me ne stavo col naso puntato per aria. Sappiano che ho un naso obtorto e l’atmosfera mi gravitava sul nappone. Il mio naso gibboso era smisuratamente gibboso, orribilmente gibboso, talché proprio ieri l’altro mi accadde di cogitare che non sia arcuato affatto, bensì inchinato. Questo pensiero mi frullò per la zucca come una zanzara e mi procurò un versamento di bile. Nella mia furia mi chiedevo: perché mai il mio organo del fiuto assume una forma, non dico sublime, anzi ignobile, come di chi sia aduso di star sulle ginocchia, di chi si genuflette. Io sono spietatamente nobile e non mostruosamente ignobile! L’accesso di collera si rinnova ora che ci ritorno col pensiero. La mia collera sorge col pensiero e col pensiero se ne va. Che il mio naso è così e così, e che appunto il mio nemico non è affatto il mio naso, bensì il pensiero che pensa quel così e così. Insomma è la mia coscienza il vero nemico e non il mio naso, il quale è del tutto solidale alla mia persona. Ora, il sodalizio tra il mio naso e la mia persona si instaura appunto grazie alla solidarietà delle nostre due funzioni: il mio naso, ad esempio, ha la funzione biologica di fiutare. Stamane, infatti, ho fiutato i resti della mia cena di ier l’altro. Pasto davvero succulento non c’è che dire, provandone gran gioia. Dapprima, ponevo il nappone verticale, e così tiravo; poi lo deponevo orizzontale. Ad un certo momento mi è venuta la brillante idea di coricarlo su di un lato, poi con le mie dita ho arpionato qualche cosa. Qualche cosa che doveva ancora conservare la sembianza di cibo commestibile. Così che ebbi un empito di voracità, di voracità vera, di quella che non vi lascia ragionare. Non ch’io sia un campione di gran ragionamento, epperò sono un ragionatore. D’ogni cosa mi do una ragione. Una ragione ci deve pur essere. E quindi mi do una ragione. Non una qualsiasi, ché anzi quando si danno molte ragioni, e il più delle vote se ne danno, io secerno quella che più delle altre presenta una incontestata supremazia. E così, insomma, io completamente sragionai e, sragionando, ingollai uno stuzzichevole bocconcino che mi adescò col suo odorino di canfora. Lo lappai ben bene, lo frullai qua e là col linguone salivoso, e lo manducai.

   Ora, il mio naso mi dà il vantaggio di fornirmi, per così dire, in anticipo e per vie generalissime, polivalenti indicazioni suscettibili di essere, per l’esattezza, integrate dalla mia sapienza, proprio quella sapienza che mi procurò, invero, numerosissime infermità. Ora, sul mio piatto c’è alcunché di solido, alcunché di molliccio. Il primo materiale è costituito da un certo qual numero di noccioli e di semi di olive e di girasole; il secondo, invece, di alcune mollicuzze. Ieri l’altro ho manducato a sazietà, ma quest’oggi non so prevedere il mio futuro. Se ieri ho ingollato un numeroso cibo, oggi, poiché ho esaurito le scorte, mi imporrò di non manducare affatto, e non perché astrettovi dalla necessità, bensì perché costrettovi dalla mia libertà. Io mi dico: oggi caro Signore non mangerete. E’ inutile che diciate o facciate, non mangerete in quanto attività disutile e volgare! Con questi argomenti non faccio altro che tormentarmi dacché sono al mondo, e vi assicuro che non è un tormento da poco. Vedano, per me affermare che una cosa è disutile, può andare, ma dire che una cosa è volgare equivale a privarmi dell’ultima possibilità di una qualsiasi replica. E volete sapere per quale ragione? Ebbene, ve la dirò. Per la semplice ragione che lo scrivente, da mane al tramonto, non fa altro che sguazzare nella volgarità. Che volete, io nella mota mi ci pasco! Ma forse proprio qui sta il fatto. Dato che nella mota io mi ci sguazzo, diciamo pure da sempre, e dato che questa mota ormai io la conosco per filo e per segno, e dato anche che in questa dannatissima mota ci dovrò pur sguazzare per il resto della mia stradannatissima esistenza, mi dicano lor Signori, se una persona della mia statura, delle mie facoltà intellettuali possa, anzi debba, continuare a ponzare nella mota senza che prima o poi obbedisca all’impulso di nettarsi un poco la faccia, almeno la faccia dagli schizzi di quella dannatissima fanga. Veniamo al dunque. Io è tutta la vita che sto nella mota, tutta la vita. Tuttavia, io da sempre non ho potuto fare a meno di sputare sul suo fortore. Io è tutta la vita che non faccio altro che ponzare nella fanga. Epperò, è tutta la vita che ci sputo. Ci sputo e ci continuerò a sputare. Ora, non v’è chi non veda come una tal persona si possa ridurre a ponzare per tutta l’esistenza nella fanga. Vedano, durante gli anni della università venivo indicato, non già come una promessa, ma come qualcosa simile ad un vulcano in eruzione di brillanti idee d’ordine filosofiche. Ed erano talmente filosofiche le mie idee che, ad un certo punto, anch’io mi accorsi di riuscire a stento a seguire me stesso. Ossia, sproloquiavo filosofemi che in seguito dimenticavo del tutto, così che ero poi astretto a crearne di nuovi. Questa mia attitudine alla versatilità, opino, lungi dall’esser stata dimidiata, siasi invece oltremodo incrementata. Io adesso cogito, cogito, sono capace di ponzare su ogni qualsivoglia minuzia dell’universo. In questo ponzare, cogito in maniera così documentata e meravigliosa che, stupefacendomi, sono capace altresì di percepire il mio stupore riflesso. Ora, vedano lor Signori, la mia vita solitaria mi ha così familiarizzato con ogni sorta di minuzie e di stranezze, che io posso, in fede, vantarmi di aver intessuto il più macroscopico discorso in ordine ai più microscopici oggetti della mia esistenza quotidiana. Lor Signori si chiederanno come fa costui a costruire questa scienza voluminosa. E qui, in questa semplice istanza, lor Signori depongano la maschera, mostratevi per quello che veramente siete! Io indugio, nulla di più semplice. Indugio sulle cose, ed i problemi zampillano senza posa. Non che lor Signori siano a corto di argomenti del tipo: oggi si manduca cavolo o zucca? Questo no, assolutamente. Di tali problemi ne avrete da vendere. Ma degli altri problemi metafisici del tipo di questa stramaledettissima anta spalancata che mi ingombra il passo e che riduce la speditezza del mio incedere e l’eleganza del mio aplomb. Tipo questa stramaledettissima nappa che mi pende dalle due guance! Queste ed altrettali problematiche navigano in mezzo ad ogni sorta di cianfronate nel mio cervello e vi gozzovigliano. E ora veniamo a quel problema che, parabolicamente parlando, sintetizza tutti i risultati dei miei lustri di studi per convogliarli verso il problema centrale, assolutamente centrale la cui soluzione avrebbe permesso il dispiegarsi delle umane facoltà. Tale problema era riassunto nella seguente proposizione: dimostrazione della indimostrabilità della congettura di Goldbach secondo la quale ogni numero è la somma di due numeri primari.

   Ora, sta di fatto che lo scrivente non intendeva limitarsi ad una dimostrazione o ad una confutazione in sé e per sé banale, ma intendeva raggiungere, nientemeno, una dimostrazione che fosse al contempo una confutazione della congettura di Goldbach. Io non avevo nessuna difficoltà nell’affermare che mezzo più mezzo fosse uguale ad uno, e così che quel mezzo fosse eguale ad un quarto più un quarto e così via. Ma di mostratemi un poco, provatemi con la penna in mano che quell’uno sia egualmente eguale a mezzo più mezzo? Sissignori. Qui, Signori miei, niuno, dico niuno è stato in grado di escogitare quella formuletta che, sola, avrebbe potuto fornire la chiave di volta della soluzione. Vedano, non che me la prenda con gli onorevoli lettori di questo volumetto, intendo invece porre sul banco degli imputati quei due Signori. Costoro, pur avvedendosi di essere nel bel mezzo della tempesta, pur avvedendosi di questo buco. Ossia, uno eguale a mezzo più mezzo. E, prendendo la focaccia per buona senza neanche provare a masticarla, hanno sempre accettato la datità con l’argomento che tanto i fiori sfiorivano lo stesso. E non soltanto costoro non hanno saputo dare spiegazione a quel mezzo più mezzo eguale uno. E non soltanto hanno trascurato quest’obbligo ma hanno poi costruito tutta la loro scienza su quest’unico punto indimostrato. Che poi non è neanche un buco ma una vera e propria voragine. Così oggi l’uomo passeggia sulla luna e di sotto ci sta quel mezzo più mezzo eguale a uno.

   A lor Signori non è mai balenato in zucca questa semplice ideuzza: che mezzo più mezzo non fa affatto uno, bensì, due, tre, otto.

   Piove tumultuosamente ed io sono felice. Sono felice che scrosci la pioggia, anzi felicissimo.

Io non rinuncio a nulla. Non rinuncio mai a nulla. Non faccio progetti. A che pro progetti? Vedano, nel mentre che progetto c’è sempre qualcosa che mi fa cambiare idea. Oggi mangio una salsiccia. Detto fatto. Subito dopo, invece, mi dico: non sarà meglio pane e formaggio? In realtà la dispensa è vuota. Allora – mi dico – sarà meglio manducare un’aringhetta sott’olio, magari mi ci inzuppo pure il pane nell’olio. Vedano, io mi conosco. Da che entro in tale ordine di idee va a finire che salto il pasto. Perché? Ma perché naturalmente le aringhette le ho trangugiate ieri l’altro, magari ho le alicette, ma le alici mi dico sono un pasto indelicato. Anche perché ho un palato raffinato, estremamente raffinato, e quando mi ficco in capo un’aringa non v’è modo di rimpiazzarla con un’alicetta. Lor Signori si chiederanno: è mai possibile che una persona della vostra cultura e sensibilità non sappia o non voglia risolvere un problema così meschino? Se fossi in Loro non porrei in questi termini la questione. Vedano, io sono un pensatore. Ora, chi è il pensatore? Rispondo: il pensatore è colui il quale produce pensieri. Che tipo di pensieri? Qualsiasi tipo di pensieri. Vedano, il pensiero, dal momento che è pensiero, si ferma alla cosa pensata. E questo io lo chiamo pensiero singolo. Ora, ad ogni pensiero si dà, ovvero io do, diciamo così, un antipensiero il quale altro non è che un pensiero che dubita del precedente, ed in questa dubitazione annullo il primo e il secondo pensiero. Ho con ciò una dissoluzione del pensiero? Direi di no. Direi che si ha una moltiplicazione del pensiero. Mi spiego. Lor Signori quando opinano, opinano nel seguente modo: voglio tracannare del vino. E magari vanno e ingozzano il liquido di Bacco, con il che la faccenda è chiusa. Io invece dopo che mi son proposto: voglio ingollare del vino, non posso fare a meno di impormi: no, non intendo trangugiare alcunché. E non è che non mi costa fatica lo giuro, non è neanche un esercizio intellettuale. E’ una abitudine ecco tutto. E così il risultato è che non trangugio vino affatto. Verissimo. Lo confesso umilmente. Ma proprio qui sta il punto. Io non bevendo vino ho la pancia vuota. Proprio così. E questa pancia vuota alla fine reclamerà i propri diritti e mi indurrà a postulare, non un bicchiere di vino, bensì un fiasco. E qui il mio antipensiero giungerà opportuno, talmente opportuno che mi impedirà di ingollarmi financo una goccia di vino. Lor Signori replicheranno: ma è un artifizio cervellotico! Ebbene, sì lo ammetto, è un artifizio cervellotico nel vero senso della parola. Ossia un esercizio del pensiero. Esercizio altamente problematico, altamente spirituale.

 

La ricerca dell’identità

   Sono dinanzi allo specchio. Ho un pessimo aspetto. Vorrei chiedere ammenda. Mi chiedo: perché mai il musetto di quella tal fanciulla della televisione è grazioso e il musetto di quella talaltra meretrice è anch’esso grazioso mentre il mio apparato fonolabiale risulta inspiegabilmente repellente? Il mio muso mi occorre da approccio per i commestibili. Inoltre, mi occorre anche per dialogare, anzi, soprattutto per pronunciare parole austere come orchidee. Il muso, infine, mi ricopre la dentatura, ed in questo ruolo gli riconosco persino una certa efficacia. Non che io abbia una orrenda dentatura. Questo no. Avrò dei dentini un tantino sporgenti, tuttavia, questa congiuntura non mi procura granché guai. Di tanto in tanto mi sanguinano le gengive, a volte in misura rilevante. Ciò accade per i bocconi più polposi. Epperò, mi piace impastare ben bene la polpa con la schiuma sanguinolenta. Tengo in alto conto le mie gengive, di solito non emanano fortore. In verità, questo delle gengive ora che ci penso non mi sembra un argomento spirituale. Vedano, io do grande importanza allo spirito. Nelle mie preoccupazioni quotidiane dedico grande spazio agli argomenti spirituali. Ad esempio, batto il materasso? Anche in ciò noto un profondo significato spirituale. Prendiamo il mio naso. Ecco, il mio naso appare oltremodo volgare, sta lì in mezzo alla faccia con la sua statura. E sì che è rispettabilmente adulto. Ma che caspita ci fa, mi chiedo, poteva benissimo andarsene da qualche altra parte, che fosse meno visibile, insomma! E invece no, sta lì e basta. Non dice: e sì oggi sto qui ma domani è possibile che alloggi in qualche altro luogo. Ma quello che mi manda in furia è il pensiero che sotto quel naso ci sia proprio quel muso. Io so che c’è, ciò mi dà conforto. Il mio muso sta qui. So altrettanto bene che c’è stato da sempre e che sempre durerà. A volte lo tocco pure. Mi dico: questo è il mio musetto. Invero, quando mi osservo allo specchio ho come un dubbio: e se il mio musetto non si trovasse in quel luogo che lo specchio mi indica? Sono in grande agitazione. Trotterello avidamente. Ora, sta di fatto che quella stramaledetta anta aperta ha, su in cima, una specie, come dire, un mozzicone di, sì insomma, una di quelle superfici riflettenti, un vero e proprio mozzicone di specchio. Ed io nel mentre che scodinzolo non posso fare a meno di incrociarne lo sguardo. Ma quello non è il suo occhio, bensì è il mio. E’ il mio sguardo capovolto. Sta di fatto che nei miei accessi di collera io abbia il guardo cipiglioso. Cioè il ciglio si avventa implacabile sul globo oculare, talché quest’ultimo pare schizzare fuori dal suo recesso. Questo avvenimento mi distrae. Infatti, mi rallegro nel gustare la furia degli elementi. Affermo: la mia bocca è il vento! Allora le mie gote si enfiano frullando l’atmosfera all’intorno. Poi sentenzio: i miei occhi sono folgori! Poi corruccio lo sguardo strizzando i globi. La mia maschera sussulta. Divento paonazzo, mi si ottunde la vista. Le tenebre! Ecco, questo è uno dei miei passatempi preferiti. Tuttavia ne ho altri in serbo. A volte, comunque, mi occupo di problemi più seri e mi chiedo. Che vita è questa ch’io vivo in questo antro? Possibile che tutta la mia esistenza sia qui? Questo per me è un problema oltremodo serio. A tutt’oggi non sono riuscito a darmene una risposta. Pensare che non dovrei fare altro che chiudermi la porta alle spalle. Che cos’è che mi tiene attaccato a queste quattro mura? Così, sono giunto alla conclusione che, fino a quando non smetterò di riflettere e cogitare sul come abbandonare questo antro, non avrò mai il coraggio di evadere. In verità, resto irremovibilmente certo che l’eterna dannazione risieda proprio in qualche luogo del mio cervello Spesso mi dico che gli altri umani godono di gran libertà di locomozione. Questo è certo, magari cambiano di alloggio con somma indifferenza, decidono che so: alle dieci esco, ed escono per davvero. Poi, magari, cambiano idea: intendo rientrare per il tocco. Ed eccoli che al tocco preciso rientrano tutti soddisfatti. Vedano, questi argomenti mi fanno sentire un idiota.

***

   Scroscia la pioggia a rispettabile distanza dal mio naso. Vedano, la pioggia cade perpendicolare. Mai una volta che cada, mettiamo, orizzontale, oppure che cada, che so, dal basso verso l’alto.

   Sgambetto qua e là. Faccio qualche saltello. Saltello ora su un piede ora sull’altro. Quando sono irritato non fò altro che sgambettare. Ed io ora sono molto, molto irritato. E’ forse proibito? Fò forse affronto a qualcuno? Ecco, ora mi prudono le mani, senz’altro mi prenderei a schiaffi ma sono eccessivamente autocritico per farlo. Raffiguro soltanto l’ipotesi. Mi dico: ora mi prendo a schiaffi. Naturalmente non lo faccio, epperò, ripeto la prova e mi dico: tra un’ora esatta mi prenderò a schiaffi. Naturalmente l’ora passa in un’ansia tale che a volte non respiro più, anzi tossisco, una tosse tutta di trachea, tossisco insomma e magari starnutisco anche. Poi il giorno seguente mi riconforto. Mi dico: ricordi quello starnuto compiuto ieri, all’incirca verso il mezzodì o giù di lì? Bene, eguaglialo se ne sei capace! Ed io giù a starnutire tutta la giornata. Questo è il mio giorno tipo. A volte mi afferra l’angoscia dei saltelli. Mi dico: ora basta! Ed invece le mie gambe vanno per conto loro. Allora mi ripeto con voce altisonante: ora basta! Finiscila! Smettila! In realtà, io ne godo a dismisura. Mi dico: tieni schiavo, obbedisci! Naturalmente non obbedisco. Voglio soffrire un po’, fò il contrario di quello che mi detta il cervello. Così finisce che mi ci torturo su un bel po’. E saltello, saltello senza posa. Torturarmi è la mia specialità. Infatti, sarebbe troppo semplice dirmi: saltella un altro po’ e gorgheggia anche. Sarebbe davvero semplice, così magari mi arresto di colpo e mi getto sulla seggiola. Alle mie pareti questo sotterfugio sa troppo di pretesco, di confessionale. Le mie pareti non me lo perdonerebbero mai. E così, io sgambetto, sgambetto sempre.

   Un tal fatto abbisogna d’un antefatto. Ed io inizierò da quest’ultimo.

   C’era una volta un mentecatto, il quale soggiornava in un tal budello della mia città dendroide, grazie al quale traeva lo stretto necessario per il suo sostentamento. La disgrazia fu che un certo giorno d’un certo anno durante il quale piovve abbondantemente ed il disgelo fu ferocemente precoce, un secondo mentecatto, in tutto pari al primo, esonerò quest’ultimo di una buona metà degli introiti. Io passeggiavo quel giorno col mio bastone da passeggio. A quei tempi passeggiavo ancora liberamente. Allorché incrociai costoro nel mentre che l’espromittente parte requisitrice pronunciava un’ordalia. Sta di fatto, che il primo mentecatto spodestò il secondo, il quale rotolò nell’immondizia, nell’abiezione e s’inabissò tra le ramazze. Ecco, io istintivamente presi le parti del secondo mentecatto e aggiustai una sonora bordonata nei pressi della groppa del primo mentecatto. E così, la faccenda fu immediatamente risolta.

   Da quel giorno iniziai a zoppicare. Dapprima fu un evento impercettibile. Poi divenne sempre più sensibile e mi accorsi che non zoppicavo più, saltellavo addirittura.

   Ora saltello liberamente. Mi viene del tutto spontaneo deambulare mediante saltelli.

***

   Quest’oggi ho deciso di cucinare un filetto di manzo. Vado matto per il manzo e mi piace trangugiarlo. In realtà ho già cambiato idea. Una coscia di pollo mi andrebbe egualmente bene. Indugio su questa idea, ho già l’acquolina in bocca. Epperò, forse è preferibile una polpetta, una polpettina. Allora vada per la polpetta. Tutto sommato sono di bocca buona. Una polpetta mi sta bene. Eppoi, è nutriente. Essì, perché devo pur pensare a nutrirmi. Soltanto, non è che abbia molta pratica con le padelle. Tuttavia, devo pur cogitare sul mio desinare. Almeno una volta al giorno bisogna pur desinare. Tutto ciò mi serve anche per ingannatempo. Il tempo spesso mi rimbrotta. Mi dice: beh, che fai, hai pur deciso? Il tempo è una ricchezza, mica posso gettarlo via così. Io lo misuro, lo scruto, sto col naso per aria, interrogativo. Come dire: allora, vi siete deciso a scorrere? Lo invito, lo incalzo ma quello zoticone mi affibbia la sua supponenza senza punto degnarmi di una risposta. Dinanzi a questa alterigia io rispondo con pari indifferenza. Ehilà, mi dico, fa quello che vuoi, io mi prendo le mie libertà. In sostanza, la libertà principale è quella di girellare per la stanza, deambulo fumando come se cogitassi. Aggrotto prima un ciglio, poi l’altro, e così mi reco a diporto, assumo un’aria seria, oltremodo austera. Devo pur far qualcosa. Così, se non ho nulla da fare, fingo di accomodarmi in poltrona. Nell’infingere, sono un vero diavolo. Nulla di più reale della mia finzione. Ogni tanto poi interrompo il mio deambulare e butto giù una paroletta su un brogliaccio che ho sempre sottomano. In questo scartafaccio si agita uno spirito gagliardo, un’opera universale. Ormai sono tanti anni che ci lavoro, è mio proposito compendiare tutto l’universo con le sue stelle e le sue galassie, i suoi pianeti e i buchi neri, etcetera. Vedano, per me quel brogliaccio vale molto più di tutte le altre innumeri corbellerie inscritte nella biblioteca universale dell’universo. Mi spiego. In questo brogliaccio registro gli accadimenti tipo: il sole beta della galassia alfa e così via. Questo, con rispetto parlando, lo può computare uno dei vostri amanuensi. Io invece registro nientemeno che il prodotto delle mie pareti. Capite cosa voglio esprimere. Capite?

   Esattamente, un semestre or sono, durante una delle mie passeggiate, urtai con il gomito, guarda caso, proprio la manopola della mia radiolina. In verità, è una trappola antecedente il diluvio. Preso com’ero dalle mie cogitazioni non mi avvidi della manopola, ecco tutto. Ora, sappiate che io sono un uomo del mio tempo. Sappiate che sono abituato alle menzogne dell’elefantocrazia ma, insomma, ricevere un insulto proprio sul volto non è propriamente il miglior inizio.

   Essere ingiuriato di tra una gran folla. Di punto in bianco. Senza un’appropriata protasi, senza un preambolo per uno del mio rango. Che fò che non fò, lì per lì rimasi sconcertato.

Orbene, io sono vaccinato a questo genere di insulti.

   Ecco, essere uomo del mio tempo opino significhi stare col proprio naso all’altezza delle altrui caviglie. Inoltre, assumersi l’onere degli schiaffi senza mutare ciglio né sollevare il collo. Anche le zampette delle galline sguazzano nella mota! Verissimo, ma l’umano, proprio in virtù della sua umanità, ha un difettuccio. Ovvero, all’uomo piace arrotolarsi nella mota, si diletta nel rammentarsi che tornerà polvere. Molto probabilmente fa questo calcolo: se sono soltanto polvere, allora aggiungiamoci un po’ di H2O, diventiamo un po’ fango, mota, guazza, spurgo, sputo, magari con un poco di saliva sarà più completa. Insomma, se sono uno sterco potrò pur comportarmi da sterco!

   A lor Signori devo confessare il vero. Mi riconosco molto affine al tipo umano sopra descritto. Amo scudisciare il prossimo. Tuttavia, non disdegno le scudisciate del prossimo al sottoscritto. Per la verità, al frustino preferisco la saliva. Ma non per partito preso. Analizzo le situazioni una per una e poi decido cosa preferire, se la saliva o il frustino.

   La settimana scorsa ero rimasto digiuno. Comunque, che fo che non fo, mi sono rammentato di un piatto di minestra scotta e ribollita. Del tutto disgustosa. Tuttavia, avevo deciso di ringalluzzirla e di ingollarla. Detto fatto. E per la verità la inglobai tanto velocemente che, altrettanto velocemente restituii al pavimento il cibo colloso e giallino.

   Mi accorgo che tutto ciò non ha alcun collegamento con la tesi che volevo dimostrare. Ma non sottilizziamo. Forse un collegamento deve pur esservi, anche se non immediatamente visibile.

*** 

   A questo punto delle mie confessioni vorrei giungere a qualcosa di più personale. I Signori ascoltatori saranno ovviamente curiosi di conoscere il mio nome. Ebbene, il mio nome ha qualcosa di misterioso, di numinoso. Vedano, ogni persona di raffinata educazione dinanzi al mio nome non può che sprofondare in un inchino. In realtà i più, lo rammento bene, non facevano altro che sghignazzare gratuitamente. Di qui il mio furore. Ecco, io sono affabile, cortese, so dire buongiorno, buonasera ed altre consimili facezie con impari perizia. Tuttavia, appena noto quella pieghina sulle labbra, ovvero, quell’arricciamento del naso io medito subito a cosa il mio interlocutore intende alludere, e mi inalbero. Poi mi pento. Ma forse non voleva trarre alcuna illazione mi dico, forse addirittura gli sono simpatico. Poi, di punto in bianco, che è che non è, mi inalbero di nuovo e grido che della sua simpatia me ne fotto, anzi me ne strafotto! Ed eccomi a torcermi al pensiero di riuscirgli simpatico. Eppure, il solo pensiero di riuscire simpatico a codeste mozzarelle mi fa torcere dalla bile. Ora, di tutto ciò do la colpa al mio naso. Il mio naso è la cagione principale della mia disgrazia.

   Qui, appeso al muro ho un calendario. Ma io a questo documento non attribuisco granché significato. Per gli uomini svolge un ruolo utile, non lo nego, ma per uno del mio rango cosa volete che rappresenti un calendario?

   Sono passati undici anni. Undici lunghi, interminabili anni. Ormai mi sono acclimatato a questa stanza. Il tempo che scorre mi appare irreale. Sempre di più mi convinco che si tratti di una sciocca e risibile invenzione del Demiurgo per gabbarci. Sono una ruota in mezzo a tante altre rotelline. Da undici anni segregato in questo antro. Durante questo interregno, ho traslocato da una parete all’altra il fittizio regolo che chiamiamo calendario. Undici anni di àlacre dibattito con le mie mura. In questo frangente non ho ancora adottato alcuna decisione. A volte, sono giunto in prossimità della determinazione finale. Mi sono detto: ma sì gettiamoci dalla finestra! Poniamo un termine a questa bislacca esistenza! Un paio di volte sono anche salito sul davanzale della finestra e mi sono detto: ora mi butto. Ma, proprio in quel mentre mi veniva una voglia pazza e incontenibile di bere una tazza di brodo bollente e così dovetti fare marcia indietro. Dopo quei due rovinosi tentativi di suicidio trascorsi settimane e mesi interi a torturarmi sul perché di quella tazza di brodo. In verità, del brodo ne sono sempre stato goloso a dismisura.

   A volte mi ingiungevo di togliermi dai piedi. Pensavo di strangolarmi. Attaccavo un cappio alla lampadina e mi ci appendevo. O meglio, sognavo di appendermici, bramavo di appendermici. Immaginavo il giorno in cui sarei salito sul tavolo, sul tavolo ci sarebbe stata la sedia. Sarei salito sulla sedia, mi sarei allacciato ben bene il cappio intorno al collo e poi, con un saltello, mi sarei librato nel vuoto. Ah, come godevo! Pregustavo già il momento in cui avrei cacciato fuori tutta la linguaccia. Una volta mi ci appesi per davvero alla lampadina. E diedi pure un colpetto alla sedia, che ruzzolò giù. La vidi ruzzolare con delizia. Finalmente! Gridai, ma appunto gridai e ruzzolai giù anch’io sul tavolo, e dal tavolo sul pavimento, con la lampadina allacciata al collo. In verità, avevo soltanto provato, avevo fatto una  fetida finta. Né più né meno. Una volgare messinscena. Una volgare orchestrazione in guisa da conferirgli il decoro della verosimiglianza. In realtà, non fu altro che una volgare trovata per ingannare l’ozio. Eh, non crediate ch’io non abbia il palato fino. Per queste cose ho una sensibilità peculiare. Da quel tempo non mi sono più dato pace. Ed ora rimpiango di non essermi ammazzato per davvero. In realtà, di ammazzarmi veramente non ci ho mai pensato affatto. Ma proprio qui sta il lato ignobile della cosa. Volevo semplicemente beffarmi del cappio. Ora che ci penso fu il cappio a beffare me e non io lui. Tuttavia, un risultato positivo tutto questo guazzabuglio lo fece sortire: da allora non ho più inscenato di tali farse.

*** 

   Io sono un acchiappanuvole. Con ciò rientro perfettamente nella categoria della russità. Come gli interlocutori che ascoltano queste mie confessioni sapranno, i russi sono chiassosi, terribilmente chiassosi ed anche dei ficcanaso. Orbene, io non sono un ficcanaso, epperò, ogni tanto mi piace atteggiarmi a tale. Ascoltate. Il mio colorito è sordidamente olivastro. In proposito ho una opinione: io sono un ombroso. Che tipo è l’ombroso? Provatevi a darmi un’occhiataccia di sguincio, provatevi a darmi del rammollito! Ora, io penso che nel fondo della mia anima ci sia un…  per così dire, nucleo di codardia. Non che sia del tutto codardo. Ecco, io sono portato da sempre alle vie di mezzo, alle mezze misure, insomma all’accomodamento. Sono un cuor mite. Ma che ci si provi a versare in questo cuor mite un’offesa che sia un’offesa, così atroce da far rivoltare il sangue. Oppure no, un’offesuccia, una cosa così da nulla come una sputacchiata sul cappello. Ebbene, io posso inalberarmi come posso altrettanto liberamente restarmene tranquillo. E ciò appunto perché misuro le cose diversamente, posseggo una unità di misura diversa, ecco tutto. Prendiamo ad esempio una boccata di fumo. Cos’è? E’ una cosa che io faccio con le labbra. Accendo un sigaro, aspiro. Ed ecco che diventa una cosa importante, anzi importantissima. Ora, m’accade che non appena accenda il sigaro, lo spenga precipitosamente. Lo guardo con voluttà e poi mi dico: posso accenderlo e spegnerlo come mi aggrada. Sono libero di fare quello che voglio. In verità, per me quel sigaro non è più un sigaro ma un aeroplano. Per esempio ho una giacchetta di foggia antica come i moscoviti non la usano più. Conserva ancora un bell’aspetto. Orbene, per me quella giacchetta è una graziosa fanciulla. Con lei spesso inauguro piacevolissimi dibattiti. Vedi questo filo? – mi chiede – Lo vedi? Io rispondo che sì lo vedo; ed ella mi incalza: sai quando questo filo si è staccato dal mio tessuto? Orbene, queste domande mi imbarazzano in maniera straordinaria. Lì per lì resto a bocca aperta.

   Sono un visionario. Dò a tutte le cose che mi circondano un valore tutto particolare. I gioielli della regina di Saba non valgono un peluzzo della mia giacca. Sono un Sultano, ho le mie odalische, i miei eunuchi ed i miei giannizzeri. Volto le pagine del tempo. Così. Nella notte vivo il giorno, il giorno poi lo vivo quandochessia o non lo vivo affatto. La notte la vivo interamente, l’oscurità mi è congeniale.

   A Mosca, a Mosca! In verità, sono ignobile e tracotante.

   Nel tempo della mia libertà, o meglio, della mia illibertà, solevo recarmi, così tanto per fare qualcosa, alle feste comandate al cospetto del Pope, il quale compariva empiamente come un giovanottone ed io, dal di sotto, col nappone sollevato lo rimiravo. Mi dicevo: ecco questo sì che è un bel santone! (in realtà pensavo che era un gran bastardo), e così me lo godevo nel mentre che gli sventolavo dal di sotto il nappone. E mi spremevo anche il sugo del naso!

   Il moscovita di solito digerisce come un turco, arrotola il cibo e lo ingolla con quanto più sugo. E’ un comodista, ama mangiare bene o, almeno, sufficientemente bene. In realtà il moscovita, il più delle volte, mente. Questo è il segreto del retto pensiero. Ma che volete, forse che voi entrate nella sua dispensa? 

  Io ammiro il mio occhio. Non i miei occhi ma il mio occhio. Solitamente, mi accontento di ammirarlo. Devo ringraziarlo: spesso strizzo l’occhio, lo appunto come uno spillo. L’occhio fruga in tutti gli angoli e mi rivela cose insospettate. Io sospetto ed aspetto. Il mio occhio ha anche una sensibilità peculiare, vede dappertutto. Ho l’occhio di una mosca. Eppoi, ho un grande vantaggio appetto dei miei simili, il vantaggio di poter scrutare liberamente l’interlocutore. Il mio scrutare è un volare. Io vivo. Oggi, ad esempio, ho deciso di comperare un filetto di manzo. Mi piace il manzo. Lo adoro. Adoro trangugiarlo, eppoi lo trovo saporito. Giunto a questo punto, ho già cambiato idea: una coscia di pollo – mi dico – mi andrebbe egualmente bene. Indugio su quest’idea. Ho già l’acquolina in bocca. Epperò, forse è meglio una polpetta. Sì, insomma, una polpettina, allora vada per la polpetta, anche pure fritta. Vedano, tutto sommato, sono di bocca buona. Una polpetta mi andrebbe egualmente bene, eppoi è nutriente, essì, perché devo anche nutrirmi. Soltanto, non è che abbia molta pratica con le padelle. Epperò, devo pur cogitare sul mio desinare. Almeno una volta al giorno, come il poeta Chlébnikov, devo pur desinare. Magari a scrocco.

*** 

   Io, con la mia parola alata, dall’alto dei cieli, posso deturpare tutti gli uomini, posso schiacciarli sotto il mio tallone di Achille e soggiogarli. Io nuvoleggio, veleggio, mi cincischio tra una nuvola e l’altra. Tutto ciò mi occorre anche per tagliare i nasi. Le proboscidi. Sì, infatti, ci fu un tempo, durante il mio viaggio in Italia, che andai a visitare i busti di villa Borghese. E là, zac! Tagliavo tutti i nasi dei busti! Era un gran daffare.

   Ovviamente, il Pope di Roma l’ho sempre tenuto in conto di gran santone. L’ho sempre invidiato, epperò l’ho sempre considerato un tal diavolone ché, dinanzi alla sua statura, mi sono sempre sentito un nanerottolo.

   Ora, affrontiamo un’altra questione. Perché i russi hanno paura del dentista? Ecco, io penso che i russi non vogliano far altro che garrire e godere e basta. Per esempio, io opino che l’uomo è un essere abietto. In ciò non scopro nulla, affatto. Ricordate l’apologo di Menenio Agrippa? Bene, io l’ho sempre ammirato, visceralmente, fin dalla più tenera infanzia. Ora, cosa fa l’uomo dopo molti secoli, dopo il capitalismo e il comunismo? Non fa altro che obbedire alle tesi del monologo di Menenio. All’uomo piace nobilitarsi. Magari sta nello sterco e, cionondimeno, trova modo di nobilitarsi anche in cotale situazione. Lo sterco gli arriva fino al collo? Nondimeno, egli si sente nobile. Ancora colpa del sofista Menenio. Io lo ritengo, senza indugio, responsabile numero uno dell’attuale civiltà. Ancora, non c’è plebe senza Menenio, così come non c’è Menenio senza plebe. Insomma, la schiavitù è stata la più grande delle invenzioni umane. La più nobile, la più sublime.

   Con la lucidità del presente, oggi mi pongo le medesime questioni che il Signor Menenio pose ai plebei alcuni millenni or sono. E’ giusto che sia così. E’ giusto.

 

Io e il mio doppio

   Potete constatare che io sono un uomo franco. Semplice. Io non mento mai. Perché? Semplice. Io non ho bisogno di mentire. Non ho bisogno di mentire perché, in verità, dico sempre e soltanto la verità. Ma, in fin dei conti, cos’è la verità? Prego, signori, interpelliamo i filosofi. Essi studiano le virtù, parenti strette e nobili della verità. Ed ora, torniamo al dunque. Io non mento. Perché mai dovrei mentire? Io non nascondo nulla onorevolissimi signori. Con ciò, credo di aver esaurito la questione. Ma ora discettiamo. Innanzitutto, se mentissi, mentirei a me stesso, e di qui inizierebbe lo sdoppiamento. Cesserebbe l’unità. Insomma, io chiedo: la verità produce fagioli, cereali? Non vi affrettate a rispondere, risponderò io per voi. La verità non produce nulla di tutto ciò, non è un’occupazione produttiva. Allora, è un’occupazione improduttiva? No, neanche questa ipotesi corrisponde al vero. Eh, eh, io sono un fine causidico. Voi pranzate, voi cenate? Bene, io vi dico, senza preamboli, che voi consumate la verità. Ma passiamo ad altro. Alcuni di voi hanno avuto la felice ventura di passare accanto alla verità, di sfiorarla. Ero io, ero io la verità. Bene, ora aprite le orecchie: io sono la verità personificata. Liberissimi di credere, liberissimi. Vedete, io sono un ipocondriaco, un solitario. Ecco la mia forza. Voi invece… no, non vi detesto, non mi smarrisco nell’ambascia. Siete un nulla, siete fumo. Sono io farfalla o pipistrello? Io in merito possiedo una teoria: la farfalla è il lontano progenitore del pipistrello. Ignobili! Perché mi torturate? Sissignori, io sono una farfalla. I moscoviti sono una brutta razza. Siamo tutti alla ricerca di nuove vittime da torturare. A volte, ho la sensazione che i miei simili siano delle frottole, detestabili fantocci. Io non amo la musica. Lungi da me il sollazzo dell’udito pur essendo nato in una famiglia di musicisti. Ricordo che mia madre suonava il piano. Suonava divinamente, piombava sulla tastiera con la leggerezza di un cigno. Per tutta l’infanzia sono stato funestato da un mare di suoni aerei, divini. Ora, sta di fatto che detesto l’arte musicale con tutte le facoltà del mio intelletto. Al muro tutti gli artisti! Ed in specie i musicisti! Un particolare cenno ai poeti: tutti rigorosamente degni della forca! Tra tutti i più pericolosi. I più ottusi.

***

   Tutto cominciò così. Inaspettatamente. Quasi per caso, allorquando, nell’impugnare una pistola e nel premere il grilletto, avvertii al braccio una sensazione di leggerezza, di gran potenza, come se il braccio potesse staccarsi dal tronco e vivere una vita propria. Lì per lì non mi resi conto della gravità del fatto. Certo, esso mi diede da pensare. Ma ora tutto è chiaro. A quel tempo, mi promenavo per la capitale dell’impero con un revolver sotto l’ascella, con sempre quella sensazione di onnipotenza al braccio, e così sparavo ad ogni barattolo di birra che capitava entro il mio raggio di azione. Mi stupiva il nitido contorno dei forellini. Improvvisamente, di queste stranezze la mia vita ne fu piena. Ad esempio, mi capitava di avvistare un palazzo? Ed ecco che mi saltava in testa l’idea che quello potesse muoversi, che si mettesse a camminare, a correre e mi investisse addirittura! L’angoscia mi prendeva al petto e saliva, saliva su per le tempio ed io prendevo a sragionare, ed io correvo, correvo... Oh, quali notti di incubi! Una notte, lo rammento benissimo, durante una delle mie fughe, capitai in un vicolo cieco. Mi aggrappai inutilmente al muro, mi ci aggrappai come un ragno, conficcai le dita nel muro. Scongiuravo che il palazzo non mi avvistasse. Ed invece, no. Il palazzo si avvicinava, si avvicinava di gran carriera! Mi aveva avvistato. Avrebbe potuto arrestare la sua marcia? In preda all’angoscia più nera, io strofinavo la mia pancia sul muro. Il palazzo giunse ad un millimetro dalla mia zucca. Avvertii il contatto gelido, ostile. Un urlo lacerante mi straziò il petto. Rammento ancora oggi con orrore l’episodio. Fatto sta che forse il molosso si spaventò. Indugiò, insomma, si arrestò. Verosimilmente, ebbe pietà di quell’essere, di quell’escremento che miagolava e squittiva là, sotto i suoi piedi. Avrebbe potuto schiacciarmi se solo lo avesse voluto. Invece niente. Non accadde nulla. Da quell’evento, sorse in me una illimitata fiducia nelle mie facoltà. Sapevo di avere dei nemici polifemici, dinanzi ai quali io ero una festuca, un miserabile topo. Eppure, avevo vinto. Ero salvo. A questo proposito, anche adesso ho piuttosto le idee confuse. Non ricordo nulla, di quel tempo, con precisione. Tutto giace nell’indistinto. Di frequente, assistevo agli scontri dei pachidermi: un palazzo contro l’altro. Erano botte da orbi. Da allora presi l’abitudine di camminare di soppiatto, radente ai muri, di strisciare sempre all’estremità dei marciapiedi per paura di essere aggredito, stordito e sopraffatto. La mia esistenza divenne un susseguirsi di nascondimenti, di tamponamenti, di urti contro i passanti distratti ed oziosi della capitale dell’impero, di occhiatacce furtive e sospettose. Posso rispettabilmente confessare che l’unica entità che mi ispirasse fiducia era la neve. Così bianca e fredda. D’inverno, essa era il sipario del mio teatro.

***

   Come vissi? Vissi unicamente in preda alla mia angoscia ed al panico. Avrei voluto attingere il cielo d’un balzo. Nella mia sfrenata fantasia, vedevo nemici saltare fuori da ogni angolo. Torturatori che mi sondavano e mi scandagliavano nelle profondità dell’anima. Ed io fuggivo e goffamente mi trascinavo di pertugio in pertugio. Giunsi al punto di dimenticarmi del corpo, di lasciarlo morto e affamato per giorni e giorni. Vissi unicamente dei miei fantasmi. Ma quale, quale stoltezza mi spinse in un tale abisso, in un tale delirio? Quale oscura forza catturò il mio intelletto? Io, ancora adesso non so darmi una risposta. Vissi oscuramente, profondamente, furtivamente tutti i miei fantasmi. Ciò che voglio dire è che vissi autenticamente. Essi non erano fuori di me, ero io che mi incarnavo in loro. Che cosa stupenda e superba! Io – provo vergogna a rammentarlo - giunsi al punto di bendarmi gli occhi e di turarmi le orecchie per bearmi di quelle immagini. Quali immagini? E come dirlo? Erano rosa sublimi e accecanti, verdi marini, schiere di rubini rossi come l’emoglobina, nere come le pupille della notte. Vissi in una fantasmagorica pazzia. Il mio spirito si elevava, si mondava, si torturava, bramava diventare esso stesso un colore. Ahimè, all’improvviso, mi scoprivo sul nudo pavimento straziato dalla foga delle mie elucubrazioni. Un timore corvino come un cuneo si aprì un varco nel mio cervello: vivevo? Ero poi così sicuro di vivere? O ero un’ombra. E non slittavo io nell’esistenza tentando di aggrapparmi alle cose del mondo? E non slittavo io nell’inesistenza? E quello strazio non era forse nient’altro che la lucida consapevolezza di essere un inane, un inetto. Ma io avevo pure dei momenti di quiete, momenti in cui potevo pigramente distendere le membra, bagnarmi la fronte con dell’acqua balsamica, trascinarmi fino al giaciglio ed ivi restare immoto come un sacco. In quei frangenti, la mia mente non produceva neppure un sussurro. L’aria fetida della stanza mi assopiva. Il sonno mi sovrastava. Mi capitava di dormire per un tempo smisurato. A quei tempi, avevo ancora la lucidità di caricare l’orologio, ma quando mi svegliavo, le lancette esauste si erano ormai arrestate da un pezzo. Accadde che non seppi più distinguere il crepuscolo dall’alba. Ero convinto che dall’alba potessi tornarmene indietro nella notte e dal crepuscolo anticipare, con un volo precipitoso, la notte. Io ero colui che possedeva infinite facoltà. Questo mi ripetevo senza soste. Io ero colui che dominava il mondo perché il mondo nulla poteva contro di me. Se avessi potuto dare un prezzo al mondo, gli avrei affibbiato il prezzo di un mio sottilissimo capello. Secondo i miei calcoli, tutto l’universo non valeva la mia capigliatura. Forse, un giorno sarei esploso. Questo mi ripetevo. Temevo che l’immane pressione interna delle mie fantasie mi avrebbe fatto saltare le cervella e si sarebbe persa nei meandri dell’universo. Eppure, io ci avrei giurato che il mondo, il mondo tutto intero e tutto insieme, non sarebbe stato capace di produrre altrettanti fantasmi di quanti ne avevo prodotti in un solo minuto di coscienza. Il mondo, vasto mondo, è un deserto, mi ripetevo. Una sera, o forse, una mattina nuvolosa, svegliatomi di colpo da un sonno funereo, avvertii una insolita leggerezza del corpo ed una sete ardente. Mi infilai nel pastrano e mi inabissai nella notte. Vibravo come una corda di violino per le strade opache. Come un rottame nell’oceano, venni sbattuto tra le sponde di un’isola. La mia squallida anima si inoltrò cupa all’interno di una navata. In alto, una miriade di angioletti rendevano onore all’Assunta. Gettai di sguincio sguardi occhiuti all’intorno. I fedeli erano assorti in preghiera. Avanzai come un robot in preda a febbre violenta. Guardavo i fedeli a capo chino. Sulle code degli occhi correvano le colonne delle navate. Il fumo dell’incenso saliva, un canto gregoriano rombava, la voce di un predicatore tuonava. Mille spine mi trafissero le carni. Varcai la soglia del presbiterio… e vidi un asino volare con ali angeli che: ragliava! L’ostensorio baluginava di riflessi scarlatti. Così, trafugai l’ostensorio. Nessuno si accorse del misfatto. Nessuno vide il mio volto o udì i miei passi. La notte mi inghiottì. Piovve dalle grondaie, turbinosamente, neve gialla. Gialli fantasmi sfoltivano dalla mia mente. In me crebbe misteriosamente l’ardente persuasione ch’io fossi rimasto l’ultimo abitante del pianeta la cui libertà era ormai irraggiungibile. Dal calice che baluginava di ori e di splendori, bevvi la calda bevanda del mio sangue spillato dalle mie vene. Io bevvi me stesso. Mi eccitai alla follia. Nella mia gola gorgogliavano i flutti del mio sangue! Vedete, io a differenza dei miei consimili, non ho mai chiesto perdono per le mie malefatte. Sono orgoglioso in modo spropositato. Questa è la vera ragione per cui sono divenuto ladro di bazzecole ed elemosiniere di quisquilie. Io non ero solito voltare le mani in guisa supplichevole, anzi, voltavo il capo arditamente di contro ai miei simili, imprigionando i loro occhi nelle fessure delle mie pupille. Ero solito apostrofarli nel modo seguente: di grazia signore (quello si voltava ma in realtà parlavo a me stesso), in realtà parlavo a me stesso. Davvero, signore, davvero, mi scusi. Ed i miei occhi fissavano le sue pupille. Oggi è un gran giorno, di festa signore. Davvero, un gran giorno di festa. S’intende che si trattava di una festa puramente mentale, esclusivamente mia, ma quegli non sospettava, non notava – immerso nella sua cecità – di che festa parlassi. Solitamente, ricevevo l’obolo. Alcune volte, mi accanivo su qualche sciagurato renitente. Davvero signore, davvero, oggi è una gran festa, voi non potete, davvero, non potete non partecipare, voi non vorrete non partecipare, nevvero? E finivo farfugliando qualcosa di incommestibile in tono sardonico, trottolando con le mie gambine storte. Quanto durò tutto ciò? Non so. Un tempo immemorabile.

 

Incontro

   Per tutto quel giorno, mi ero tuffato per le strade della mia città imperiale con una foga sconosciuta. Passo dopo passo, qualcosa si andava acquietando. Sudavo molto, in specie sulla fronte. Indizio inequivoco delle mie alte facoltà mentali. Avevo concesso ai miei passi il privilegio di condurmi. Le mie mani erano  fredde e la neve scendeva a fiocchi lenti e pesanti. Attendevo qualcosa o qualcuno. Tutta la mia vita ho atteso qualcosa, pur evitando sempre accuratamente di incontrare veramente questo qualcosa. La coscienza del mio stato febbrile si accentuava con il tralignare della mia angoscia. Allora, non avevo chiaro il quadro di questa lotta. Ne percepivo vagamente gli echi, come il rombo di un cannone. Rantolavo ed ascoltavo il rantolo rombare nelle mie orecchie ma, come sempre, ero impartecipe. Io soggiorno, mi ripetevo. Mi limito a soggiornare sotto la volta del cielo. Voi comprenderete quanto dispendioso sia questo mio modo di condurre l’esistenza, quanto volgare. Ma allora, non v’era alcuna via di uscita. Non riuscivo ad immaginare altra forma di esistenza. Nel contempo avvertivo sorgere in me un’ira senza scopo, che mi gorgogliava dentro senza che potessi dire: ecco, questo è l’approdo, questa è la causa, così e così, questo e quest’altro. Quel mattino – dicevo – brillava un sole limpido e un vento magnifico aveva spazzato via neve e nuvole, le ubbie defluirono entro qualche emissario delle mie pareti. Un’aria fresca mi frullava per la testa. Con questo stato d’animo attraversai il giorno discorrendo meco stesso. Ero immerso nei miei pensieri, o forse ne ero emerso, allorché, giunto su di un ponticello sotto il quale gorgogliava il liquido limaccioso del nostro fiume, scorsi una figura appoggiata al parapetto. Ed ecco il turbine di immagini disparirmi e la mente lucida esporre le sue vele. L’imbrunire ovattava quella figura. Mi avvicinai verticalmente. In pochi passi la raggiunsi. Mi parve di udire qualcosa, come un sospiro, o un lamento, ma non ne ero così sicuro, il frastagliato sciabordio del fiume avrebbe potuto ingannarmi. Ben presto, con l’ausilio delle mie gambe legnose, attraversai il ponte e me lo lasciai alle spalle. Altro non udivo che l’indistinto rumore delle acque. Ebbi il timore di voltarmi, e mi allontanai. Mentii a me stesso. Io avrei voluto fermarmi, ma come avrei potuto? Il solo pensiero di rivolgerle la parola mi avrebbe scombussolato per il resto dei miei giorni.

 

Delitto

   Annottava, ed io peregrinavo. L’inchiostro del cielo mi eccitava. Camminavo per distanziare la mia angoscia. Avevo ormai girovagato tutto il giorno. All’improvviso, avvertii sulle gambe tutta la spossatezza del viaggio senza una meta. Non avevo la benché minima idea di dove mi sarei fermato a desinare, conoscevo a menadito tutti i ponti e i viadotti della capitale del nostro impero. Mosca, Mosca! Il terrore stava superando il livello di guardia ed era lì lì per esondare dagli argini delle mie pareti. La più atroce delle torture è far camminare un uomo all’infinito. Ed io mi infliggevo consapevolmente questa tortura. Trovai in qualche modo la forza per trascinarmi in un budello rischiarato da una lampada strozzata che, più che rischiararlo, in verità, lo oscurava. Le mie pareti gorgogliavano di malessere. Mi inoltrai con lo spasimo nelle viscere. Ecco, ora sarei caduto come un sacco di patate, ma quello che vidi mi scosse: lì accanto, ronzava il sonno di un vecchio straccione. Il cappello adagiato per terra era pieno di monete, numerose come le stelle nel cielo. Fu un gioco da ragazzi: agguantai il cappello, me lo ficcai nella saccoccia e mi allontanai furtivamente, non prima di consegnare al vecchio decrepito il marchio dei miei stivali ben bene sul suo groppone cisposo. Che fu che non fu, udii distintamente: al ladro, al ladro! Fu un momento: volai sui miei passi. Non so che direzione presi, seguivo ciecamente l’itinerario che i miei occhi scorgevano. Fuggivo, stupendomi della mia lestezza. Una sfrenata gioia mi saltava nel petto. Che gioia, che gioia è questa? Da quali profondità mi scaturisce? Dove mi conduce? Queste ed altre domande mi infiammavano il cervello mentre che correvo a dismisura. Non potevo fuggire al mio delirio. Zoppicando, incespicai contro un qualcosa come un sacco. A tentoni, lo colpii ripetutamente sulle parti verosimilmente molli che cedevano al contatto con i miei stivali. Lo scalciai maldestramente. Lo scalciai e lo pestai.

   In seguito, mi chiesi chi potesse latrare così chiaramente: al ladro, al ladro! Finché non giunsi alla conclusione che era nient’altro che la mia mente che ardeva, bruciava come un cero, di febbre, e quel latrato non era che uno scoppiettio, un misero scoppiettio fra mille altri. Vedete, io sono una singolarità, una vera singolarità. Ciò significa che sono una rarità. Ogni cosa, ne sono sicuro, che ronza all’intorno, ne sono sicuro, proviene dalla mia mente. Sono colpevole unicamente dinanzi al tribunale della mia coscienza.

 

Il signor Tirteo ed il signor Librolesso

   Mi chiedete di qual partito io sia? Ebbene, io faccio partito per me stesso. Ma questa è ancora una definizione vaga. Comunque, non ne possiedo una più precisa. Fare partito per me stesso significa assecondare quel grilletto che prospera nelle mie pareti. Ora, appunto, questo fantasma mi dà un gran daffare. Innanzitutto, è sempre in moto. Ad esempio, il Gabinetto proclama l’astinenza? Ebbene, sta di fatto che, di punto in bianco, mi viene voglia di sciampagna. Impugno il mio bicchiere di cristallo. Badate bene: di cristallo. Apro il rubinetto e lo riempio di purissima acqua. Sarà anche acqua di tubo, purissima acqua clorata, questo sarà vero per i rispettabilissimi lettori,, per lo scrivente, invece, è sciampagna della miglior marca francese. L’eminentissimo Gabinetto raccomanda il contenimento dei consumi? Ebbene, io, per rivalsa, verso il preziosissimo liquido nel buco del lavandino. Naturalmente, non prima di aver brindato alla salute del nostro onorevolissimo Signor Presidente. Ovviamente, so bene che Eglilui, non appena tornato a casa innaffierà i suoi morbidissimi cibi con l’immancabile sciampagna. Ma, qui sta il punto: quegli non verserà di certo lo sciampagna nel buco del lavandino, non ci penserà nemmeno, e neanche gli salterà in testa l’idea di gettare dalla finestra lo sciampagna, anzi, in ottemperanza all’etica dell’astinenza, quegli dirà: io con lo sciampagna mi ci innaffio la trippa. Dunque, di grazia, dov’è la mia superiorità? Essa sta nel fatto che il mio sciampagna sia andato ad ingrassare i topi. Tuttavia, a pensarci, la mia superiorità non risiede affatto in questa magnanima azione, quanto nell’altra davvero spassionata, cioè nell’aver scambiato la purissima acqua di tubo per della rispettabilissima sciampagna. E non solo, ma soprattutto, nell’aver versato il copioso liquido nientemeno che nello spurgo. Questi sono fatti, signori! Ora, voi potreste replicare: a questi fatti si possono aggiungere degli antefatti. Ma io, infatti, per stare ai fatti, rispondo con l’invitarvi a nozze, cioè, con l’invitarvi a riprendere il resoconto dei fatti. Ad esempio, v’è stata un’epoca della mia vita in cui non avendo un bel nulla da fare, mi recavo a passeggio nei pressi del Palazzo. Insomma, in tutti quei luoghi dove speravo ardentemente di incrociare un qualche funzionario di alto rango avvolto nella pregiata marsina. Un problema che mi assillava a quei tempi era il seguente: i loro nomi verranno inscritti negli annali della Storia!

***

   La mia vita è una farsa. Vedete, io fin da bimbo, come ho già narrato, infingevo. Ma in che modo? Per il vero, non mi proponevo di infingere, perlomeno a quei tempi. Diciamo piuttosto che stavo all’erta, non appena un’occasione me ne dava il destro, mi gettavo a capofitto nella finzione. La mia era una innocente difesa. Se, ad esempio, a scuola mi tiravano le orecchie, io mi producevo in una finzione disumana: mi proclamavo offeso, terribilmente offeso. Epperò, mai che prendessi una volta per le orecchie il mio offensore. Io già allora vedevo la sua mota, già allora vedevo la sua mediocrità. E così, mi torturavo il cervello per fornire a quella atroce offesa il riscatto di un nobilissimo contegno, con una frullata delle mie ali mi libravo nel limbo del nobile, del decoro. Dentro le mie pareti quel buffetto si tramutava in un immondo sfregio. Le mie pareti possiedono questa inclita facoltà. Chi di voi può dire altrettanto?

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   Ed ecco a voi il progetto di un romanzo:

  1. Io sono un militare. Indosso l’alta uniforme con i galloni sgargianti. Sono straordinariamente bello. Narrazione di cosa notai, un giorno, allorché, impugnando la mia pistola d’ordinanza e puntandomela contro la mia tempia, premetti il grilletto. Mia salvazione ad opera del diavolo.
  2. Dell’orrendo fatto e del suo accadimento: i trentadue diavoli che volteggiavano dentro la mia stanza e della copula con similari trentadue diavolesse. Cornucopia di oltraggi e di copule. Di come divenni archimandita, mago ed imbroglione.
  3. Di come, liberandomi dei legami e dei beni terreni, divenni padrone di me stesso.
  4. Di come esperimentai la solitudine. Filosofia della solitudine. Abiezione. Filosofia dell’abiezione. Il mio nutrimento spirituale. Il mio vanto: la mia grandezza. Le mie scorribande nella mia stanza ed in città. Le ultime monete e lo sperpero consapevole. Il nulla
  5. Di come diventai ladro di bazzecole ed elemosiniere di quisquilie. Di come vissi. Filosofia del ladro. Duplicazione e stravolgimento del reale. I miei monologhi nella stanza. I colloqui con il diavolo nella via oscura. Di come incontrandola io la contemplai.
  6. Di come io l’innamorai e lei m’innamorò. Della soggezione della sua anima. Dei suoi innumeri amanti e del mio nullo rimorso. Del peccato capitale e del mio fiele. La mia sete di vendetta. Io e lei. L’incontro con il diavolo tentatore. I miei morsi spasmodici alle sue tenere carni. Di come la uccisi dilaniandole le carni. Della mia susseguente fuga e dell’inseguimento da parte del mio doppio.
  7. Della sua resurrezione ad opera del Cristo. She doubt and fears. Un omaggio alle sue carni: un amante. Il guardone, di come vissi allegramente in una specie di euforia. Il suo corpo passionale e la sua anima senza passioni. Di come lungamente vivendo del credito delle sue carni io mi liberai della mia terrestrità. Di come vissi, nella mia immaginazione, come un uccello. Del nostro contrappunto di odi e la nullificazione delle passioni. Infine, dell’eclissi delle mie capacità logiche. Di come diventai leggero come una farfalla. Di come diventai torrenzialmente furioso. Di come divenni trasparente. Di come acquistai la cielità, diafano come una eidola. Di come volando nell’azzurro, precipitai. Di come da dietro la morte guardo la vita. Abiezione. Resurrezione.

***

   C’è stato un tempo in cui, gentili signori, ero tutto pervaso dal desiderio di battere i pugnetti. Ed in questo esercizio, invero, trascorrevo gran parte del giorno, in inverecondo ozio. Sconciamente, battendo le nocche delle dita sulle pareti. Epperò, sono sempre stato gentile. Infatti, l’ultimo soliloquio lo ebbi con il signor Paride. Ora, sta di fatto, ch’io stimi enormemente questo signore. Anzi, nei suoi riguardi nutro una venerazione davvero inusitata. Ebbene, in vostro cospetto, opino che giammai mortale abbia, con suo gesto inconsulto, prodotto maggiori danni. Questo signore ebbe l’estro e l’ardire di rapire, non dico una contadinotta o una sgualdrinella; questo signore ebbe l’ardire di profittare della sua audacia. E così, audacemente profittando e gozzovigliando, si guadagnò nientemeno che un posto nella storia. Ora, non che non abbia anch’io il desiderio di eguagliare le sue gesta; tuttavia, il pensiero di funestare una gentile donzella, al massimo mi può solleticare il gargarozzo. Non che le fanciulle non alimentino in me turpi empiti, ma, ecco, sappiate che per lunghi anni vissi, diciamo così, all’ombra del mondo, attendendo e bramando una passione foriera di avventure. E così, vedano, mi rincantucciavo vieppiù nell’ombra. Diciamo che alle bambine io abbia preferito i cagnolini. Così come ai cagnolini preferivo i topolini. E così, ai topolini preferii, per lungo lustro, i magnifici scarafaggi, neri e polputi. Ecco qual sia stato e sia il contrappunto della mia esistenza guardinga. Ai posteri l’arduo giudizio. Epperò, opino un tale rigoglioso odio per il genere umano, credo ciò limitatamente alla mia esperienza, che ben pochi umani abbiano saputo nutrire un pari umore misantropico. Così compiuto e magnifico, per vastità ed intensità. Un odio spaventosamente panoramico, inaudito, obbrobrioso. Ecco, io spesso da piccino mi sorprendevo a mordermi il pancino. Ed anche mordevo quello zotico dell’alluce. E talmente lo mordevo che, dovete credermi, lo attanagliavo, anzi, lo artigliavo con i denti aguzzi e lo mandibolavo a tal punto da farlo sanguinare. E così, sanguinolento, lo contemplavo, in estasi. Infatti, proprio a quel tempo, iniziai a zoppicare. Uno zoppicare gagliardo, altero, inusitatamente sublime. Da piccolo mi galvanizzava la vista delle mie orecchie. Forse, perché – opinavo – con un morso avrei potuto raggiungere l’ebrezza. Infatti, da allora, mi è rimasto il vezzo di avvicinarmi scompostamente agli interlocutori arricciando il naso e, magari, di palpargli anche le spalle, così con tale volgare naturalità che, non di rado, questi erano obbligati a retrocedere a dismisura. Ora, io odio tutto ciò che è fuori misura. Lo odio, lo ho odiato in altri tempi e sempre lo odierò. La sregolatezza, l’ingratitudine, la scompostezza, la sragionevolezza, vedano, sono valori universali, ai quali il volgo non dà punto credito. Vedano, il volgo l’ho sempre considerato adatto al fortore. Anzi, il fortore è proprio del volgo, ne è la quintessenza. Fortore e volgo sono equivalenti. Ecco, con il volgo mi piace svillaneggiare e gozzovigliare, giocarci ai dadi magari. Davvero. Il volgo è adatto alle libagioni. In un certo senso, amo i suoi umori, anzi, li considero di somma eccellenza. Alla base del volgo stanno dunque gli umori sordidi. Lo strano è che un tipo di bellimbusto come Paride era perfettamente al corrente di tale fondamento. Egli, opino, possedeva un sicuro fiuto antropometrico: antropogozzovigliava, ed aveva una squisita fattura intellettuale, oltreché una stoffa morale in tutto degne di rispetto. Durante gli anni della mia giovinezza, ebbi profonda stima per cotal umano, e nutrii una squisitissima invidia che mi tragittò sull’orlo di una funebre melancholia. Ad una riflessione men che mendace, il signor Paride sovrasta di una spanna i suoi concittadini, al suo confronto Ulisse appare un volgarissimo truffatore. Ettore, Andromaca e Agamennone sono appena degni di arricciargli i baffi. Di costui ne ebbi piena la fanciullezza, e ne ebbi ben presto piene le tasche, almeno fino a quando non lo rimpiazzai con Callicle, con il sordido e grigio Callicle. Paride fu la fanciullezza, Callicle guidò la mia giovanezza. La differenza è che Callicle era un interlocutore reale, un dialettico nato, un acutissimo interlocutore mordace, vorace, àlacre, un invincibile argomentatore. Vedano, con Callicle ebbi a dibattere della realtà dell’antropos. Ciò che più mi attirava della sua argomentazione, era lo spirito libertino del suo pensiero. Ah, che meraviglia! Era un libertino, un satanasso, un sofista depravato e ingrato, soprattutto ingrato. Ciò di cui andavo pazzo era la sua ingratitudine, la sua peritissima ingratitudine. Mai un empito, che dico, un palpito di umanità, mai alcunché di fumosamente umano. Era ingrato e codardo, codardo e ignobile. Per Callicle ebbi subito una passione scriteriata e sviscerata, ne fui investito totalmente. Trassi ardore, coraggio, ardimento dai suoi raggiri, tanto più futili quanto più acuti. Egli era un acuminato fomentatore di discordie e di disgrazie, un fromboliere di parole e di sintagmi, uno squisito raziocinatore, un forbito ragionatore, un arido indagatore. Mai un momento di gozzoviglia, mai una parentesi di goliardia. Era un impostore, un impostore di squisita fattura, di ardita e sfavillante fattura.

   Anche nei confronti del signor Tirteo ho nutrito, sin dai tempi più remoti, un gagliardo entusiasmo. Quegli aveva il dono di esaltare in me le virtù più sublimi e, devo confessare, che costui esercitò su di me un influsso benefico e salvifico, soppiantò in me l’egoismo che mi attanagliava. Giacché non v’ha dubbio della interna correlazione dei due termini: vale a dire, la codardia e la viltà. Giacché entrambe sono facce d’una stessa moneta. Dicevo che quegli soppiantò in me l’egoismo e la codardia con l’altruismo e l’audacia, giacché anche questo binomio è strettamente e reciprocamente correlato. Ora, il signor Tirteo, a mio modestissimo giudizio, debet essere incensato anche per un altro concetto per il quale eccelleva: il concetto di nemico. Ecco, la nemicità, o nemicizia, non v’ha dubbio che sia il concetto centrale della nostra epoca, e non soltanto della nostra ma dello stesso primordio della civiltà. La profonda nequizia del concetto, opino, è pari soltanto alla vetusta sua veracità. Tirteo produsse, nel mio animo gioviale ed ingenuo, vasta eco e immane risonanza. Tirteo fu il vero educatore del mio spirito, il seduttore delle mie passioni. Anche a quel tempo la mia vita fu sregolata e mirabilmente scomposta. Tirteo fu il mio funesto corruttore, fu egli a condurre la gendarmeria delle sue filippiche contro la mia spavalda impudicizia, contro la mia ingenua ferinità. Fu egli a guadagnarmi alla sua parte. La sorte mi fu avversa giacché non lo avversai. Tuttavia, ne ebbi gran compendio di rigore e di muliebre virilità. Da ciò deducano lor signori il tenore dei miei volli fortissimamente volli. Tirteo amava i giovani con il virile ardore della nemicizia. In ciò sono pronto a riconoscergli grande acume, grande capacità di apologo. Non saprei neanche dire in quale letteratura non fosse versato, né in quale filosofia non avesse posto le proprie mine. In breve, Tirteo fu prodigioso.

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   Locupletare il falsus procurator. Questo è il punto. Io, nella mia antiquata giovinezza, ho nutrito la più smisurata e frenetica delle ammirazioni per quel signor tanghero del mio lucidastivali. Infatti, a quel tempo deambulavo allegramente ed avidamente, alla ricerca di qualche zotico villanzone, per lo più sfaccendato, che avesse a dimenare la coda oltre il gozzo e avesse a manducare ogni sorta di materia commestibile per via della mia povertà. La ragione mi astrinse ad impegnarmi in tale ricerca. Fu così che individuai un giovinotto che usava strofinare il proprio berretto, o qualcos’altro di simile, sulla cima degli stivali di alcuni luogotenenti. Vengo al fatto: io me ne andavo schiettamente a zonzo così che m’imbattevo sovente e nolente in certi signori inauditamente solerti, spazzola alla mano, che stronfiavano sui miei stivali, sino a ridurli a tal lucore da produrmi il brodo di giuggiole, il solletico del godimento. Codesti strofinatori avevano un bell’essere solerti che stronfiavano sui miei stivali, sicché ogni giovedì impegnavo un buon quarto del mio stipendiuccio ministeriale nel godimento del lustrascarpe, ovvero, lucidastivali, poiché per l’occasione amavo calzare morbidi stivali di capretto. Talché il villanzone, scuotendo la zucca, mi lustrava ben benino la tomaia della calzatura.

   In questo allegro e signorile passatempo trascorsi – non ci crederete – tanti anni quanti ne conta un lustro. Così, ogni giovedì dimenavo i miei stivali di capretto sotto il naso del lucidastivali, ignobilmente prono e profanamente ingordo del conquibus ed io sfogliavo un biglietto di banca lustro e profumato con dell’acqua di colonia di pessima nomenclatura. Ma ciò non importava punto a quell’indebito tanghero del mio lustrascarpe. Ecco, io ogni giovedì, per cinque lunghi interminabili anni, mi recai da quello zotico eunuco – non ci crederete – unicamente per contemplare con gaudio la sua nuca china sull’orlo dei miei stivali di capretto. Eppoi, mi satollavo del suo ansimare e del suo stronfiare, nonché dei motteggi su alcune ballerinette di avanspettacolo, nonché, sulla natura del volgo ch’io contemplavo transitare sulla pubblica via.

***

      Epperò, in codesti esercizi, non credereste le energie intellettuali che io sdipanassi. Alle volte, un vero e proprio male mi raggiungeva alla gola. Peraltro, mi sono sempre stimato a dismisura intelligente. Così, quando mi recavo dal droghiere, non mi interessava l’acquisto del salame, bensì la riscossione d’un improperio per via del debito che avevo con la bottega. Alle volte, il droghiere si permetteva financo di usarmi un buffetto. Eppure, quella tirata d’orecchi mi è stata utile. A quei tempi avevo in gran conto il concetto di utile. Innanzitutto, mi ha fornito il destro per andare su tutte le furie: a quei tempi, per ogni buffetto tiratomi, mi ripromettevo di replicare con una pari stoccata. Dopotutto, ciò mi forniva il destro per passare agli oltraggi mentali. Naturalmente, mi guardavo bene dal passare, non dico all’oltraggio, ma ad una qualsivoglia azione che potesse suscitare la suscettibilità del mio interlocutore, il quale altrettanto naturalmente, visto il libero ingresso concesso al suo buffetto, si abbandonava ad ogni sorta di altre pacche e pizzicotti, per via dei quali io divenivo ora paonazzo ora bianco.  Per quanto riguarda il concetto di utile, io vi avevo almanaccato sopra una intera teoria secondo la quale il pizzicotto mi era utile, non solo, ma anche la sputacchiata sul collo. Resta il fatto che, a conti fatti, di sputacchiate vere e proprie non ne raccolsi poi gran che, anzi, ne rammento ben poche ma gloriose. Infatti, mercé loro potei accumulare una tal quantità di odio, una tal feroce sete di rivalsa, che divenni imperiosamente velenoso. Essì che di veleni a quel tempo ne ebbi molti, il moto perpetuo della mia bile me ne dava cognizione. Me ne uscivo anche in un’altra forma di sublimazione, ovvero, assurgevo al piano filosofico e mi producevo in generalizzazioni del tipo: la vita altro non è che un cumulo di oltraggi. Scrissi anche un libello in ordine alla filosofia dell’oltraggio, facendo le lodi di esso. Ciò mi dava la retta cognizione della distanza intercorrente tra la filosofia e la vita.

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   Vitupero continuamente me stesso. Vitupero per il gusto del vituperio. Ingiurio per il gusto di ingiuriare. Soffro per il gusto di soffrire. Voi mi direte che ciò è umano, molto umano, specificamente umano. Ed in questo vi riconosco nel giusto. Poiché io sono umano, smisuratamente umano, io mi ingiurio per non poltrire di noia, una vorace e antichissima sete di noia. Poltrisco perché poltrire è una condizione naturale dell’umano. Ascolto le mie pareti. Attendo il baluginare delle mie strida. Che cosa vergognosa è l’ingiuria! Mi ingiurio a causa del mio smacco. Ad esempio: sarei potuto diventare un grande attore, versato nelle nobili arti della dizione e della recitazione ma, in quanto attore mondano sarei stato per altri, appunto, per la platea. Ed invece, ho scelto di essere esclusivamente attore di me stesso. E’ attore autentico colui che recita solamente per se stesso, senza la platea, senza nessuno che ti ascolta o ti osserva. Altro che le teorie di Stanislavskij e di Brecht! Sciocchezze impagliate, quisquilie impennacchiate! – Quando recito per me stesso la mia fisionomia si stravolge in smorfie assolutamente aberranti. Tal io sono.

   C’era al tempo di queste mie originali elucubrazioni, un tal Librolesso. Questo era il suo nome. Ecco, dicano lor signori se un gentiluomo del nostro tempo possa indossare un tal nome impunemente, e se lo scrivente non debba sentirsi in diritto di giudicarlo e di ingiuriarlo per tal sopruso. Poiché che sopruso ci sia è fuor di dubbio. Ora, sta di fatto, che codesto signor Librolesso non abbia la compiacenza di comparirmi innanzi e, quindi, come potrò ingiuriarlo dopo averlo svogliatamente ammirato con i miei occhietti sfavillanti? I miei occhietti sfavillano enormemente, sfavillano proprio come due copeche, proprio come due bambini piccini. Le pupille sono sempre umide ed offuscate, eppure brillano, sfavillano. Vi siete mai chiesti perché mai le vostre pupille non possono affrontare il coturno smagliante del sole? Perché mai dinanzi a questo smisurato astro di fuoco esse indietreggino sbigottite e fuggano dinanzi a tale sfavillio? Perché mai è così imponente il soggiogamento del sole? Ecco, io ho una risposta bell’e pronta: opino, infatti, che i nostri occhi siano figli del sole, figli degenerati, figli che in seguito hanno tradito il padre, tradito e vilipeso, offeso e vituperato. Indecentemente e villanamente vituperato. Un inverosimile coro di blasfemie. Ed io stesso mi sono fragorosamente unito all’infame e molteplice coro. Ecco, quando mi compariva, nel mio ufficio ministeriale – a quei tempi lavoravo in un ufficio ministeriale della capitale dell’impero - , questo tal signor Librolesso, col suo naso tortile, arricciato alla base e alla estremità come una melanzana impomatata, ecco, io gettavo addirittura un gridolino di gioia, talmente mi esilaravo. Quegli mi promenava la sua feroce melanzana tergiversando malaccortamente su quella tal pratica che lo riguardava da vicino e che lui non poteva attendere i tempi lunghi della burocrazia dello Zar, che eglilui era un cittadino che viveva del proprio reddito e che quindi reclamava il proprio diritto di ottenere soddisfazione, subito ed intera, che lui di qui che lui di là che lui era imparentato con quella cotale personalità di alto rango, che lui su che lui giù, che avrebbe adottato adeguate contromisure, che era capace di inoltrare interpellanze al soviet supremo, che ci avrebbe sbattuto in prima pagina sulla Pravda, sotto gli occhi rapaci della pubblica opinione, che ci avrebbe consegnati al vituperio dell’oblio, ci avrebbe denunziati alla Procura dello Zar dal primo all’ultimo malaccorto impiegato e funzionario… Nel mentre che così malaccortamente almanaccava e concionava l’interlocutore promenando di qua e di là quella sua stopposa melanzana, interloquii distintamente e soavemente, così come si conviene ad un funzionario di rango del nostro impero. Dapprima, lo sogguardai con occhio ammiccante ed il profilo sfuggente ed altero, come ad evitare una ulteriore perifrasi del postulante, ma in realtà al fine di evitare un confronto eccessivamente diretto e fisico tra la sua proboscide e la mia nappa smisurata. Egregio signor Librolesso – interloquii con voce roca – signor Librolesso – ripetei -. Alvise – aggiunse il mio interlocutore – Alvise – ripetette superbamente, rimarcando la “A”. Abbia la compiacenza signor Librolesso Alvise – e qui mi fermai come per redarguirlo e sottolineare minacciosamente la acquisizione completa del nominativo – di non indugiare sugli aspetti propriamente non positivi della nostra Pubblica Amministrazione… - calcai quel “nostra”, e già abbandonavo la limpida armonia dello sguardo per assumere l’occhio indagatore del funzionario - e di sorvolare, Le suggerisco, sulle altolocate conoscenze ed adesioni di cui Ella mena vanto, caro il mio signor Alvise – ed aggiunsi l’articolo possessivo a bella posta come per segnalare un maggior distacco, un più alto e sublime incrudelimento delle mie volizioni. Ella non ha idea, e me ne rammarico, di quali e quante siano le attività e le funzioni delegate al nostro ufficio – e qui assunsi una cert’aria d’importanza. Ella non ha idea, caro signore, e sottolineai quel caro con voce ancora più roca e monotona – vede – ripresi – e così dicendo mi alzai lentamente, imperturbabile nella mia altera postura. In verità ero piccino e gibboso, gibboso anche a quei tempi, e non solo gibboso ma anche ossuto, ossuto e gibboso, la qual cosa mi procurava gran gioia. Inoltre, ero peloso, peloso ed indefinitamente lardoso, in maniera definitiva, vale a dire, in alcune parti del corpo. Ad uno sguardo indagatore non sarebbe rimasta nascosta la trippa che debordava dalla cintura dei calzoni, anche se nessuno, sfido, nessuno avrebbe potuto indovinare con esattezza i numerosi luoghi della proliferazione. Tengo a dire che sono sì grasso e gibboso, ma non panciuto, il mio pancino è affatto irregolare. Intendo dire che la ciccia non è affatto compatta ma del tutto stopposa e spiegazzata. Una ciccia repellente, che chiunque la osservi non può trattenere un moto di disgusto. Ora, io su questo affare della ciccia preferivo distendere una linda e profumata camicia bianca, oppure di colore atramentale, non prima però di averla intrisa di acqua di colonia. Una volta inzuppata, la indossavo voracemente. E così me ne stavo un poco dinanzi allo specchio smorfieggiando e saltellando di gaudio. Sì, sono un tipo allegro, basta un nonnulla per rendermi felice. Godo nel fare lo zotico, questo sì, epperò godo anche nel darmi arie da gran signore. Infatti, quel tal Librolesso mi usava di tali scortesie, di tali infamie, di tali villanie con quel suo pancione molle posato sulla mia scrivania ministeriale, ch’io ebbi un giorno l’ardire di estrarre dal taschino della giacca una piuma gozzovigliante e di solleticarmi il naso con l’aria più normale di questo mondo, avendo cura di promenare il piumino su tutto l’orlo della mia nappa smisurata, come se fosse una faccenda soltanto mia quello snappare e quell’arricciare il nappone ad ogni tocco furbesco del piumino. Ecco, io ero al contempo zotico e signorile con quel piumino, e questo mi conferiva un gran tono, in quanto l’esser zotico è di tutti, l’esser signorile di pochi, ed io ero al contempo i pochi e i tutti. Inoltre, quel tal Librolesso che bofonchiava con quel suo pancione, mi incuteva un certo qual rispetto, poiché io infatti opinavo che certo quel Librolesso doveva ingollare molte bistecche a giudicare dal colorito sanguinolento, innaffiate peraltro con del buon vino, non certo del mar Caspio, bensì quello dei colli senesi o delle Fiandre, e comunque, quella trippa mi parlava distintamente ed io la ascoltavo con deferenza, senza ammicchi ma con curiali tergiversazioni, come di chi si pone in ascolto dietro un confessionale. Ma, infine, cosa sapeva quel Librolesso, con quel nome infausto, come si permetteva, dico,di promenarmi dinanzi quella sua rigogliosa melanzana e quell’immondo, sudicio pancione senza alcun tipo di chiaroveggenza! Tengo a ribadire che sono sì grasso e gibboso, ma non panciuto, il mio pancino è affatto irregolare.  Librolesso – gridai – vituperio delle genti! Rosso in volto e stravolto come mai mi era accaduto. Malaccorto signor Librolesso! Ella non ha idea alcuna di quali siano le onorevoli funzioni di questo ufficio, ed inoltre, la tenace nequizia con la quale Ella ha operato esercitando inaudite pressioni sul funzionario dell’Unità amministrativa, La espone al rischio di una comunicazione del reato di oltraggio! Nel mentre che così proliferavo, innalzavo la mia bolsa nappa sul pennone della sua rigogliosa melanzana, tentennando un poco per via della previsione di una sua imminente reazione. E qui, a scanso di equivoci, assunsi un’aria altezzosa: alzai il mento (ma poi me ne vergognai di aver sventolato quel mentino dinanzi alla sua proboscide), infine, mi adirai non poco del mio moto di vergogna, ché anzi provai cruccio e sdegno, e rimasi perplesso a palpeggiare il monocolo ed arricciare il naso, finché un sorrisetto gentile non intervenne ad illuminarmi il volto. Ebbi un momento di panico: che quegli notasse il repentino mutamento delle nostre rispettive sopracciglia. Dinanzi al suo limpido silenzio oscillava il mio disperato farfugliare. E così tentai il tutto per tutto. 

- Beh, veda – ripresi tra un imbarazzo e l’altro – come ebbi a dire al suo illustrissimo signor genere- e qui ebbi un vero moto pseudoservile, anzi, strisciai letteralmente con il collicino dinanzi alla sua trippa – le funzioni dell’Ufficio, ecco, non si limitano ad una mera e ripetitiva esecuzione delle lapidarie disposizioni, ehm, attestazioni del Superiore Organo di Governo, bensì ha facoltà di proposta della migliore soluzione, sempre nell’ambito della collegialità e d’una imprescindibile – lei capirà – discrezionalità, nonché ha anche una concreta facoltà – e qui ebbi un’esitazione, ma proseguii – di scelta fra due comportamenti entrambi giuridicamente leciti, ma giudicati inopportuni dall’adiacente – e qui ebbi un perentorio impulso di volontà – Organo di Controllo costituito dall’illustre Agenzia per le intermediazioni, la quale risponde al nome di… Ehm, Ella capirà la riservatezza dell’informativa! – E qui ebbi un impulso di assoluta genialità – Questa è delazione vera e propria! Ella mi offende, mi insulta con quel suo rigoglioso nappone! – 

   E qui saltai letteralmente su tutte le furie.

- Insomma! Reputo opportuno ribadirLe, signor Librolesso Alvise, che probabilmente è più comodo e consono guardare le cose dirittamente, che forse è più conveniente, sotto il profilo dell’opportunità, sbrigarle seduta stante, ma che però è più elegante e conveniente sbrigarle al momento, oserei affermare, meno monetizzato e monetizzante, risolvere le questioni in modo diretto, obliquo, trafficando, sgambettando, pettinandosi la chioma e soffiandosi il naso perbacco! Ed infine – continuai con cinismo – sia timorato di Dio, sia timorato della nostra Autorità, non sia superbo, avido, egoista, doloso, adultero neanche nella più remota sorgente del pensiero, sia leale, docile, austero, sia parco, porco, orco, rivolga il dorso agli amici e ai nemici per le legnate, sia magnanimo, disinteressato, autorevole e non autoritario, sia nel giusto e non nell’errore, sia povero ma aulico, meglio che ricco ma becero, sia insomma un cittadino dell’impero e non una razza da caprone panciuto e napputo!

   E così, con lo spurgo dei miei fonemi, mi convinsi di aver affibbiato al signor Librolesso l’equivalente di un bel calcione nel fondo del pantalone e di averlo spedito nel bel mezzo del teatro del mondo.

   Questa storia in realtà ha lasciato in me un certo strascico. Non so spiegarmi la ragione, ma quegli aveva una cert’aria, indossava un pantalone così aulico, dalle tasche talmente rigonfie alla cui sola vista mi urtava la criniera. Ecco, io mi dicevo – ho il fiato corto per via dei suoi pantaloni! – E così, nel mentre che quegli mi postulava la sua melanzana, io distintamente tossicchiavo portandomi il fazzoletto ora sul muso ora sul nappone, poi mi mordevo la lingua fidando su un acuto dolore pur di stropicciarmi l’occhio glauco che mi spenzolava; poi, con fare guardingo, sfilavo dal calamaio la mia austera stilografica col pennino acuminato e lucido, e così giocherellavo dicendomi che ciò era da funzionario, e che era un atteggiamento nobile quello di soffiarmi sonoramente il naso nel bel mezzo delle querele del postulante.

   A quei tempi indossavo una zimarra di nuovo conio, la quale mi conferiva un’aria rispettabile, e così, poltrivo da uno scrittoio all’altro, con preferenza per quello sul quale amavo stilare circostanziate missive. Malvolentieri mi promenavo anche presso altri scrittoi sui quali torreggiavano numerosissimi e beceri scartafacci che mi comunicavano solenne appagamento.

   Ma tutto ciò è infanzia. Esclusivamente infanzia. L’infanzia degli dèi. Ora, l’età adulta versa copiosamente il senno della saggezza.

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   Vorrei parlare dei miei giorni astrusi, della irregolarità della mia esistenza. Sono orgoglioso della fumisteria della mia esistenza. A mio modo io sono un iconoclasta. Mai un avvenimento importante, mai un accadimento determinante, mai un evento che possa approssimativamente denominarsi di svolta. Ché tutti i miei giorni sono stati una svolta. Una lunga, interminabile curva. Giacché la mia esistenza è stata un moto curvilineo sempre più accentuato. Ora, la curva si sta avvitando. Si stringe ad imbuto in cerchi concentrici sempre più minuscoli, sottili…

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   Ho la zucca ferocemente bizzarra. A volte, mi sorprendo a digitare il berretto. Un vecchio berretto di pelo. Prima lo digito, poi me lo strofino sul visetto e lo succhio come un bambino. Ho dei labbri molto pronunciati. E nel complesso non dovrei lamentarmi della loro aurea positura, posti nella zona sud della mia faccia da schiaffi. A quel tempo il mio mento, molto pronunciato, fungeva da zoccolo dalla mia faccia. Ahimé, come sono aduso a questi pensieri! Se almeno il becco fosse un tantino asimmetrico! Dunque, sta di fatto che di frequente sbaciucchio il berretto. Mi lascio trasportare da una vera passione: lo bacio con vero ardore, lo lecco anche. E sì che ha il pelo morbido e lungo. In verità, lecco straordinariamente bene. Eppoi, opino sia preferibile sleccare un semplice berretto piuttosto che un essere umano, poiché quest’ultimo proprio non lo tollererei. Il berretto resta semplice berretto. L’umano no.

   Ho la zucca ferocemente a punta. Ho il colorito ferocemente glauco. Probabilmente, tra la zucca a punta e il mio glaucore, c’è una qualche relazione. Vedano, io di frequente faccio un esercizio: prendo il berretto per la visiera e lo spedisco nel centro del palcoscenico. Poi, calzo un bel paio di stivali, neri lucidi, che tengo sempre ben ingrassati e profumati nella cassa accanto alla dispensa, e così, dignitosamente e autorevolmente, mi allaccio al collo una cravatta di seta rossa sgargiante, sanguinolenta, d’una tonalità bizzarra ed efferata insieme, e così, mi sento spronato a procedere. Mi adagio una certa quantità di talco sul viso in modo da renderlo oscenamente oleoso. Ciò fatto, sono pronto – mi dico – e faccio il mio ingresso trionfale sul palcoscenico deserto. Poggio soavemente sull’assito il tacco e la punta dello stivale, alzo con tracotanza la gamba. – Ecco – mi dico – io sono un attore aulico, in pompa magna! Non uno di quegli attorucoli di periferia, bensì un attore dell’impero. Aulico. La vita è una fabula narrata da un pazzo. Ebbene, io sono quel pazzo, io sono quella fabula. Io sono tutte e due le entità: menestrello e pappagallo che ripete il menestrello. Io sono. E qui, un rocambolesco colpo di tacco e il berretto vola per aria. Lì, dove c’era il berretto, ora c’è un madrigale. Il berretto si è tramutato in una graziosissima principessa. Ed io, aulico e zotico, nobile e villano canto i cavalieri della tavola inesistente e la saga dei Nibelunghi. Aritmeticamente parlando, io costituisco un precisissimo zero. Ne sono cosciente come due più due fa quattro. Sta di fatto che questa certezza la devo a numerosissimi fattori, tra i quali uno in particolare: e cioè, che non c’è berretto che tenga, non c’è gherminella che mi convinca. Insomma, sono uno zero aritmetico, ciò mi conferisce gran piacere, quanti altri possono affermare altrettanto?. Quanti altri possono autorevolmente affermare di essere precisamente uno zero assoluto, circolare, rotondo, simmetrico in ogni sua parte? Ora, io sto fumando una sigaretta, E mentre che fumo sto sdraiato comodamente sull’amaca, e mentre che poltrisco vi osservo nel viso cari signori. Sì, proprio nel viso.

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   Un bambino è come un fiorellino. Ad esempio: un bambino perde una gambina? E’ come quando un fiorellino perde un petalino. Il bambino perde il nasino? E’ come quando il fiorellino perde una capocchia. Ora, che il bambino sia come un fiorellino, non ci sono dubbi. Il bambino è piccino? Il fiorellino anche. Che bello essere piccini! Si dà poco fastidio, eppoi si procura il riso, si può saltellare adeguatamente senza fatica. Ci si può stropicciare graziosamente gli occhietti, ci si può anche strologare il cervellino facendo delle smorfie. Eh, io so quale e quanta abilità hanno i fiorellini nel torcere il musetto! Infatti, un bambino piccino è sempre uno sciocco. Sentite questa. Un giorno rimpinzai di miele un bambino piccino. Dicevo lui: bambino piccino prendi il mielino! Oppure: fiorellino piccino prendine un cucchiaino. E in tal modo lo satollavo. Tant’è che alla fine il fiorellino diceva: basta, basta di miele che nel beccuccio non c’entra più. Ed io invece: un altro cucchiaino piccino, un altro! Così, lo satollavo sempre di più.

   Che strana età è la giovinezza, non vi pare? Io quando ripenso alle mie stramberie, mi dico: che gran giullare sono stato! Però, sono convinto che non fossi del tutto matto. Perché no? Ché anzi ero savio. Perché, appunto, ero savio a quel tempo. Molto, molto savio. Soltanto, che ero un po’ a sghimbescio, osannavo il mio squilibrio. Mi dicevo che ero a sghimbescio, ed oltremodo acuto, insaziabilmente acuto, e non facevo che ripetermi che ero acuto, acuto, acuto proprio un cornuto, il quale sa di essere cornuto, e così si tocca le corna, si palpa la zucca e ripete: sono cornuto perché sono acuto.

   A quei tempi ero giovane, e la giovinezza è oltremodo stramba. Epperò, ho sempre osannato i bambini, specie i bambini piccini che si fanno la cacca addosso.

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   In questo preciso istante sono allegro, gioviale, giulivo. Starnutisco pure. Sì, di noia, della noia di essere giulivo. La noia mortale mi prende alla gola, con un prurito nervoso. Poi mi sale sull’orecchio, mi zoppica sulla faccia, si stampa dinanzi alla mia immancabile nappa, la nappa dei miei desideri. E così, il nasone si torce dall’offesa. Mi chiedo come possa avvenire ch’io sia talmente annoiato. Sono spavaldo – mi ripeto – esclusivamente spavaldo. Ed in questo frangente alzo il mento irsuto. Sono un corsaro spavaldo – impreco – e mi pianto sui tacchi e mi dondolo soddisfatto alzando il tiro del mio sguardo. Sono esclusivamente… ehm, filisteo! Sì, sono filisteo, ho sempre ammirato i filistei, sono sempre stato dalla loro parte, sentimentalmente, codardamente, univocamente. salvo poi schierarmi con gli ebrei non appena le cose non andavano per il loro verso. Questa maniera spavalda di disgustarmi mi convinceva senza ombra di dubbio. Come ho goduto in questi preamboli del mio spirito! Quanto ho respirato nell’aria ammuffita della mia stiva! Ho sempre mirato a tirare a campare. La notte volteggia. La notte si volta e mi guarda. Eh, eh, mi osserva e mi scruta. La notte volteggia come anche la luna volteggia. Le stelle ballano mentre che brillano. Anche le farfalle, mi ricordo, brillano al sole. Anche le farfalle volteggiano, ma volteggiano in modo particolare, volteggiano per non cadere. Questa notte, ad esempio, volteggia proprio come una gonna gitana, ed io mi sto arrotolando nella notte. E’ un esercizio quotidiano quello dell’arrotolarsi. Io mi arrotolo nel mentre che la notte volteggia, e quanto più velocemente volteggia la notte, tanto più precocemente ivi mi arrotolo. Io non sono colpevole di alcun reato. Lo ripeto: io non sono colpevole. Ora che ci rifletto, penso che soltanto un vile possa essere spavaldo. Solo un vile. Infatti, il vile si immagina l’antagonista quale vile anch’esso, appunto perché costui è un vile, proprio per questo immagina il mondo inficiato dalla viltà. E così, l’impostore gozzoviglia, e di tanto in tanto si pasce di audacia. Si direbbe che io menta, ed invece tutto ciò è pura verità. Ed ora vi conterò delle frottole. Cari signori. Delle sonore frottole, come si conviene ad un filisteo.

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   Ho un glaucoma. E ciò costituisce una ragione sufficiente ad impedirmi di strizzare l’occhio a dovere. Ho un occhio vacuo e vispo. La pupilla, in questi anni, si è profondamente dilatata, ha assunto l’aspetto di un vortice. Nel frattempo, anche il naso si è smisuratametne ampliato. E’ diventato una pista aeronautica. La pupilla è nera. E ciò mi insospettisce. La buia voragine della pupilla non ama la luce del sole, si acclima più al lucore stellare. Indubbiamente, ci deve essere una relazione tra le algide stelle ed il profondo delle mie pupille. Non conosco con precisione quale relazione esista, ma ci dev’essere. Affisando una stellina, avviene che mi edulcoro lo spirito e mi passa ogni ghiribizzo. Ed ora miei cari signori, abbiate le mie scuse se mi soffio sonoramente il naso, tanto per stronfiare, alla maniera plebea, torcendomi il nappone con atroce sagacia e poi solleticandolo con perizia. Naturalmente, vi chiederete se non sia anch’io un plebeo, uno spregevole plebeo. Ebbene, sì, sono un plebeo, uno zotico ed un villano. Filosoficamente parlando io non sono plebeo, bensì soltanto selvatico. Mi rendo conto che ho dato una idea vaga della mia natura profonda. Sono riottoso e spigoloso, vivace e tenace, ma per favore non mordetemi il collo! Ahimé quante lodi. Tuttavia, affermo che sono enormemente complicato, complicato e delicato, nonché maleducato, anzi magnificamente maleducato. Un tempo ammiravo smisuratamente gli astrusi. Li ammiravo vigliaccamente. E ciò perché non avrei mai osato fare quanto loro, non avrei mai osato misurare le loro stramberie. Quale meravigliosa scuola di vita fu questa! Ecco, io divenni strambo in quanto avulso. Insomma, noi non siamo stati creati per danzare sotto il cielo. Questo è il punto. Un tempo mi pizzicavo, tanto più dolorosamente quanto più pervicacemente. Stronfiavo continuamente. Che cosa vergognosa, eh? Personalmente, io sono un plebeo del tipo mediterraneo, non sono affatto moscovita, non ho nulla in comune con il Cremlino. Amo il mare, epperò non mi sognerei mai di fare il bagno in altro luogo che nella mia tinozza. Inoltre, sono tossicodipendente, nel senso che dipendo dalla mia tosse. Una tosse secca, convulsa, che mi apostrofa volgarmente, sonoramente. Eppoi, sono dilemmatico. Mi pongo dilemmi e quesiti. Sono inquisitorio. A volte, mi sottopongo a fitti interrogatori: mi chiamo ribaldo, mi ingiurio di poltrire nella nebbia, mi ordino di accerchiarmi di foschia. Scorgo distintamente il mio doppio che mi ingiuria dall’oblò della mia stiva.

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   Diciamo ch’io mi sono giocondamente assurto a governatore delle mie pareti indipendentemente dalle limitazioni del mondo. Diciamo che io mi sono assurto inflessibilmente ad autocrate assoluto delle mie stalle. Forse sono uno stallone, amo immaginarmi in forma di centauro, di quadrupede. Anche se preferirei diventare un insetto. C’è una insalubre familiarità fra me e i miei simili. Datemi il mio zinale da teatro! E non credete ch’io non ne soffra. Soffro oscenamente, invece. E così mi imbizzarrisco, mi invelenisco, e scalpito e mi prudo le orecchie.

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   Sono giovane e faceto. Ho i lombi flaccidi. Non assomiglio affatto all’idea che ho di me stesso e non mi considero affatto un vecchio arnese. Sono un vero fringuello grazie a talune qualità innate. Io salto, svolazzo, scodinzolo, vivo di trucchi, di effetti, di eccessi, nei recessi. In me non mai tramonta questa capacità di complicarmi. Considero il cerchio della vita un buco. Ed io passeggio avidamente nel buio… sfavillo in questo abisso come una gragnuola di scintille. Ch’io abbia cotali qualità fosforiche è fuor di dubbio. Da piccino immaginavo che qualora avessi ingollato innumeri teste di prosperi, sarei inevitabilmente divenuto fosforico. E così già allora ingollai molteplici… Beh, a quei tempi ero proprio una testa matta. Credevo veramente che avrei acquisito facoltà fosforiche. Ero giovane ed ingenuo. E quindi ardito. E quindi bizzarro. E quindi stolto.

   Pur essendo vulnerabilmente passionale, a un certo punto smisi di addentare prosperi. Ed iniziai a decapitarli. Li decapitavo violentemente ed insaziabilmente, con una abilità a me prima ignota. Inflessibilmente, collezionavo i capi smembrati e li riducevo in una disgustosa poltiglia percuotendo il tutto con il tacco dei miei stivali. Talché, quelle materie incandescenti friggevano soavemente sotto il mio delicato tallone. Da allora, non avvertii mai più tali soavità.

   Passavo il mio tempo osservando le peripezie dei miei capitomboli. Ci fu un tempo in cui ero nuvola temporaleggiante. Ero libero e labile. Ora, invece, sono nel teatro dei miei dilemmi. Ovviamente, dei prosperi ingollati avvertivo il peso vorticoso nello stomaco ricco di filosofia. Da piccino mi credevo insaziabilmente ricco di veleni. Ero scaltro ed ingenuo. Quando fronteggiavo un nemico, mi accadeva di tormentarmi per mesi su dove costui potesse colpirmi. E talmente mi tormentavo che passavo in rassegna le mie superfici alla ricerca del buco, della fessura vulnerabile, dello sfiatatoio del pneuma. Talché mi torcevo di paura: io, l’invulnerabile, astretto a torcermi a causa delle mie fessure! Ad esempio, il naso aveva due fessure. Anzi, due sfiatatoi con tanto di mantice. eD io mi dicevo: ecco se riuscissi a bloccare il polmone, sarei invulnerabile, almeno otturerei questa via maestra alla sede dell’Anima! E così, mi torcevo il polmone. E talmente ansimavo che soffocavo e me ne stavo tutto paonazzo e violetto. Insomma, mi torcevo, scodinzolavo, arricciavo le smorfie e mostravo al mio interlocutore, con fare altero, la mia nappa sdrucita, promenando le froge, così, dal di sotto all’in su. Mi menavo il naso per l’aia…

   Veramente, io considero me stesso un insetto. Ma che dico, un pneumococco. E, come tale, essendo mortalmente velenoso, mi comporto come una scintilla, un untore. Diciamo che sono affezionato alla mia natura di pneumococco, alla mia natura umana. Sono un pneumococco, mi dico,. Ed in ciò soddisfo la mia alterigia. Sono ignobilmente velenoso e sulfureo. Inoltre, sono uno sberleffo azzimato. Un perfetto perdigiorno.

   Alle volte, stanco delle mie qualità di microbo, mi vesto dei drappi lussuosi dell’insetto, in quanto microbo invisibile, e quindi mi dichiaro salvo. Sono talmente taciturno! Tutta questa odissea è il mio segreto del Nulla. Sono repellente e rabido come un torbido e scivoloso alveare. Vendicativo all’estremo. Implosivo. Trascorro la mia esistenza a punzecchiare i miei dissimili. Rapido lo sono per via delle mie alucce. Audace, per via del mio pungiglione. Squinternato, perché ricco di stranezze. Trascorro il mio tempo a gozzovigliare. Alle volte, invece, e questo forse vi sorprenderà, divento occhio. La mia zucca a punta diventa pupilla, il mio naso diventa la parte più esposta della pupilla. La pupilla brilla. Il mio corpo è sciropposo, il naso carnoso. Non posso affermare che non ci sia del sugo nelle mie midolla.

 

Il signor Callicle

   La mia gamba è agile e snella. Nonché, lussuosamente inguantata in un pantalone color cachi. Ho del gusto sopraffino ed inoltre amo abbigliarmi lussuosamente. Ricordo un giorno che mi drappeggiai mediante il tendaggio della mia finestra. Mi arrotolai il drappo intorno al collo e mi dieci nome Callicle. Mi pavoneggiai per un po’. Esibii i miei gesti plateali e la mia superba fronte. Serrai e disserrai la mascella, lampeggiai con l’occhio divino. Insomma, fui io, proprio io che sfoderai tutta la mia abilità di attore consumato. Ma perché vi narro queste storie? Voi conoscete, immagino, quel signor Callicle, quel signore profumato che passeggia tutte le mattine, sempre alla medesima ora, fumando quel sigaro puzzolente, proprio qui, sopra la mia finestra, con l’aria del nababbo. Come se non sapessi che si tratta di un semplice plebeo dal labbruzzo riluttante. Eppoi, quel sigaro enorme, così sconcio, che si ficca in bocca come un maiale. Insomma, non lo posso proprio sopportare. Lo ritengo un comportamento indegno. Veramente indegno. Mi ero fitto in testa che quell’uomo fosse Callicle. E ciò che era più odioso, quel Callicle si promenava con elegante altezzosità. Io ero in preda ai furori. Quel riluttante scarafaggio! Tali erano le mie rivendicazioni. Certo, sapevo bene che era tutta una mia fantasia, che tutto ciò era dovuto alla mia giovane età ed alla mia impertinenza. Tuttavia, tutto quel trambusto mi sembrava concreto, terribilmente concreto. Vivevo in preda dei miei fantasmi. Avevo la malattia della libertà. Questo è il punto. Ero libero di pensare tutto quel che volevo. Ero dilaniato da mille pensieri contraddittori. A quel tempo, ebbi molti disturbi dianoetici e trascorrevo l’esistenza immerso in quel buco oscuro della mia stiva. Oh, volentieri avrei dato cento copechi a quel signore che aveva nome Callicle! Allorquando questo sconosciuto signore prendeva a passeggiare, io, dalla mia cella, lo spiavo. Quegli picchiava forte il tacco dei suoi mocassini, ed io ero nella morsa di una tal rabbia che i miei occhi lacrimavano e i miei denti mordevano gustosamente la polpa dei labbri. Dal buio budello della mia cella scrutavo dritto i suoi mocassini lucidi e la piega dei suoi pantaloni. Intrapresi allora ad inveire. Immondo Callicle, abbandona la veste di porpora con la quale ti pavoneggi nel volgo dei meteci! Ma visto che le mie esclamazioni non sortivano effetto alcuno, decisi di ricorrere ad improperi più radicali. Immondo Callicle! – Ripetevo sempre il suo nome – abbandona questi siti e ritorna nel mondo dove abita il contagio della peste! Notavo, a volte, un certo qual passo incerto ed una certa emozione nella piega dei suoi pantaloni. Fu così che un giorno, lucidamente, udii una vocina che mi ordinò di allungare la mano attraverso l’inferriata per agguantargli la nappa del pantalone. Ignobile Dimitri – gridai – nel mentre che afferravo non solo la nappina ma anche la zampa del signore. In tal modo ebbe termine quel tempo. Ma fu lungo. Mirabilmente lungo. Callicle entrò nella mia esistenza come una meteora, divenne l’oggetto fisso dei miei pensieri. Infatti, fantasticavo di Callicle, chiamavo Callicle ogni volta che avessi bisogno di un caffè. E dicevo: Callicle dammi un caffè. E dopo un attimo, Callicle mi porgeva il caffè fumante. Callicle, una tazza di brodino di pollo. E, dopo l’immancabile attimo, ecco che mi consegnava la tazza di brodo fumante. Insomma, Callicle rappresentò la Ragione della mia esistenza. Se ne dubitate, gettate un po’ lo sguardo ora alla mia persona, ora che non ho più Callicle: nel mio volto non ho più rughe ma vortici di nebbia. Dunque, dicevamo che un giorno mi affibbiai il nome di Callicle, trascurando il fatto che il vero Callicle, colui che aveva funestato disumanamente la mia esistenza, non era stato affatto rimosso, bensì era ben fitto nella memoria. E così, i due Callicle, quello vero e quello falso, vennero a diverbio, si scambiarono insulti e schiaffi, si tesero trappole e sortilegi. La mia persona ne venne straziata dal dispiacere. Avvenne, di poi, l’inverosimile: il Callicle fantasmatico, quello spudorato, soppiantò, diseredò, disonorò ed infine schiaffeggiò spavaldamente il Callicle della realtà, quello del mondo reale, delle cose certe ed accertabili.

- Buongiorno signor Callicle – dissi quando ricomparvero i  suoi mocassini. – Buongiorno illustrissimo signor Callicle – ripetei quando ricomparve la piega dei suoi pantaloni. Ho finalmente l’onore di renderLe i dovuti omaggi, - e qui mi piegavo in un inchino -, vogliate gradire il mio rispettabile inchino ed il mio costumato elogio. Tutto ciò, nel mentre che Callicle imperturbabilmente mi ignorava, continuavo a snocciolare paroline mostruosamente servizievoli. Ma perché facevo tutto ciò? Mi chiedevo allora e mi chiedo anche oggi. Perché mai mi comportavo in modo così servizievole? Eglilui era un ilota, dopotutto. E già avevo ripetutamente lucidato i suoi stivali. Chi e che cosa mi spingeva a tali bassezze? Queste domande mi ciondolano nella mente come i ragni in questa stiva. Eppure, si tratta di domande fondamentali. A mia insaputa sono impercettibilmetne condotto ad un comportamento acrobatico, al pari di un pagliaccio da circo che si tenga in equilibrio su di un filo sottile sottile. Come sono attico! Esclamavo a quei tempi Voi siete straordinariamente intelligente caro signor Callicle! - E qui sprofondavo nella mia insondabile angoscia -, siete davvero straordinariamente intelligente!

   Tuttavia, se a quel tempo fossi stato completamente padrone delle mie pareti, se avessi vagato meno tra le nuvole della mia mente, tutto ciò mi sarebbe stato evitato. Avrei pizzicato il collo di Dimitri, gli avrei torto le orecchie e… gran farabutto! - Gli avrei gridato – abbandona immediatamente le mie pareti! - Ma ciò non avvenne.

   Tutto nacque dalle mie gambine. Vi fu un tempo in cui ho amato smodatamente le mie gambe. Passeggiavo per il teatro ripetendomi: come sanno andare svelte le mie gambine! A quei tempi mi amavo follemente. Amavo in pari misura le mie gambe e le mie mani. Il perché non lo saprei dire. Mi piacevano intensamente, struggentemente. Quello fu il tempo durante il quale la mia esistenza fu segnatamente e superlativamente fitta di amori, passioni folli e smodate. Mi vezzeggiavo le mani con ogni sorta di creme, e poi mi lambiccavo il cervello, immergevo le gambe in ogni sorta di acque sulfuree, a tal punto che esse divennero pallide e lucide. Poi, ebbi amori da lupanare. Solevo istoriare le gambette con delle mollette e dei calzettoni fru fru, delle giarrettiere da gran dama. Fu a quel tempo che irruppe Callicle, il quale, se non altro, ebbe il merito di togliermi da questo ridicolo e squallido gioco. Ma la verità è che io all’inizio tentai di sedurlo per mezzo delle mie gambe ingioiellate, ed eglilui mai che gettasse un’occhiata di traverso le feritoie della mia cella, mai che rallentasse il passo o mi gettasse una margheritina. Anzi, passeggiava orgogliosamente dinanzi alla mia festuca con tale risibile tracotanza che ne risultavo ferito nel modo più doloroso. Fu così che chiesi la sua testa. Che ordinai al vero Callicle di soppiantare il Callicle viandante, colui che trascolorava di là dalle mie feritoie, nel mondo degli altri. Fu così che mi persuasi e mi dissuasi. Mi persuasi di essere io il vero Callicle e mi dissuasi che altresì fosse lui il vero Callicle. Mi persuasi che ero io il Callicle presente nel mondo, e che quell’altro non fosse altro che fumo, apparenza, parvenza di un altro mondo, di un altro Callicle. Dapprima, mi mostrai timido nei confronti di quell’altro Callicle, timido e gioviale, quasi che la giovialità potesse giustificare la mia timidezza, e quasi che la mia timidezza dovesse sconfinare nell’arroganza. E già spuntava l’arma del delitto. Buia come la mia pupilla, gelida come una scintilla. Così doveva essere. Questo avevo pensato intensamente per intere notti. E questo fu. O meglio, non fu. Ed il perché è presto detto: amavo il falso Callicle, Lo amavo come si ama il proprio dolore, come si ama la propria ipocrisia. Sarebbe stato sufficiente acchiappare per la coda o per il bavero dei pantaloni il falso Callicle. Sarebbe stato sufficiente tempestare di pugni quel suo mocassino liscio e profumato, sarebbe stato sufficiente insozzarlo con la mia saliva. E invece la sua presenza era per me un balsamo benefico, o fors’anche malefico, giacché le due cose non le distinguo affatto. La sua presenza, che per me era pur sempre qualcosa, permetteva la non vanificazione della mia esistenza, impediva la mia nullificazione. Era un balsamo. Udivo il brusio indistinto delle mie pareti. Mi ero affezionato a quel mocassino di vitello lucido. Con il che non intendo affatto affermare che quel Callicle sia stato per me il vero Callicle. No, il vero Callicle ero io! Giacché chi mai più di me avrebbe potuto impunemente affermare chi fosse il vero Callicle? Il mondo intero mi appariva callicleo. Avrei dovuto callicleitomizzare il mio falso, il mio doppio. Ma c’era tempo. Eppoi, c’era il mondo, chissà che una tegola cadendo così… E’ vero, mi devo decidere, un giorno o l’altro, a ripercorrere a ritroso tutta la mia esistenza. Sarebbe come trangugiare un intero stagno di rospi. Sarebbe stato sufficiente avere il coraggio di comparire davanti, anzi, di sotto al falso Callicle, acciuffargli la nappa dei pantaloni, e poi confessargli: va bene, caro il mio signor Callicle, lo ammetto, il vero Callicle siete voi, nient’altro che voi. Mi pento e mi umilio. Mi batto il petto e faccio penitenza e rendo omaggio a voi, alla vostra deferentissima persona, al vostro rispettabilissimo rango. Vi piaccia, di conseguenza, di ignorare questo miserabile pertugio umano, la mia miserrima persona… E così avrei continuato, balbettato, zoppicato. Avrei strisciato. Poi, avrei avvertito un rigurgito un singulto nello stomaco per quel mio scodinzolare così orpellato e ripugnante, che alla fine mi sarei rivoltato tempestosamente. Avrei rinnegato tutto, lo avrei insultato, avrei invitato il falso Callicle ad accedere nella mia stiva! A quei tempi ero spaventosamente ubriaco. Ora che sono sobrio, lo comprendo bene. Ero poi mirabilmente scettico. Mio principio era dubitare di tutto. Ad esempio: avevo un occhio? Ne dubitavo. Avevo un naso? Dubitavo anche di questo. Preferivo dubitare che credere. Se io dubito, mi dicevo, sono libero, se invece non dubito non sono più libero. Mi spiego meglio. Avevo il mio naso? Ebbene, io ne dubitavo, e così mi sottraevo alla sua ingombrante presenza. Starnutivo o mi soffiavo il naso? Ebbene, non era il mio quel naso che veniva strapazzato. In questo modo, stabilivo tra me e il mio naso una equipollenza che era una assenza. Non rinnegavo nulla ma dubitavo di tutto. Precipitavo da un meno nulla ad un più di nulla. Esiste la materia? Certo che esiste, direte voi. Ma io negavo che fosse materia. Esiste lo spirito? Certo che esiste, direte voi. Ma io dubitavo che si trattasse realmente di spirito. Chi ero io? Spirito e materia? Dubitavo di entrambe queste soluzioni. Io ero io. Vale a dire, tutto e nulla. A quei tempi questa soluzione mi soddisfaceva. Almeno fino a che nel corso disordinato della mia esistenza non irruppe Callicle. Prima di lui, vivevo dell’interno delle mie pareti. Dopo, vissi dell’esterno e all’esterno. Era una posizione scomoda? Direi proprio di sì. Di tutto ero il padrone, ovvero, di tutto ero il mancipio. Avevo un raffreddore? Ebbene me l’ero preso perché qualcuno dentro di me me l’aveva ordinato. Avevo un reumatismo? Ebbene, lo avevo perché qualcuno dentro di me me lo aveva ingiunto. Notti e giorni ero alla ricerca disperata dei miei fantasmi. Avevo sonno? Qualcuno me lo aveva imposto. Probabilmente, devo addebitare a questa circostanza la mia assoluta mancanza di sonno dell’epoca. Vivevo in un dormiveglia continuo, con un occhio aperto e l’altro chiuso. Di frequente, mi ribellavo a questo soggiogamento. D’improvviso, mi scuotevo dal torpore e strillavo di rabbia. Alle volte, chiedevo alla coscienza: che cosa pensate mia cara coscienza della graziosa commessa che si divaga nel magazzino GUM? Volevo costringerla con le spalle al muro. Me la spassavo a tendere trappole alla mia coscienza. Avrei potuto, se lo avessi voluto, colpirla con un corpo contundente ad ogni momento. Mi consideravo un brillante schermidore. Lentamente, la coscienza insinuava il suo letame di tra le fessure delle mie pareti.

   Odiavo il sonno. Detestavo lo stato di dormiveglia. Tentavo di afferrarla e trafiggerla. Ripeto, odiavo il sonno, L’odiavo con tutte le mie viscere perché durante il sonno la coscienza tornava furtivamente ad abitare il mondo. Odiavo la coscienza. Odiavo il sonno. Ergo, odiavo il silenzio. Nel silenzio, cessavano le diatribe, cedevano le mie pareti. A quei tempi mi chiedevo: dove sono durante il sonno? Fantasticavo che nel sonno ci fossero altre innumerevoli vite di cui sconoscevo la profondità e la larghezza, che scomparivano al primo bagliore dell’alba. Questo era il mio spaventoso rovello. Mi straziavo le pareti. Ciondolavo alla cieca per il teatro, disperato e spaventato. Ed il tempo era in fuga. E la mia esistenza fuggiva. Fu allora che irruppe Callicle. In un certo senso Callicle mi salvò dal suicidio, dal decesso per dissanguamento. Costui lampeggiò nel mio paesaggio dissestato con la sferza dei suoi pantaloni. Mi schiaffeggiò in volto la sua presenza ingombrante. Ora, però mi chiedo come potè Callicle sortire dalla fronte della mia persona come una polla dal volto di Zeus. Trovavo impressionante la vastità del suo scibile. Dal punto di vista del mio deserto, il gigantesco Callicle mi sgomentava. Però, capii, anche se furiosamente, il colore del mio deserto. Prima di allora io ero l’unico, dipoi fui io con Callicle. Ero fiero nella consapevolezza di aver generato Callicle come Pallade Atena dalla fronte di Zeus. Avevo generato Attila, ed ero precipitato nel nulla, nel buio assoluto. Ecco cos’ero. Ecco cos’ero sempre stato: buio, nulla, nient’altro che buio. Il mio colossale riso giganteggia ora nel cielo. Sono io che l’ho voluto, io che l’ho cercato, io il creatore di tutto questo universo.

   Ho un prurito inestinguibile. Mi gratto ma il prurito non cessa. Anzi, aumenta, si moltiplica. Perché mi sono avventurato in un tale inestricabile groviglio? Avrei bisogno di un bicchierino di sambuca. Di qualcosa di dolce e di liquido. Non so più dove ho letto di quella graziosa tortura – eh, che parolina! -  praticata dall’Inquisizione, secondo la quale una mite colata di piombo bollente veniva riversato nel becco degli eretici Che magnifici tempi! Come invidio quei personaggi tutti: vittime e carnefici. A quei tempi la cosa era nuda, scoperta: tu di qua, io di là, tu carnefice, io vittima, tu torturatore, io torturato. Probabilmente, coloro i quali sono passati sotto i ferri del carnefice era gente del mio pari, del mio stampo, intendo. Opino che gente come me non sia adatta ad essere ammazzata subito. E’ d’uopo che prima debba essere un poco torturata con un bel ferro rovente. Considero ben poche cose più appetitose. Ma, soprattutto, la cosa più affascinante è scrutare la faccia dell’assassino, spiare i suoi movimenti, la sua fisionomia stravolta nell’istante in cui affonda i colpi micidiali nelle carni della vittima, la sua goduria, la sua estasi. Che essere immondo e abietto è l’uomo, mi chiedo a volte. L’arte della tortura è un’arte vera e propria, al pari della danza e della musica. Tutto ciò è volgare. Probabilmente, il mio concetto di volgare non collima con quello corrente. Intendo volgare in quanto corrisponde al volgo, de plano, volgare in quanto il più pusillanime, una volta armata la sua mano, può uccidere. Quello che non capisco di Raskolnikov sono tutti quei problemucci di coscienza. Raskolnikov in realtà è un esteta. Anzi, è il primo esteta compiuta comparso sulla scena del nuovo mondo. Vive esteticamente le sue emozioni. Io, invece, vivo le mie emozioni dal punto di vista della mia tana. In verità, sono un verme, voglio rotolarmi nella mia tana, voglio scamiciarmi tutto, pur senza commettere atti totali. Io per gli atti totali ho lo sprezzo più assoluto. Tuttavia, c’è un esperimento ineguagliabile, emozionante: sopprimere se stessi col pensiero, con la sola forza del pensiero. Assassinarsi a furia di sputi, assassinarsi con una metodologia scientifica. Scientificamente.

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   Che giorni spaventosi! Adunando nella memoria quei giorni spaventosi, sospetto che, inconsapevolmente, li ho adulterati e manipolati. Tuttavia, nel fondo della mia coscienza, essi sono presenti. Essi dormono quando io dormo. A volte ho la certezza che il mio dormire sia in realtà un vegliare. Ad esempio, le tenebre occupano sfarzosamente il luogo di quei giorni, i miei giorni con Callicle. E tutto si assottiglia e si confonde. E mi chiedo: è mai esistito Callicle? E se sì, dove è scomparso, dove ha nascosto la sua mole mostruosa? Vissi in grande allegria quel tempo. Unico cruccio fu Callicle e, se dovessi percorrere a ritroso il mio tempo sarei ben lieto di salutare quel distinto e scontroso Signore. Forse, anch’egli è passato, inconsultamente, nel mondo dei più, mentre io rimango pervicacemente attaccato al mondo dei pochi. Leggero come l’ala di una farfalla. Quegli stravolse la mia vita. Ma ora? E’ scomparso inspiegabilmente così come inspiegabilmente era comparso. Ancora oggi ascolto gli scricchiolii del mio teatro, osservo con ansia il sipario che si solleva… Sono un lampione in attesa che passi Callicle. Ancora oggi mi sorprendo a gridare: Callicle, Callicle dove sei? E la notte atramentale piomba sulla mia tenebra. Ancora oggi ho la consapevolezza della sua presenza. Avverto aleggiare la sua ombra. Percorro il mio territorio come un re disarmato il campo di battaglia. Disarcionato, insanguinato, irriso. E mi spingo tra le mie pianure, le mie pianure gialle.

   Poi, ci fu un tempo addirittura anteriore a Callicle. Ah, che età felice fu quella!

   Nella mia esistenza sono stato ingiuriato in molteplici circostanze e in molteplici modalità. Talché, per lungo tempo io mi sono creduto un verme. Ci deve essere stata una offesa primaria che si rifà all’inizio dei giorni e da cui è promanato un corteo infinito di insulti e di oltraggi. La mia esistenza, se così possiamo chiamarla, è stata un inferno.

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   Io ora sono nel mio teatro. Vivo nel mio azzurro di ovatta e nell’albume del giorno. Tutto nacque il giorno in cui mi convinsi di essere intelligente, di un’intelligenza assolutamente fuori del normale. Quando incontravo un estraneo, arricciavo il naso. Chi sono costoro? – Mi chiedevo. Vivevo delle mie architetture verbali, interpolavo le mie elucubrazioni. Le fanciulle, si sa, sono particolarmente ottuse in fatto di interpolazioni mentali, si limitavano a sorridere ai miei sberleffi. Io mi dicevo: la mia mente è la loro osteria, poi procedevo con dei pernacchi fonetici, dicevo paralipomeni, con un certo maneggio della cadenza del ciglio e mi preparavo all’evento. I miei sberleffi azzimati erano degli autentici squilli di fanfara. Io fui quella eccezione terrestre che i lettori già conoscono. E così, si arrotolarono gli anni. Ma perché – mi chiedo – tutto ciò è avvenuto. Ecco, questo, forse è un enigma. Io sono sempre stato affascinato dai cavalli, i quali ebbero nella mia fantasia un ruolo di tutto rispetto. Riuscivo, dopo acerba lotta fantastica, a ricostruire nel mio cervello un destriero fumante e scalpitante. Quanto agli umani, già allora ebbi l’accortezza di stabilire una analogia tra la mia massa corporea e quella dei miei simili. Fino a quel tempo, io vissi nella convinzione di essere un dio, quasi un’essenza incorporea. Non che non notassi le mie gambe, sapevo che occorrevano per il mio trasloco. E così, tuttavia, in quel tempo della mia inesistenza, io fui davvero un’essenza. Il mondo era un territorio maleodorante e vuoto. Quale splendida epoca fu quella nella mia vita! Oh, come respirai nel mezzo del frastuono del mondo! Ed invece, un giorno, intervenne una malaccorta vocina che mi rammentò il naso, le gambe, gli orecchi, in una parola tutto ciò che si prolunga dal corpo. E fui riacciuffato dal dèmone della ragionevolezza e fui ricondotto al senso, alle cose.

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   Come Zeus divenne saggio ingoiando la saggezza, io divenni saggio ingoiando sputi. Proprio così. Allora, mi sottoponevo alle più atroci torture. Ecco, mio caro Dimitri, so che ti ripugna ingollare questo midollo maleodorante, ma puoi far finta che sia uno zuccherino, mediante un atto di volontà, o meglio, di libertà. Questo era un argomento che mi allettava e, grazie al mio spiccato senso delle argomentazioni, mi trastullavo in queste quisquilie. Ma anche a quei tempi avvertivo il sospetto della fragilità di tutta l’impalcatura logica di quelle argomentazioni. Ai miei stessi occhi, per la salvaguardia della mia reputazione, era assolutamente intollerabile dover trangugiare, a getto continuo, la mia saliva, doverla inghiottire senza colpo ferire. Così, mi riconciliavo con le tenebre. Cercavo l’assoluto. E chi mai non l’ha cercato, almeno una volta, nella propria infanzia? Io mi consideravo dotto, avevo consultato un numero considerevole di libri, mentre quegli era nient’altro che uno zotico. Io ero un uomo di salotto, mentre quegli poteva al massimo aspirare ad un posto di facchino o di faccendiere. Rammento ancora con gaudio quelle sticomitie. Ampliavo i miei orizzonti. Sciabordare nella pozza, ponzare nella fanga, ecco l’attività propria dell’homo sapiens, matematicamente vorace, giuridicamente rapace. Sì, insomma, è stupefacente – mi dicevo – io non sono di altezza adeguata, tuttavia sono spiritualmente sublime.

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   Da bambino, amavo le margherite e i passerotti. Le rime le vezzeggiavo, le sfioravo con le labbra per poi calcarle sotto i calcagni; ai secondi, invece, sparavo addosso direttamente con la fionda da qualsivoglia distanza. Una volta, ricordo che un malaccorto passerottino capitò per caso nel mio teatro. A quei tempi ero già adulto. Lo udivo cinguettare di terrore. Non potete immaginare con quale gaudio. E poi folleggiava qua e là con le alucce da fatina. Io mi appostai tranquillamente per ore intere. Lo vedevo sfavillare dinanzi, finché non lo agguantai, lo acciuffai con un colpo di mano come uno schiaffo o una manciata di monetine. Avete mai provato a lanciare un pugno di monetine in aria? E’ splendido, meglio ancora se c’è il sole: è una pioggia di scintille. Fin da bambino, mi struggevo per le faville e per i colpi di rivoltella., per le fiamme dei combustibili e, insomma, per tutte le materie rapidamente infiammabili. Quando le monetine ricadevano sul mio visetto ero felice. Rimasi appostato per ore intere. Il passerotto sfavillava, cinguettava e zampettava. Allora, mi venne un’idea folgorante: non è un passerotto, è un bambino, un bambino piccino! Quella idea mi parve così bizzosa ed esilarante che mi misi a zompettare e a cinguettare dietro all’uccellino. Vedano, io amo i bambini d’un amore terrestre, naturale. Orbene, io mi considero al di fuori della natura, in un certo qual modo credo di aver superato la natura e la domino. Per tutto il giorno andai in gondola. Il bambino cinguettava e zompettava, ed io a mia volta, gorgheggiavo come in preda al delirio. Il bambino aveva delle alucce pennute con le quali faceva piccoli balzi. Ma non me ne occupavo punto. Sventuratamente, di fronte alla fragilità, divento crudele. Alla fine, lo agguantai, gli accarezzai il capino, palpai ben bene il pancino, poi gli tirai una zampina. Ti fa male? – Gli dicevo – Ed infine, gravido di furore, comandai: dimmi il tuo nome! Ma quello non mi rispondeva. E allora, zac! Via l’altra zampina. E quello ancora non mi rispondeva. E allora zac! Gli tirai il collo. Quello fu il mio primo delitto reale, gli altri li avevo compiuti soltanto nell’immaginazione. A volte sono terribilmente iroso. Altre volte, invece, delicato come una farfalla Forse, potrebbe fornirmi una risposta Dimitri! Ed allora lo convoco: Dimitri! Tremano i sipari del mio teatro. Dimitri! Nel nome del tuo illustrissimo Signore e padrone, rispondi! Solitamente, alla terza invocazione il maligno si compiace di rispondere e srotola la sua voce in falsetto. Io lo conosco bene, so dove abita la sua stupida testa di gallina, conosco le mie pareti. Ma perché mi rivolgo proprio a Dimitri? Chi sono io e chi è colui che posso licenziare e convocare quando mi aggrada? Sono domande retoriche, lo so, ma, ad ogni domanda dovrebbe pur corrispondere una risposta. Ho un naso sottile, metaforicamente parlando, e opino che i miei pensieri non siano propriamente miei, ma di altri, e che questi altro non siano che quella gallina di Dimitri. Sì, è proprio così, ne sono convinto. Ehi, Dimitri, rispondi razza di cialtrone! – Soffro di inappetenza. Sono inquieto. Ho la mosca al naso. Mi sento osservato, giudicato, spiato. Fuggire. Per andare dove? Dove mi condurrebbero i miei passi. Ma è proprio sicuro che mi condurrebbero lì dove io vorrei andare? Ed infine, cos’è che io voglio? Certo, la vita nel mio teatro è accattivante, in specie quando si svolazza. Ma i miei contemporanei non sospettano neanche il vero significato del verbo svolazzare. Io invece opino che lo svolazzare sia una facoltà orrendamente umana. Del resto, anche il filosofo Kant parla del divagare in termini altamente profittevoli nella sua Critica del giudizio. Maldestramente, assassinai la mia vittima tirandogli il collo. Così, divagando. I miei organi sono ancora intatti, e così le mie facoltà mentali. Sono ancora in vita. E questo è tutto.

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   Io mi sbraccio. Mi straccio le vesti. Sono un sudicione. Oscillo il piedino. Sono pigro, innominabilmente pigro e odioso. Vedano, io ho preso l’abitudine di occultarmi nel mio teatro. I drappeggi del mio teatro sono in fin dei conti ben poca cosa: infingimenti, orpelli. Io sbircio i sipari, le stelle. Il pulviscolo del deserto è una realtà. Quando si alza il vento lievita il ronzio della sabbia.

   Io so bene che la mia essenza scomparirà. Finirà un giorno, tornerà nel nulla, parteciperà del brusio della pioggia. E di me non rimarrà che il cipiglio grottesco e doloroso di un buffone, ed il mio teatro rimarrà deserto, e le tempeste ch’io avvistai rimarranno senza testimone.

   Ora scroscia la pioggia, la sento sbattere contro i vetri della finestra, contro le persiane della mia prigione, mentre io, in questo punto oscuro e umido del mondo, continuo le mie maledizioni, le mie chiacchiere insulse e spaventose. La mia delfica memoria! Dissolta. Le mie voluttà! Dissolte. Ditemi, posso truccare le carte? Ditemi, posso rimaneggiare le mie nuvolette dicendo, mettiamo, che quella nuvoletta è un pachiderma? Ditemi, con tutta franchezza, posso farlo?

   Ma ora veniamo al dunque. Prendiamo il mio occhio. Il mio occhio vede tutto: il sudiciume, il sublime, e sia, vede anche il cielo, le stelle, insomma è una gran cosa, una cosa davvero ragguardevole. Ed ora prendiamo il mio becco. Esso è ad un tempo mobile ed immobile. Inghiotte voracemente tutto. Tutto ciò è in sommo grado disgustoso. L’anima non è una bocca. L’anima non inghiotte nulla. L’anima è divina, sublime, incorporea. Io ho il torcicollo, invece, l’anima no. Vedano, io so più cose del regno dei morti dei morti stessi. Io sono più morto dei morti. Io sono morto, per questo ho la vista acuta, vedo il futuro con esattissima precisione, mentre per il presente i miei sensi sono ciechi. Io delle cose del mondo sono completamente a digiuno, questa è la mia principale iattura. Questa è la principale delle questioni. Inoltre, opino che sia puramente immaginoso pensare che l’uomo possa sensibilmente migliorarsi nel corso della civilizzazione. In realtà, l’uomo è un essere povero e solitario, ed Aristotele è il principale responsabile per aver propalato la tesi dell’animale politico. Che una tesi così strampalata possa aver attraversato i secoli praticamente indenne, è un fatto straordinario che comprova l’assunto opposto, che cioè l’uomo è un essere miserabile e profondamente ostile ai suoi simili.

   Quando, un tempo ero solito vagare per le vie del mondo, mi capitava, per via di costrizione, di restare muto come un pesce per mesi interi e, allorquando gli interlocutori mi ponevano delle istanze, io mi promenavo, scodinzolavo, sciorinavo tutta una gamma di mossettine compiutamente inutili. Altre volte, procedevo con l’ombrello sconquassato con atteggiamento iroso e ombroso, lampeggiando con gli occhi cisposi, al che gli interlocutori, intimiditi, indietreggiavano per poi darsi alla fuga precipitosa questa fu la mia esistenza, per lunghi anni, lunghi come un balenio di folgori. Voi pensate che io sia sudicio, internamente sudicio? No, sono nobile e lussuoso. Ho sopportato lussuosamente per tutti questi anni il carico sbalorditivo della mia angoscia, nudo. Ed ora chi mi ripaga? Ora, io penso che l’uomo può sostenere una quantità di angoscia smisuratamente alta nel corso della propria esistenza, e questa è una peculiarità dell’uomo e, senza questa capacità, non vi sarebbero né rivoluzioni né controrivoluzioni. Il vero motore della storia non è né la lotta di classe né la lotta dei sessi, è l’angoscia. Ma, ragioniamo: il mostruoso è il mostro. Ergo, io sono un mostro. Il cielo è plumbeo di pioggia. Forse, in questo momento, in questo preciso istante qualcuno sta preparando nei miei confronti un vero e proprio tiro mancino. L’assunto fondamentale della mia filosofia è il sospetto. Il sospetto non costa nulla, è gratuito, ma fornisce il grande vantaggio di conservare, rispetto agli astanti, la possibilità di una contromossa, giacché voi non vi fidate, restate sempre in credito di una azione.

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   Il naso, di per sé, è una proboscide fortemente emotiva, ed io questo non lo tengo in dubbio. Ma, allorché codesto naso acquista, diciamo così, una vita propria, monto su tutte le furie. Il naso è una linea di demarcazione tra il sé e l’altro. Svolgo una presunzione: il mio naso è la vergogna della mia persona. Esso pende molliccio e mellifluo come un fazzoletto sporco. E così, mi sento insozzato da questo affronto. Ora mi sono rassegnato, quietamente rassegnato al mio naso. A volte, mi dispero. Grido aiuto, mi dibatto, oh come mi dibatto! Questo vuoto insaziabile mi sgomenta, mi tormenta. Il naso, il naso, il mio terribile naso! Perdonatemi signori, ma il mio naso è un fungo abominevole.

   A volte, allorché tirato a lucido e vestito a festa, mi mostro alla luce del giorno, mi afferra la consapevolezza dell’esistenza del mio immondo naso! Sono un nasone, un nasomondo! Diluvio universale. Diluvio universale! Moltitudine di nasi diluvianti… io forse non sono neanche degno di stargli dietro, so che costui mi precede. Certo, potrei sopprimerlo, appenderlo ad un filo. Potrei sciabolarlo. Ma in tal caso la sua assenza non sarebbe per me una presenza ancor più totalizzante? Formulo un dubbio: e se si trattasse di una nappa inesistente? Addebito al futuro questa possibilità. In questi ultimi tempi sono divenuto sempre più silenzioso. Siamo sicuri che se non fossi in possesso di questa proboscide, sarei quello che sono?

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   Diciamo che mi trovo in questo punto del cosmo per mero accadimento. O più precisamente, per isbaglio. E’ questo uno sbaglio costitutivo? Uno sbaglio resuscitato o uno sbaglio fortuitamente casuale? Anche questo è un interrogativo che attaglia il merito. Mi spiego meglio. Sono uno sbaglio necessitato che pervicacemente insiste nello sbaglio? Molto probabilmente, il mio nasetto è un errore in quanto la mia persona assomiglia ad uno sgorbio. Un deragliamento del fine naturale. In ciò mi diletto, nel pensarmi appunto fuorviato dalla destinazione che la natura intendeva affibbiarmi. Ma ora abbandoniamo questa zona terrestre dei miei argomenti e veniamo al profilo propriamente speculativo. Nel sapermi frutto di un traviamento della natura io mi sono sempre prodotto, con tutte le forze, nello errare completamente, ma talmente compiutamente che una volta dato adito all’irrimediabile, io potessi poi godere di ciò e dirmi: ecco ora hai errato compiutamente e perfettamente, ora non sei più natura ma spirito, volontà, potenza. E giù paroloni e paroline. Così mi scervellavo. Inconsultamente giungevo magari anche all’elogio della mia zucca. Ora, caro signor lettore, sappia che la mia zucca abita letteralmente sopra il mio naso, ed in questa zucca si trovano innumerevoli grilletti, le ali della mia fantasia. Detto questo, trovo modo di opinare – cosa davvero insulsa e insana – che fra il mio naso e quei cotali grilletti vi sia, non dico un legame, non dico una corrispondenza, bensì addirittura una affinità. Ora, io penso che anche Origene e Abelardo, anche Agostino e Tommaso abbiano errato.

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   Questa cella è il letamaio dei letamai, e il mio naso ne è il degno soprammobile. Preliminarmente, esso mi proietta dinanzi al prossimo come svestito. Poiché io lo promenavo dinanzi all’interlocutore senza ambascia. Naturalmente, l’interlocutore notava soltanto la proboscide e non anche il processo intellettuale che la accompagnava.

   Comunque, passiamo ad altro. Ad esempio, i miei piedini. Anch’essi mi hanno funestato fin dalla nascita. I piedini li uso per scalciare comodamente chicchessia. Sta di fatto che, nella mia ampia solitudine, io non abbia per compagni altri che minuscoli insetti. Vedano, i miei insetti ruotano intorno alla mia persona come i pianeti attorno al sole. Io li illum                                                                                                                                              ino con il mio fortore ed essi amano appiccicarsi agli orli dei miei zoccoli. Posso dire che tutta la mia esistenza è stata una lotta avverso gli insetti. Ma ora torniamo ai miei piedini. Sta di fatto che me ne ha fatto dono madre natura. La mia battaglia è, per così dire, una battaglia tutt’affatto particolare. Innanzitutto, non si tratta di una battaglia di tipo materiale, bensì di tipo affatto spirituale. Di fatto, passavo da un rammollimento all’altro, da una tempesta all’altra, da un’angoscia all’altra. Ero fiero dei miei rammollimenti e, durante questi stati d’animo contemplavo le mie gambine maldestre trotterellare oscenamente. Condussi davvero una esistenza selvatica, nel senso che ogni esistenza umana non può non muoversi in una selva di cui sconosce le latitudini. Tuttavia, io non mi reputo affatto un selvatico, anzi, sono accortissimo, astuto, sopraffino, non per nulla possiedo un organo olfattivo oltremodo sviluppato.

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    Prima della zona d’ombra che occupò gran parte della mia esistenza vi fu, strano a dirsi, una zona, diciamo, di luci e di splendori.

   In verità, splendori e miserie hanno attraversato la mia esistenza, ma a quell’epoca ebbi in dono splendori e illusioni. Sta di fatto, che passai dall’oggi al domani dalla indigenza più assoluta alla munificenza più smodata. Io mi considero un pensatore. Un asceta. Vale a dire, un solitario. In altre parole, il cibo spirituale era per me necessità imprescindibile. Nella mia esistenza, come dicevo, sopraggiunse un fatto nuovo: tempo addietro mi ero accinto, più per gioco che per altro, in una delle pochissime imprese di carattere pratico, anzi forse dell’unica impresa di tal genere, mi ero insomma addestrato, perché in realtà di un vero e proprio addestramento si trattò, allo studio di una serie di materie estranee alle mie attitudini filosofiche. Scienza della legislazione, scienza della politica, sociologia della scienza, scienza del diritto, etcetera, nei confronti delle quali, per il loro carattere eminentemente pratico, nutrivo un disprezzo viscerale. Ora, mi dicano lor signori di quale utilità siano codeste materie di tra lo scibile di quelle fondamentali quali la metafisica, la patafisica ed anche, lo ammetto, la fisica. Posso asserire, con cognizione di causa, che la loro funzione conoscitiva sia virtualmente vicina allo zero, potrei semmai condividere una loro inerenza puramente ricognitiva. Tuttavia, accettai di sottoporre il mio intelletto a quella congerie di sottoprodotti dello umano scibile. Quella volta mi gettai a capofitto nelle legislazioni. A quei tempi godevo immensamente nello sporcificarmi. Insomma, mi abbrutii, lo confesso, scoprii la seduzione dell’abiezione, sporcificai l’ultima fibrilla del mio cervello. Fu così che mi ritrovai seduto dietro la scrivania del Referendario della Corte dei Conti. L’ufficio mi apparve in tutto il suo inequivocabile squallore, provavo una ripugnanza particolare ogni qual volta varcavo la soglia dell’ufficio. Il quale era sì vasto e arioso, con tanto di aria condizionata, ma io ero confinato, anzi, mi ero confinato in un angolino di un corridoio cieco. Io a quel tempo cominciai a stupirmi di tutte quelle carte, per non parlare poi di certi qual tipi che usavano boccheggiare lungo i corridoi. A quei tempi risalgono anche alcune abitudini del tipo: varcavo la soglia dell’ufficio? Ebbene, mi confortavo. Io sono una persona estremamente colta, e così trotterellavo verso il mio angolo: Io leggo in ogni vostro sembiante. E così mi ponevo in ascolto delle loro insulse chiacchiere da postribolo. Ah, quelle facce ottuse! Non potevano blaterare che salse trite e ritrite: certuni insalivavano ben bene le parole, cert’altri, invece, masticavano sempre pasticcini. Cominciai a tossire. Tossivo così per spregio. Li odiavo, capite? Li odiavo! Era una tossina secca che mi solleticava il gozzo. Dapprima tossivo solitamente quando mi alzavo dalla seggiola, a colpettini leggeri, poi iniziai a schiarirmi la gola sempre più spesso, volgendo il capo di sottecchi. Costoro solevano perfino voltarsi, manifestando stupore e irritazione. Nei primi tempi, la mia esistenza di burocrate fu avvolta da una nuvolosa solitudine, una rumorosa solitudine, ed infine, una fumosa solitudine, perché addivenni alla determinazione di fumare dei puzzolentissimi sigari dei Monopoli di Stato, io letteralmente strozzandomi, gli altri, letteralmente asfissiandosi. Ma questa non fu che una parentesi. Trascorrevo interi meriggi nello scervellarmi su come e chi riversare il mio disgusto. Ad esempio, quando mi soffiavo il naso lo facevo nel modo più sonoro possibile, promuovendo un suono di proboscide ventrale. Se avessi potuto mostrare loro tutta la bile e il veleno contenuto nelle mie viscere, l’avrei fatto senz’altro: erano tutti eunuchi!

   Mi ero abituato da lunga pezza a scodinzolare per la mia stanza. Tentai di assumere un portamento eretto, disinvolto, entravo in ufficio gettando le gambe all’indietro. In ciò perdevo nel passo marziale quello che acquisivo in equilibrio. Ma in questo genere di cose gli affari di bilancia vanno a scapito dell’aplomb. Dopo un poco di questi contorcimenti potevo fare il mio ingresso in corridoio con la consapevolezza di fare un figurone. All’epoca, mi sentivo addosso gli occhi degli imbecilli. Oggi, non posso fare a meno di ridere di quelle mie debolezze, ero molto sensibile, ecco tutto, sensibilissimo. Andavo fiero di quella mia impenetrabilità così a lungo e faticosamente conquistata. Le mie grandi soddisfazioni all’epoca consistevano nel fare ingresso in ufficio e avere tutti gli occhi addosso. Stimolavo al massimo questa situazione, ed ogni giorno m’ingegnavo, con una nuova trovata, di ravvivare l’interesse per la mia persona. A volte, varcavo la soglia con un bordone, e volte mi presentavo con il monocolo, altre volte con un’orchidea fresca e profumata. Una volta, persino con un teschio. Solitamente, mi contentavo di dimenare le braccia in un certo modo. Godevo infinitamente nel fare sfoggio di pessimo gusto, eccitavo i miei contemporanei fino alla provocazione, fino all’insulto. Per dieci lunghi, interminabili anni, ogni mattina attraversavo interminabili anditi fino al mio angolino, senza mutare di una virgola lamia postura, la compostezza del mio incedere. Idem al ritorno, afferravo il bordone o il teschio e mi avviavo assennatamente e artatamente verso il pronao. Tale fu allora la mia vita.

   Come ho già riferito, la mia vita di allora fu ricca di splendori e di miserie. L’elemento dello stipendio. Prima di allora, non avevo mai affrontato l’argomento dello stipendio, così, nudo e crudo. Non avevo mai, diciamo, cogitato su di esso. Io certo non avevo mai dubitato dell’esistenza di enormi somme di denaro. Ero a conoscenza degli stanziamenti immani di rubli da parte del Politburo, ma tutto ciò lo consideravo in astratto. Potete immaginare l’esultanza per i primi cospicui stipendi che entrarono nelle mie tasche. Dove mi condussero allora le mie gambe? Mi condussero verso quella parte della città dove zampillano le luci e sfrigolano le automobili lussuriose. Io a quei tempi non ero quel cenobita che sono oggi, ancora non avevo ben dibattuto la questione della folla, ero un misti della mia unicità. Come ho detto, a quel tempo presi a zoppicare. Osservavo le fanciulle avvolto nel mio foulard di seta, bordone dal manico d’argento e vestito nero fumo di londra. Trotterellavo offrendo loro fasci di banconote fruscianti. Dico la verità: fino agli anni trenta non avevo mai visto una donna ignuda, ma quando la vidi non ne trassi gran che interesse. Del resto, non ne ho mai provato interesse. Era un’idea fissa quella di vedere cosa ci fosse mai sotto le sottane. Un’idea che non abbandonerò mai. Tuttavia, ogni volta che notavo una femmina ignuda come Eva, restavo deluso. La invitavo a scodinzolarmi dirimpetto sugli alti trampoli e nulla più. Mi accendevo una sigaretta sprofondato in una comoda poltrona e pensavo, pensavo, mentre codelle spodestavano ora una natica ora l’altra, e poi tutte e due contemporaneamente. Ed io ero affascinato da codesto spettacolo. Ma non lo saprei descrivere. Non saprei proprio riferire le sensazioni che provavo…

***

    Giustappunto, ho un diavolo per capello. Dunque, sono nelle migliori condizioni per intavolare una diatriba con messer Satanasso. Mi giunge notizia, egregio Signore, che Ella ama deporre le uova del sospetto e della denigrazione nelle latèbre dei viventi nel mentre che questi sonnecchiano per poi sghignazzare ed irretirli nella vostra turpe legione di angeli luciferini. Mi giunge notizia, per vie traverse, che Ella gradisce, oltre ovviamente alla spremuta di limone con un soffio di zolfo, anche rintanarsi nei ventri gonfi dei ventriloqui – notizia assolutamente fondata – e nutro il sospetto che Ella voglia perentoriamente travalicare le sue competenze tralignando dall’Anima entro la quale per secoli ha usato dimora, per insinuarsi maldestramente nei ventri rigonfi come otri di vento. Ella sa quali siano le sue competenze. Ella ricorderà i patti stipulati con il Signor innominabile. Ella vorrà, spero, attenersi alle clausole di quel contratto. Io sono una giubba rossa, un cineasta, un vertebrato, un cinocefalo, un esteta, uno stilnovista mentre Voi eravate un ignobile ilota! Ecco, Ella era addobbata con una tunica, lisa e sdrucita, e se ne fregava delle mazzate di gladio che le piovevano da ogni dove! Ma io mi accorsi della sua coda pelosa che sbucava fuori dei pantaloni. Voi siete il responsabile di questa farsa! Gridai. Siete il primo ed unico responsabile di questa pagliacciata! Ma io sono un esteta – mormorai – mio caro Satanasso e, come tutti i Signori di origine patrizia, mi posso considerare locupletato dalla dovizia del mio intelletto.

   Ma torniamo al tema. Dunque, io ho avuto di incrociare frequentemente il Signor Satanasso. Sta di fatto, che ormai ci commercio come al mercato. Fiu! E’ un buontempone, un poco ostico da digerire con tutti quei peli che gli sbucano dal colletto inamidato della camicia. Eh, eh, non sono mica nato ieri! So riconoscere Satanasso tra mille e mille postini, pur se travestito da postino, pur se azzimato, pur se sbarbato direi, pur se depilato. Ohibò, ora mi sono placato. Signor satanasso – mormoro con voce metallica accompagnandomi con il clangore del pugnale – Signor Satanasso, sono, lasciate che ve lo dica, oltremodo orgoglioso di Voi, se non altro per l’enorme numero di dispute di cui menate vanto. Ed il vanto è quanto di meglio si appaia alla mia statura.

   Quando finalmente la cancrena avrà distrutto le Vostre zampette. Oh, Signor Satanasso,. Io potrò spazzolarmi ben bene gli stivali!

   Sono semplicemente un parassita della biosfera.

   Nella parte alta della mia zucca ho qualche macchia di alopecia. Lui indossa il colletto inamidato e abbottonato fin sotto la gola e così nasconde la putrefazione della lebbra e la coda asinina sbatte di qua e di là.

   Mai secolo più banale è stato consegnato ai suoi abitanti. Mai più sciocca contemporaneità, mai più stucchevole quotidianità. Tutto ciò, non v’è dubbio, è opera del Diavolo.

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Di come divenni cane

   E’ una strana storia e, per narrarla, devo premettere che, pochi giorni prima dell’avvenimento, passeggiando per la città, ebbi la ventura di incrociarmi, così per caso, con un Signor… sì, non ho dubbi, con un Signor cane il quale scodinzolava allegramente sulle quattro zampe con tanto di occhiali da vista sul naso e una sigaretta accesa infilzata di sbieco frammezzo a una magnifica fila di aguzzi denti gialli. Ma l’aspetto strano non è in sé, nella storia, bensì risiede nel fatto che io non trovai affatto sorprendente quella agnizione, né tantomeno trovai fuori luogo il comportamento strampalato che il Signor cane ebbe a porre in essere. Il solitario animale pensò bene di non degnarmi della menoma attenzione e, a dispetto del mio strillo, ebbe l’accortezza di beffarmi mediante la più casta e frigida delle indifferenze. Oltre a ciò mi mordeva l’orlo dei pantaloni che indosso inzuppati di pioggia anche quando non piove. Oltre a ciò, dico, mi affibbiò un colpo di coda. Così, dardeggiandola, facendola vibrare come uno strale o un giavellotto. Ciò che mi procurò un dolore acuto onde giacqui ed urlai.

   Quel nostro primo e fuggitivo incontro mi restò sempre impresso nella memoria.

   Dopo di quel tempo io presi il principio di afferrare il mio ozio, che ho a dismisura, per scaraventarmi, velocissimo, attraverso le ripide scale che dal mio teatro conducono al selciato dei porticati della città. La mia unica preoccupazione era quella di incrociare di nuovo il Signor cane, guardarlo dritto negli occhi, beffarlo con un lampo dei miei stivali e affibbiargli un sonoro ceffone. Insomma, umiliarlo e imporgli il contrassegno della mia superiore personalità.

   Non so riferire, in verità, quante volte nella mia mente esagitata ho ripercorso ogni attimo di quella interminabile ipotiposi. Sta di fatto che tante e tali furono le elucubrazioni che, allorquando incrociai il portentoso pelo marrone del quadrupede, non ebbi un attimo di esitazione, gettai lo scudo e mi diressi in direzione del Signor cane con tale determinazione e speditezza che, giunto dei pressi inciampai, persi l’equilibrio e caddi con la faccia a terra proprio nel momento in cui sopraggiungeva soprapensiero il quadrupede, il quale, senza avvedersi della mia presenza, mi aggiustò una zampata sulla zucca calva e glabra.

   Questo fu il suo biglietto di presentazione. Da allora il nostro rapporto fu connotato da quel tonfo e da quel marchio. Fu così che anch’io divenni cane. O meglio, un Signor cane. Indossai un lungo mantello di pelo marrone, le unghie dei piedi fruttificarono, bucarono la tomaia della mie ciabatte e raggiunsero l’etere… e iniziai ad abbaiare…

   Rammento che il mio primo pensiero da cane non fu il pensiero di Dio, tantomeno fu quello del Santo Padre, bensì quello più vile e vergognoso delle mie pantofole! Quale disinganno! Non avevo più le mie pantofole e, nonostante fossi completamente ignudo, non mi peritai di non abbaiare  al minimo indizio di altri quadrupedi.

   Ricordo che un giorno vennero a prendermi dei signori in camice blu e mi portarono via. Ed ora abbaio… abbaio…

 

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