Giorgio Linguaglossa

 STORIE DEL BASSO EMPIREO

Giorgio Linguaglossa

via P. Giordani, 18 – 00145 Roma

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Storia di Sterchele, il falso angelo.

Nessuno aveva mai fatto ritorno dall’Empireo alla Terra dei morti viventi. Nessuno. Fin quando non videro Sterchele fare ritorno zoppicando da una gamba. La notizia fece scalpore nella città di Ben Shapur, sicché le Autorità promulgarono l’ordine di cattura per quell’intruso nel Regno dei Vivi. Affermavano le Autorità che Sterchele non fosse un vero angelo perché era stato generato da un difetto di pronuncia dell’Altissimo il quale avrebbe voluto dire Shemchele ed invece pronunciò Sterchele. E così prese vita da quell’alito l’Angelo dell’Errore, il quale venne scacciato dalla Dimora dell’Empireo dove gli angeli veri lo scoprirono decretandogli l’esilio eterno da quei luoghi ameni. Come dicevamo, giunto che fu sulla Terra dei morti viventi, i gendarmi subito catturarono l’angelo Sterchele e lo condussero in una prigione dove erano ristrette le anime degli umani giustiziati, di coloro che erano stati accusati di aver copulato con gli angeli di sesso femminile. Costoro erano stati giustiziati per il misfatto e le loro anime si erano perse come fumo nell’atmosfera ma poi un giorno avevano fatto ritorno sulla Terra ed avevano chiesto il permesso di soggiornarvi. E così erano stati processati e condannati e posti in prigione; ma ben presto i giudici si avvidero che erano soltanto anime che erano sopravvissute ai corpi dei loro possessori defunti, erano anime di morti che presto sarebbero morte anch’esse. E in attesa della loro morte fu convenuto che dovessero restare seppellite per sempre nei sotterranei della prigione. 

Poi c’erano gli angeli che provenivano dal Regno della Dimenticanza. Essi avevano dimenticato la loro origine divina ed avevano seguito i costumi della Terra, ed erano diventati grassatori e copulatori. Questi angeli non sapevano più nulla della loro vita passata, nulla ricordavano del loro soggiorno nell’Empireo accanto ai Troni e alle Dominazioni, ed erano diventati dei banditi che derubavano e fornicavano con le donne degli uomini. E, per soprammercato, bestemmiavano anche il nome di Dio e ne negavano l’esistenza, anzi dicevano che non esiste nient’altro che terra e aria e fuoco e acqua e che chiunque dice il contrario è un folle che vaneggia in preda al delirio.

E c’erano gli angeli che venivano dal Regno del Ricordo. Essi dicevano di ricordare tutto della loro vita passata quando banchettavano e confabulavano alla mensa delle Dominazioni e dei Troni con i loro eguali e parlavano indirettamente con Dio per mezzo degli intermediari più  puri i quali, di tanto in tanto, li ammettevano all’udienza con il Demiurgo. Essi ricordavano tutto ma erano piombati nel peccato perché avevano copulato con gli angeli femminili, e per questo erano stati gettati nella condizione umana e avevano conosciuto la morte e la resurrezione. 

La morte era un evento raro là dove aveva alloggio Sterchele, perché era un mondo a metà tra il Regno dei Vivi e il Regno dei Morti, e i morti non erano mai veramente morti e i vivi non erano mai veramente vivi.

Fu così che Sterchele venne condotto dinanzi al Tribunale della Gloria che sentenziò per il falso angelo la morte, ma quella vera, quella eterna. La morte vera che è prerogativa soltanto degli umani.

Storia di Achamoth, l’angelo bambino

Così, lo chiamarono Achamoth il becchino dei morti viventi. Dicevano le cronache della Luce Eterna che un tempo lontano Achamoth fosse un angelo bambino, bello e innocente, che scorrazzava per i prati fioriti dell’Empireo senza conoscere il timore perché non conosceva la colpa. Ma ben presto il suo volto di eterna bellezza attirò le maldicenze degli altri angeli, invidiosi della sua felicità, i quali decisero di calunniarlo e lo accusarono di copula con un angelo di sesso femminile, un tale Raphael, di altera e androgina bellezza. I gendarmi dell’Empireo lo catturarono e lo gettarono in una segreta in attesa del processo. L’Altissimo decretò che facesse il bagno nel Lago dell’Oblio affinché nulla ricordasse della vita nell’Empireo. E il Tribunale della Gloria sentenziò per lui che divenisse l’Angelo dei morti viventi e fu confinato a soggiornare nella sfera più bassa del mondo sublunare affinché vegliasse sulle tombe dei morti viventi che popolavano a quel tempo la Terra. E Achamoth, roso dal livore e dalla nostalgia per la vita un tempo beata, cominciò a razzolare e a intentare trappole e tranelli agli uomini che sbrigavano le faccende domestiche nella prigione chiamata Terra. E Achamoth prese a giocare con gli umani come faceva quando era bambino. Anzi, il Tribunale della Gloria sentenziò anche che restasse per sempre fanciullo e che continuasse a giocare con gli umani come nell’altra vita giocava con i fiori. E l’inconsapevole Achamoth prese a giocare e a brigare tranelli agli umani meravigliandosi di quanto fosse facile ordire stragi ed olocausti. Così scatenò guerre di sterminio che vennero affidate al nome santissimo di Dio, e altre innumerevoli stragi, e la Terra divenne un immenso cimitero di tombe e di cadaveri.

Ma Achamoth non capiva tutto ciò. Achamoth non poteva capire. Per un beffardo scherzo del destino Achamoth era rimasto bambino ed era inconsapevole dei dolori e delle atrocità che il suo comportamento infliggeva agli umani. Achamoth giocava e rideva mentre guerre ed epidemie falciavano i morti viventi che abitavano la prigione chiamata Terra.

Achamoth non poteva capire che cosa significasse morte e decadimento perché egli non conosceva la morte e il decadimento. Non conosceva l’invidia e la calunnia perché il suo spirito abitava soltanto il riso e l’allegrezza.

Aveva fatto il bagno nella tinozza della Dimenticanza e non ricordava nulla della sua vita passata, di quando era circondato dai bellissimi angeli di sesso femminile, dai Serafini, dai Cherubini, dagli Arelim, e di come essi avessero segretamente abusato della sua divina innocenza. L’innocente angelo bambino scorrazzava per i prati fioriti e ad ogni fiore che calpestava mille umani trovavano la morte tra infinite atrocità. Fu allora che l’Altissimo mosso a pietà per le sciagure e le stragi che affiggevano gli umani convocò di nuovo il Tribunale della Gloria il quale decretò che fosse restituita la memoria all’angelo bambino affinché si ricordasse quanto felice era stata la sua vita nel Regno dell’Empireo e così mitigasse il suo orrendo gioco con gli umani. Ma quale fu la delusione dell’Altissimo quando si avvide che Achamoth non solo non mitigò il suo zelo di morte nei confronti degli umani ma anzi lo moltiplicò perché confusamente era rimasta una scintilladella sua origine celeste tra i beati e il livore lo accecava, e gettava a profusione nella mischia orrori e atrocità affinché il Demiurgo si pentisse e decretasse la sua riabilitazione tra le schiere dei Beati Felici. 

E così il Demiurgo convocò di nuovo il Tribunale della Gloria affinché adottasse una saggia deliberazione. Il Tribunale convocò l’angelo bambino e gli chiese: «conosci tu la morte?», e al cenno di diniego del bambino il supremo Organo dell’Empireo gli ingiunse il «pentimento», ma il bambino  rispose che «non capiva la parola «pentimento», gli ingiunse la «bontà» ma il bambino rispose che non capiva la parola «bontà», e allora il supremo Organo lo accusò delle innumerevoli stragi di umani ma il bambino rispondeva che lui era innocente e non capiva di che cosa stessero parlando perché la Terra era la tomba dei morti viventi ed era naturale per essi – spiegò il bambino – morire tra atroci tormenti. A queste parole il Tribunale prese un atteggiamento condiscendente e lo riabilitò, gli restituì la vita beata tra gli Angeli femminili dell’Empireo.

Così finì la storia dell’angelo bambino e, da allora, gli uomini divennero liberi, liberi di essere i carnefici di se stessi.

 

Storia di Tobia, l’ultimo degli angeli

Tobia era l’ultimo degli angeli del Basso Empireo. Di bassa statura e deforme era considerato dagli altri angeli un reietto. Tobia ammirava e amava la bellezza degli angeli dell’Alto Empireo, bramava la femminea bellezza dei Cherubini, l’androginia dei Seraphini dalle forme sinuose, la bellezza raggiante dei Troni e delle Dominazioni. Oh, avrebbe rinunciato a tutto se solo avesse potuto sfiorare i candidi corpi di quelle bellezze inaccessibili! «Perché mai Dio mi ha creato basso e deforme?», si chiedeva Tobia. E questa domanda lo tormentava e lo torturava. «Perché gli angeli di sesso femminile mi evitano come fossi un lebbroso e gli angeli di sesso maschile mi disprezzano?». E invocava Dio che lo liberasse da quella condizione di disagio e di dolore. 

Tobia cominciò ad anelare la prigione abitata dalle anime dirette a Sheol, la piaga purulenta del dolore che laggiù chiamano Terra. Aveva udito che quella landa era infestata da esseri che abitavano il tempo e che allo scadere del tempo loro prescritto si estinguevano ma la loro anima continuava ad alitare sopra il vuoto e il dolore. Tali racconti aveva udito Tobia da altri angeli della sfera superiore ma non sapeva se essi corrispondessero a verità. Aveva udito che quella landa era abitata dal dolore e dalla morte. Ma che cos’era il «dolore»? E la «morte»? Questo si chiedeva Tobia stracciandosi la sua veste sporca. Oh, come lo straziava il tormento quando vedeva gli Arcangeli di sulfurea bellezza librarsi in volo nelle sfere superiori! Come desiderava unirsi al loro volo! Ma l’Altissimo era lontano e inaccessibile e non udiva i suoi tormenti.

Aveva sentito parlare della temporanea bellezza e della subitanea corruzione dei corpi degli umani e che l’Angelo del Tempo era il giudice supremo che comminava gli anni di vita per ogni umano, e che l’Angelo della Storia decideva dove e quando interrompere il filo della vita di ciascuno di essi. Aveva anche udito che Atropo era l’Angelo Metratore della vita, e lui soltanto decideva quando tagliare il filo sottilissimo che gli umani chiamano vita, e che Atropo spesso entrava in conflitto con Lachesi, l’Angelo della Durata, e che dai loro bisticci dipendevano le alterne vicende degli umani.  Che strano mondo era quello della landa del dolore chiamata Terra! “Dunque – pensò Tobia con sollievo – c’era una sfera inferiore a quella del Basso Empireo!”. “Ma perché l’Altissimo che tutto può ha creato un simile mondo infestato dal Tempo e dalla Storia!”. “C’era un disegno in tutto ciò? Aveva l’Altissimo creato tutto ciò in vista di un fine? E perché crearlo nel Tempo e nella Storia quando avrebbe potuto crearlo nel nulla?”. “Quali prove c’erano in suffragio di simili credenze?”, queste ed altrettali domande agitavano la mente di Tobia senza ottenere risposta alcuna.

Fu così che Tobia chiese di scendere in quel carcere chiamato Terra. Cos’altro avrebbe potuto fare? Era l’ultimo degli angeli e ardeva dal desiderio di unirsi in concupiscenza con gli altri esseri alati ma questi lo respingevano e lo disprezzavano. 

Che mondo bizzarro si aprì dinanzi ai suoi occhi! C’erano uomini che predicavano la resurrezione, altri promettevano la vita eterna in un luogo che essi chiamavano «Paradiso» e un’altra forma di vita eterna in un altro luogo chiamato «Inferno» ma nel primo come premio di una vita virtuosa e nel secondo quale punizione per una vita immonda. Poi c’erano boia che eseguivano le sentenze capitali emesse dai tribunali degli umani, e c’erano guerre ed epidemie che falciavano le popolazioni. Ma a Tobia tutto ciò non importava perché lui conservava ancora la vita eterna degli angeli e poteva sconfiggere Atropo e Lachesi, ed anche Achamoth, l’angelo bambino che, con le sue scorribande, si divertiva a mietere vittime a grappoli. “C’è grande confusione in questo carcere chiamato Terra”, pensava Tobia mentre copulava con le più belle meretrici. Ah, quali godimenti provò Tobia! Quanti baci e posizioni oscene e giochi amorosi conobbe! Nulla si risparmiò in quel soggiorno nel carcere chiamato Terra dove fioriscono i limoni e rosseggiano le arance. Nulla di nulla. Finché un giorno si presentò Dumà, l’Angelo della Morte dai mille occhi impugnando una spada di fuoco.

«Il tuo momento è giunto, fratello», disse.

«Non è possibile un rinvio della sentenza?»

«Coloro che hanno gozzovigliato a sufficienza sulla madre Terra, devono salire al primo Cerchio degli Angeli.»

«Sono pronto», rispose semplicemente Tobia.

«Allora, hai capito perché il Demiurgo ha creato la Terra e ha destinato gli umani alla Storia?», chiese Dumà mentre lo afferrava per la giacca.

«Sì, adesso ho capito», rispose Tobia, e già salivano al primo Cerchio dell’Empireo.

 

Gli esseri più nobili della Madre chiamata Terra

La morte prese a rotolare come una pallina impazzita che saltellava sui numeri di una carta geografica, e là dove si fermava si verificavano carestie e invasioni barbariche, stragi ed olocausti. E la morte falciava tanti umani quanti ne bisognava per restituire l’equilibrio perduto alla Bilancia del Male e del Bene. Tra i due Piatti del Male e del Bene la Morte saltellava e piroettava con incredibile perizia. Era Lei che decideva, a suo libitum, se in un tempo dovesse prevalere l’Angelo del Male oppure quello del Bene. L’Angelo della Morte era il vero arbitro di quella eterna contesa costituita dalla lotta tra il male e il bene. Allora, l’Altissimo, forse per mitigare le alterne vicende dei due angeli contendenti che si dividevano l’onere di quell’instabile e precario equilibrio, decise di inviare nella prigione del Mondo un quarto angelo, l’Angelo della Morte, Atropo il misantropo, colui che decideva come e quando tagliare il filo della vita degli uomini, del resto così sottile e fragile. Ma Atropo era costretto a vedere soltanto le cose future e sconosceva quelle passate e presenti. L’Altissimo però considerò che la questione non poteva ancora considerarsi risolta, e così inviò nel carcere chiamato Terra un quinto personaggio, l’Angelo Cloto dal triste volto il quale vedeva e conosceva soltanto le cose passate e sconosceva le presenti e le future. Poteva immaginarle ed anche indovinarle ma mai vederle nella loro integrità e quindi era costretto ad intervenire alla cieca e a camminare tra gli eventi come un cieco che avanza a tentoni su una strada in salita limitata da entrambi i lati dall’abisso. 

Anche questa volta l’Altissimo nella sua magnanimità si rese conto di quanto fosse instabile e fragile l’equilibrio tra gli angeli e che era giunto il momento di introdurre un altro correttivo in quella disputa che rischiava di non aver mai fine, e così inviò sulla landa del dolore e della copula chiamata Terra un altro angelo per correggere le deficienze di chi lo aveva preceduto. Era quest’angelo una sorta di giullare vestito a festa, il suo nome era Lachesi e suo compito era decidere la durata della vita degli umani, e venne nominato Angelo della Durata. Gli fu consegnato un metro affinché misurasse, all’atto della nascita, la lunghezza della vita di ciascuno e ne deliberasse la durata. Perché  tutto ciò che dura nel tempo finisce per cadere sotto la scure del tempo, l’Altissimo si trovò costretto ad inviare sulla landa dove rosseggiano le arance, fioriscono i gialli limoni e azzurreggiano i ghiacci eterni dei circoli polari un altro angelo dal terribile aspetto, l’Angelo del Tempo che tutto soggioga e al quale ogni riverenza è atto dovuto. Ma poiché il tempo non si muove nel vuoto come nei cieli beati dell’Empireo ma in quella cosa ripugnante e sanguinosa chiamata Storia, ecco che l’Altissimo nella sua benigna onniscienza chiamò a legiferare sul corso della storia un bambino: l’Angelo della Storia fu il bambino Achamoth che amava giocare con le palline e le trottole: fin quando rotolavano le palline e volteggiavano le trottole gli umani potevano godere di pace, salute e felicità, ma quando le palline si arrestavano e le trottole cadevano accadevano sulla Terra stragi e calamità.

Nonostante tutte queste precauzioni, il Grande Demiurgo valutò non soddisfacente lo stato presente delle cose ma già gli angeli erano talmente numerosi e chiassosi che infestavano con le loro liti le vie dell’Empireo ciò che rendeva alquanto aleatorie e instabili le sorti di quella prigione rissosa chiamata Terra. Tale fu la confusione che regnava sulla Madre Terra che fu costretto ad inviare nel corso della storia, in tempi alterni, ora un grande conquistatore come Alessandro Magno ora un grande assassino come Gengis Khan, ora un grande imperatore come Marco Aurelio ora un folle paranoide sanguinario come Hitler.

Dicono alcune fonti però non suffragate di prove cogenti che anche così le cose in quel Mondo chiamato Madre Terra non erano migliorate gran che, talché l’Altissimo preso dallo sgomento, pronunciò, per il tramite di un umano, le famose parole secondo le quali «Dio non gioca a dadi», e chiuse la questione che era rimasta aperta dal tempo dei tempi lasciando alla libera e alterna contesa tra angeli e umani quella cosa carica di odio e di sangue e di risentimento chiamata lo Spirito del Mondo.

Dicono alcune fonti che qualche tempo dopo colto da curiosità Dio si affacciò su quel piccolo pianeta del dolore eterno per vedere che cosa ne era stato degli umani che popolavano la Terra e si avvide che il pianeta era abitato soltanto da scarafaggi e scorpioni e si chiese come mai ciò fosse accaduto, e l’Angelo della Storia scendendo dal Trono della Gloria Eterna gli rispose che una grande nube di fuoco si era sprigionata sulla Terra che aveva avvolto gli umani in una sola tremenda torcia e che tutti erano periti tranne, appunto, gli scorpioni, i topi e gli scarafaggi, gli esseri più nobili della Madre chiamata Terra. 

 

L’Angelo Dianoetico

L’Angelo Dianoetico brillava di luce pura. Il suo volto raggiante esprimeva felicità e bellezza, fu questo che lo perse dissero poi alcune voci del Paradiso. Era il messaggero degli angeli, suo ufficio era quello di recapitare alle anime angeliche disperse in ogni angolo dell’Empireo le volontà dell’Altissimo sotto forma di messaggi. Per questa sua, diciamo così, funzione, l’Angelo Dianoetico aveva mostrato una straordinaria versatilità e una particolare attitudine, ragioni che gli erano valse una insolita libertà di azione sia nel Basso che nell’Alto Empireo dove poteva raggiungere a suo piacimento l’indirizzo di qualsiasi angelo. Per la efficienza dei suoi servizi l’Angelo Metratore gli aveva concesso anche una insolita libertà, quella di poter scendere sulla landa del dolore chiamata Terra e intervenire, secondo il suo libero intendimento, per mutare il corso degli eventi degli umani là dove ce ne fosse bisogno e là dove ritenesse necessario un intervento correttivo, ma a una condizione, che Jedinà rinunciasse alla sua natura angelica per tutto il tempo che decidesse di trascorrere in quella cicatrice chiamata Terra e assumendo la natura degli umani.  

Durante una di queste spedizioni sulla Terra Jedinà, questo era il suo nome, aveva preso contatti con una congerie di esseri inferiori, per grado e qualità, che abitavano la Terra: gli umani. Erano questi esseri fatti di una materia chiamata carne all’interno della quale scorreva un fluido denominato sangue che irrorava ogni parte del loro corpo, ed erano privi di anima superiore in quanto la loro anima di rango inferiore era costretta a restare prigioniera del corpo e non poteva allontanarsi dal corpo, neanche dopo morto, pena il decadimento e la decomposizione dell’anima. Così accadeva sovente che le anime degli ammazzati da morte violenta e improvvisa continuassero a dimorare presso il luogo dove il corpo era morto anche per anni, a volte per secoli, fino a che un lento processo di decomposizione intaccava quella entità sottile  e trasparente, come una ruggine che invade il metallo fino alla sua completa corruzione e distruzione.

Fu durante una di queste spedizioni che Jedinà scorse la fulgida bellezza di Elena di Troia tra le braccia del suo amante Paride e se ne innamorò perdutamente. Cosa fece Jedinà? Non potendo strappare la donna dalle braccia di Paride, per prima cosa brigò per la caduta della città, sperando di poter approfittare della confusione della rotta per rapire la bellissima Elena e trascinarla in un angolo e giacere con lei. Ma le cose non andarono come l’Angelo Dianoetico aveva previsto perché Elena, la bellissima, fu catturata dai soldati achei e ricondotta dal legittimo marito Menelao e guardata a vista dai suoi soldati, talché sarebbe stata follia soltanto pensare di poterla sottrarre con la forza o con l’astuzia al legittimo consorte. Avvenne che la città di Troia fu ridotta a un ammasso di macerie e Jedinà prese a vagare per l’etere in preda all’angoscia più nera. Sognava e pensava contemporaneamente mille azioni pur di liberare Elena dalle spire del suo coniuge; si aggirava Jedinà attorno al Palazzo reale e per l’occasione assumeva i travestimenti più vari per non farsi scorgere dagli occhiuti guardiani. Ma fu tutto inutile. Il fantoccio dietro il quale si nascondeva Jedinà fu scoperto, tratto in arresto e condotto in catene nel Palazzo reale. Interrogato, Jedinà rispose che era un angelo che era stato inviato sulla Terra dalla superiore autorità del Metratore il quale lo avrebbe liberato con uno schiocco delle dita se soltanto lo avessero sfiorato.

Fu così che Jedinà fu legato a un palo e torturato. Confessò di essere venuto per rapire la bellissima Elena che tanti lutti aveva causato e di voler giacere con lei fino a che morte non decidesse di dividerli. Fu così che Jedinà trovò la morte in una segreta del Palazzo reale. Tra gli angeli del Paradiso si dice che ancora nei pressi della prigione a volte balugina per un attimo un lucore che poi scompare. E che quella è l’anima di Jedinà, l’angelo che scelse di morire per amore della bellissima Elena di Troia che tanti morti addusse all’umana stirpe.

L’angelo dei giocattoli

Dicevano gli angeli dell’Alto Empireo che Tobia era lacero e mendace, loquace e menzognero. E inoltre, che era sempre ilare come un bambino sciocco e che la sua parola non era degna di considerazione. E lo relegarono nel cerchio più basso dei Cieli Azzurri in modo che fosse sempre più lontano dalle sfere superiori e molto più vicino alla Terra abitata dagli umani.

L’angelo Tobia passava il tempo a strascinare l’albero dei giocattoli. Teneva per un lembo una cordicella alla cui estremità c’era appeso un albero di natale con, al posto delle palle colorate, tanti balocchi e innocui giocattoli per bambini. Tobia, sì proprio lui che era stato dichiarato dal tribunale della Gloria «l’ultimo degli angeli, il più reietto, il fasullo»; e questo motto lo aveva perseguitato nel Basso Empireo come una bolla papale, come un marchio di infamia e di indegnità. Inutilmente Tobia aveva reclamato in appello un giudizio meno efferato ma tutto era stato inutile, Tetramon, il Giudice Supremo, aveva ratificato la sentenza del precedente grado di giudizio e, alla fine, l’ultimo degli angeli si era rassegnato a vivere come un reietto tra le nuvole del cielo più basso, da tutti allontanato e da tutti relegato colà dove non cresceva nemmeno l’erba, appena al di sopra delle nuvole che portavano la pioggia sul pianeta chiamato Sheol, dove vivevano gli aguzzini della menzogna, gli umani che si procacciavano con fatica il cibo, i cosiddetti mortali. E gli angeli delle sfere superiori presero a denigrare Tobia dicendogli che non era degno di entrare nel Regno dei Cieli, che era più facile che un cammello entrasse nella cruna di un ago che un Tobia nel Regno dei Cieli, che era l’ultimo dei reietti, che non indossava in modo compunto le ali d’argento… insomma, lo presero  di mira e lo denigrarono talché Tobia pensò che per lui fosse venuto il momento di abbandonare l’ultima sfera dell’Empireo per andare a mescidarsi con gli uomini della Madre Terra. E così fu, gli angeli delle sfere superiori ormai lo disprezzavano e a Tobia non restò altro da fare che abbandonare l’Empireo e accedere al mondo dove vige il Tempo che invecchia e lo Spazio è la prigione della tristezza. 

«Vuoi abbandonare il Regno dei Cieli?», lo inquisì Tetramon;

«Sì, mio Signore – gli rispose deciso Tobia – qui ormai non c’è più spazio per me».

Fu così che Tetramon gli ordinò di dismettere le ali d’argento, di indossare un semplice sacco di tela ed un mantello e lo fece precipitare giù nell’imbuto del Tempo e nella prigione dello Spazio ma prima lo fece immergere nel Mare dell’Oblio affinché dimenticasse per sempre la sua precedente esistenza tra gli angeli.

E Tobia prese a vagare nella Città del Male. Finché si innamorò di una bellissima fanciulla di nome Morena. Sentì per la prima volta avvampare le mille cavallette del desiderio che abitavano i suoi inguini e conobbe la voluttà della copula, conobbe il ristoro del sonno così simile alla morte e il piacere del risveglio, così simile alla resurrezione della carne. Cominciò a pensare che non tutti i mali venivano per nuocere se aveva conosciuto anche lui gli indicibili piaceri della copula; “in fin dei conti – pensava – forse valeva la pena di scendere nella valle del dolore”. Intanto la sua diletta Morena dispensava piaceri ai passeggeri della Città in cambio di biondi talleri d’oro. Tobia giacque con lei nel peccato della lussuria, conobbe i filtri del piacere e della passione; pensava già che non ci fosse nulla di più bello in quella prigione purulenta infestata dal dolore quando un giorno, tornando anzitempo dal tempo del lavoro, trovò la sua donna che copulava con un passeggero. Dal dolore Tobia abbandonò quella Città e andò girovagando di qua e di là finché non incontrò il Maestro del pensiero veloce, Costui lo indottrinò a dovere e gli instillò il pensiero del tradimento. «Tradire è un dovere dell’intelligenza», gli diceva, e che «tradisce colui che partorisce nuove idee», tal «che tradire era la forma più alta per dimostrare la propria volontà di potenza». 

E così Tobia divenne fornicatore e traditore. E già studiava per diventare tiranno a assassino quando il Maestro del pensiero veloce gli nascose nella tunica un pugnale e gli ordinò di uccidere chiunque osasse mettere in dubbio la sua Parola. E così Tobia prese a comminare la morte. Ma le cose sulla landa dove fioriscono i limoni non succedevano per caso e i difensori degli altri Maestri presero ad uccidere a loro volta  i suoi compagni di ventura talché la scia di sangue divenne ben presto lunga quanto l’intero periplo della prigione della tristezza chiamata Terra. E i lutti addussero altri lutti. E con i lutti venne il rigore dell’inverno e Tobia prese a vivere nascosto nei tuguri della città bassa, viveva di notte e dormiva di giorno, sgusciando di casa in casa, per evitare gli agguati e i tradimenti, e dormiva con il pugnale sotto la guancia. Una vita sordida e lercia. «Ma è questa la vita che conducono gli umani?», si chiedeva in preda allo sconforto; «è questa, nient’altro che questa», gli rispondeva un angolo della coscienza.

Ormai Tobia viveva nel terrore, nel terrore che i nemici lo uccidessero. Si nascondeva negli armadi pieni di cianfrusaglie, sotto la paglia nei fienili dei contadini, si nascondeva nei tombini delle fogne. Ogni notte cambiava il luogo oscuro della sua prigione, sempre in allarme con il coltello nascosto in una piega della tunica. 

Fu così che Tetramon, il Giudice Supremo, stabilì che quell’insulso reietto ne aveva avuto abbastanza del soggiorno sulla Madre Terra e lo convocò nella sua sede sopra le nuvole. E gli chiese:

«Ne hai abbastanza del tuo soggiorno sulla Madre Terra?».

E Tobia in preda agli spasmi del dolore, rispose:

«Sì, Giudice Supremo, reintegrami all’ultimo posto dei reietti tra gli Angeli e non me ne dorrò».

 Fu così che Tetramon lo reintegrò nell’Empireo, al piano più basso, ma dimenticò di immergerlo nel Lago dell’Oblio, e Tobia fu costretto a ricordare gli orrori del suo soggiorno sulla terra maledetta e gli splendori dei suoi giacigli. 

E ogni volta che gli angeli delle sfere superiori lo denigravano e lo insultavano, ricordava Tobia con terrore il suo soggiorno sulla Madre Terra, la landa dove fioriscono i limoni e gli uomini si accoppano come galli nel pollaio di Dio.

 

Leggenda della città di Discordia

Avvenne che nella città di Discordia confluirono diverse moltitudini, trovando colà ricetto dalle condanne e dalle persecuzioni che imperversavano nelle restanti città dell’impero. Nugoli di soldati operai innalzarono alte mura turrite attorno alla città affinché fosse inespugnabile, perché la discordia era un bene da tutelare dissero gli arconti della città, perché portava licenza e licenziosi e monete d’oro in gran quantità. E le ricchezze affluivano cospicue dalle altre cento città dell’Impero.

E l’impero era di tali dimensioni che, quando ad est sorgeva il sole, in quell’istante, ad ovest, il medesimo sole tramontava e cento etnie abitavano quell’impero e cento lingue venivano parlate e cento religioni venivano professate e cento filosofie insegnate… Perché l’impero potesse – dicevano i filosofi – liberamente, nel reciproco confronto, dispiegare la propria molteplicità.

Dentro le mura turrite di Discordia convivevano rissose moltitudini di omicidi e deicidi, di sodomiti e di gomorricidi, di parricidi e matricidi, una moltitudine di maghi e taumaturghi, di lestofanti e di poeti, di predicatori e di salvatori che favoleggiavano di un’imminente età dell’oro e dell’eldorado, di un paese fatto di oro e di argento, dove le case erano costruite di pietre preziose, di lapislazzuli e di topazi e di marmi pregiati.

Per il resto, nelle cento città dell’impero, coorti di pretoriani posti a presidio della legge incutevano fiducia  nei probi e nei reprobi e terrore presso gli eslegi e i riottosi, tribunali speciali irrogavano la sanzione maxima della decapitazione per chiunque si avventurasse entro i meandri della legge e del dogma… e le adultere venivano condannate alla pena della lapidazione e chiunque era autorizzato a colpire con una pietra l’infelice; la malcapitata veniva stuprata a turno dai feroci aguzzini che intendevano la Legge… e chiunque osasse opporsi alle inferriate della Legge veniva decapitato e il cadavere gettato in pasto ai cani.

E mentre ciò accadeva nelle città dell’impero della Concordia, nella città di Discordia regnava la più sfrenata libertà e la più sfrontata licenza… vennero promulgate leggi, le famose leggi della discordia, secondo le quali per entrare in città dovevi mostrare il lasciapassare della discordia, ovvero, dovevi dimostrare di essere stato un omicida o un uxoricida o un deicida… così tutti i poeti, in qualità di deicidi, vennero scacciati dalle città dell’impero e trovarono ricetto nella città di Discordia ed ivi cantavano le lodi di Bacco ed elevavano gli inni ad Ares e a Priapo…

Fu così che violenza e disordine e sopraffazione ebbero il sopravvento nella città di Discordia, mentre l’ordine e la norma regnavano nelle altre città dell’impero… e tanti erano i cadaveri durante le notti di orgia e di rapine, mentre altrettanti erano i nuovi giunti dalle cento lingue differenti… e la città di discordia divenne la nuova Babele dove tutti parlavano e gridavano e bestemmiavano gli dèi e nessuno capiva l’altro e tutti insieme comprendevano soltanto la lingua del malaffare e del delitto.

Malgrado ciò, gli uomini confluivano nella città di Discordia a frotte e le donne di malaffare, che avrebbero perso la vita in qualsiasi altra città dell’impero, vi ebbero libero ricetto, e la lussuria e la calunnia presero il posto lasciato libero dalla castità e dal rispetto, cosicché gli affitti degli immobili salirono alle stelle e sempre di più fu il numero di coloro che soggiornavano sotto i ponti o negli scantinati o nelle stazioni di sosta dei cavalli, nelle stalle, nei tuguri e, perfino nelle fogne afose che si affollarono di avventurieri, di disperati e di mendicanti.

ll lettore si chiederà come andò a finire tutto ciò, si chiederà che fine abbia fatto la città di Discordia e che fine abbiano fatto le cento città dell’impero della Concordia, ma le fonti nulla ci dicono in proposito, tranne che… sorse allora una nuova leggenda… il mito di Atlantide dove tutti gli uomini e le donne, tutti insieme alla rinfusa, vivevano felici e contenti, in armonia e in concordia… ma che fine abbia fatto tutto ciò, le fonti ancora una volta tacciono, perché… sorse un nuovo mito, o una nuova leggenda se si preferisce, dove tutti gli uomini vivevano dentro steccati e confini sorvegliati da sterminati eserciti pronti alle armi e alle stragi… e poi di nuovo un nuovo mito o una nuova leggenda… di cui in seguito gli uomini perdevano le tracce e la memoria.

E così di seguito. Colossali imperi tramontarono di cui tu, lettore, hai perduto la memoria, e puoi avere soltanto una pallida immagine di tutto ciò…

Leggenda dell’uomo delle nevi

L’uomo delle nevi eterne predilige la superficie dei laghi ghiacciati. Cammina sulla zattera di ghiaccio dei laghi ghiacciati della Groenlandia quando, durante l’inverno, si allunga l’ombra della notte polare ed anche le stelle di ghiaccio si accendono di una luce furtiva e intermittente.

E non c’è fuoco che splende e brilla che possa mitigare il cristallo dell’aria gelida che si ispessisce dentro i polmoni quando lo Jeti la inghiotte per respirare.

L’uomo delle nevi si veste con la pelliccia dell’orso polare che uccide dopo uno spaventoso combattimento corpo a corpo.. Voi direte che anche lo Jeti è una specie di orso un poco umanizzato che si è stabilito oltre il circolo polare artico. Ormai si è abituato a vivere una vita notturna, gelida e diafana dove l’acqua e il ghiaccio sono lo stesso elemento e una stessa natura che cambia di stato ma non di luogo e di tempo.

Lo Jeti vive senza tempo ma di solo spazio, è come un orso ma non è un orso, e se un uomo ha la ventura di guardare le sue pupille, se ha il coraggio di fissare per un solo istante le sue pupille azzurre, in quelle profondità insondabili vedrà baluginare voragini e nuvole di quello che un tempo lontano fu un uomo ma che uomo non è più e che mai tornerà ad esserlo. Se mai verrà un tempo al termine del tempo, al termine del ciclo del ghiaccio, che lo restituirà al sole e alle pianure verdi da cui venne un giorno del lontano passato.

Nessuno ha mai visto lo Jeti camminare in branco. Lo Jeti è un gigante solitario che cammina lentamente sulla spessa lastra dei laghi ghiacciati ove pratica dei fori, in alcuni punti misteriosi che solo lui conosce, e di lì cattura i pesci sottostanti che nuotano ignari del pericolo nelle acque temperate che fluiscono al di sotto delle lastre ghiacciate.

Alcuni cacciatori di orsi polari narrano che nessuno ha mai udito uno Jeti articolare un suono vocalico. Narrano che sia completamente muto ma che ciò non gli impedisce di comprendersi perfettamente con un suo simile. Nessuno sa spiegare il perché e il percome questo avvenga. Narrano addirittura che lo Jeti sia perfettamente in grado di parlare una propria lingua misteriosa che nessuno però ha mai udito. Come ciò sia mai possibile nessuno è in grado di spiegarlo. Alcuni antropologi ipotizzano che lo Jeti provenga dal DNA di un uomo che un tempo lontanissimo si è stabilito tra i ghiacci della Groenlandia, e che poi sia intervenuta una mutazione genetica che ha permesso a quell’uomo di sopravvivere tra le nevi eterne. Alcuni antropologi narrano che lo Jeti riesca a vivere fino a trecento anni, una vita lunghissima e solitaria molto prossima a quella dell’eternità, grazie al freddo algido dei Poli e ai ghiacci eterni. Una vita lunghissima e solitaria per il gigante delle nevi eterne. Forse, è eterno anche lui come i ghiacci giganteschi che circondano il suo orizzonte. 

Tuttavia, c’è una antica leggenda che lo dipinge come ciarliero e allegro compagno di giochi dei nostri bambini in un tempo ormai remotissimo di cui si è perduto perfino il ricordo, quando sul pianeta chiamato Terra c’era un clima mite e temperato al tempo del continente Atlantide dove gli uomini vivevano allegri e spensierati, accettavano con naturalezza  la vita e la gioia ed accettavano la morte come un semplice mutamento di stato, di luogo e di tempo.

 

Leggenda della lingua delle aquile

Nella lontana Mongolia, a mille miglia a nord della città turrita di Ulan Bator, si estende una sterminata prateria di sassi e di ghiacci. La abitano gli asefiti, gli uomini della pianura di ghiaccio che fumano la pipa e bevono il the della buona creanza. In quel tegumento spoglio e raso come la testa di un calvo vive il maestro Assah, l’uomo che parla con le aquile.

Con la stagione temperata le fulve volpi scendono a valle. Durante la lunga stagione invernale invece sono i lupi affamati che scendono a valle in cerca di cibo. 

Durante le lunghe notti invernali i saggi degli asefiti seduti attorno al fuoco crepitante parlano in silenzio la loro lingua simile al ghiaccio aguzzo degli altipiani. Parlano stando in circolo uno dopo l’altro seguendo la gerarchia del tempo dopo lunghi silenzi durante i quali aspirano dalla pipa un fumo denso e scorbutico. Narrano gli asefiti che il maestro Assah parla con le aquile, ma nessuno in verità ha mai udito alcuna parola del maestro né ha mai assistito ad un colloquio con le aquile.

In quei lunghissimi meriggi iperborei puoi scorgere il maestro Assah che galoppa all’orizzonte sul cavallo bianco. Sul suo braccio sinistro imbottito di cuoio reca un’aquila reale mentre con la mano destra tiene le briglie del cavallo.

I saggi dicono che il maestro Assah va a caccia da solo in quelle sterminate pianure alla ricerca della preda. Dalle cime delle rade alture si ferma ad osservare la pianura circostante e, quando avvista una preda, lancia con un urlo l’aquila reale in un volo perpendicolare.

È un duello solitario tra l’aquila e il lupo. Dopo ogni combattimento Assah concede al rapace la carcassa e tiene per sé le pelli preziose che carica in groppa al cavallo. I saggi della pianura narrano che il maestro Assah parla soltanto con la sua aquila reale, nel linguaggio regale delle aquile. Ma nessuno mai ha udito una parola. Si tratta di una congettura dei saggi che non può essere provata in alcun modo. Ma è una congettura ragionevole.

«Deve essere senza dubbio una lingua miracolosa quella delle aquile», mi disse un giorno il saggio Beowulf mentre era seduto accanto al fuoco.

«Della stessa essenza inflessibile del cielo azzurro e infrangibile come il ghiaccio delle nevi eterne», risposi mentre tiravo del tabacco dalla pipa.

 

Il nano di Trimalcione

Io sono Psellio, il nano alla corte di Trimalcione. I miei lazzi, sordidi e pestiferi, sono una ghiotta vivanda per il mio Dominus. Devo confessare, con rammarico, che il suo riso scomposto e debosciato mi eccita. Ho imparato a rotolare sul pavimento come una palla di stoffa. Il riso della platea è per me la migliore vivanda e panacea per i miei dolori. Con raccapriccio ho imparato a rotolare nell’immondizia. E godere.

Di frequente, con un rantolo mi sveglio al mattino dopo una notte di incubi. Perchè?. «Il diavolo se li porti gli incubi!», mi dico in preda all’angoscia. Già dal mattino sono rubicondo e paonazzo di vino. E, quando giunge la sera con la sua gonna di velluto, mi guadagno a tentoni la strada nel buio verso il teatro del mondo: lazzi, beffe e capriole a volontà.

Alla mensa di Trimalcione giungo ammaccato e intontito sul far delle tenebre, tra i lazzi e gli sberleffi degli scherani e dei cortigiani…« tra poco farò un numero sensazionale», dico tra me e me. E mi carico. Sì, lo so, sono sconveniente, teatrale, servile in modo oltraggioso. Il Dominus dice di me che sono un fiuta peti. Sì, forse lo sono, adoro rotolare nella mota. Ma non sono diverso dai cortigiani che affollano la corte di Trimalcione, sono della loro stessa pasta.

Ho modo di ridere dei miei stessi lazzi. È un riso amaro, rimosso. Mi agito e me la spasso in modo sconveniente, teatrale. Topo tra i topi, tropo tra i tropi. 

A volte il Dominus getta nella mischia il nano Zerco, il mio fratello gemello. Anche lui saltella. Ed entriamo in competizione. Zerco a volte esagera. È un vero istrione, un adulatore convinto, non ha mai un momento di ambascia o di incertezza.

I cortigiani adulano il Dominus, incensano i suoi vizi, inneggiano le sue virtù. Applaudono ai suoi versi ignominiosi. Tra gli applausi gli gridano che è un grande poeta quando canta accompagnato dal suono della lira e delle cetre suonate da ancelle discinte. È un coro di peana e di peti verbali. I lestofanti squittiscono come cagnolini imbizzarriti. Soltanto io posso interloquire con il Dominus. Gli dico che delle sue poesie possiamo farne cartocci per le olive. E giù le ovazioni di giubilo e di scherno dei cortigiani. Trimalcione ride, si diverte. E ordina che mi si diano trenta frustate sulle terga.

Sordido di noia e di ambascia di frequente mordo il fondo dei pantaloni della folla mentre si sollazza alla mensa di Trimalcione.

A volte un’offesa pronunciata sul mento mi prostra, ma a torto, è un attimo perché subito risorgo riottoso, rissoso e apatico. All'improvviso, fanno ingresso i giocolieri della Bitinia che fanno rotolare le palle e i mangiatori di fuoco siriaci, i fachiri indiani sul letto di chiodi che camminano e bevono il vino e le nude odalische avvolte in candidi veli che ondeggiano.

Alterno sarcasmi e pleonasmi, solecismi e borborigmi, improperi e facezie. «Io sono Psellio, il guitto, il nano alla corte del Dominus», mi dico, ma non senza una certa ambascia. A me è concessa l'arguzia irriverente, il sordido sarcasmo, la licenza del reietto, la libertà del buffone.

A volte, nel fragore dei bagordi, Trimalcione mi frusta sulla groppa per un epilogo impudente, un peana imprudente. Ma tant’è, in verità, ho salde radici, svellermi è difficile da questo sordido pianeta. Alterno miasmi e fantasmi e pleonasmi e capriole. Tutto ciò che dico o faccio avviene al di sotto della piega della toga di Trimalcione. Il Dominus mi vezzeggia. Di frequente, mi agguanta per il collo e mi ammannisce un ceffone, un buffetto sulla faccia truccata, mi dice che sono il suo cagnolino e mi chiede di abbaiare. Ed io obbedisco. Abbaio. Oh, quante volte, nel sogno e nell'incubo, nell’abominio e nell’umiliazione, con l’occhio della coscienza ben chiuso e l’altro ben aperto, tra un saltello e un borborigmo, ho bramato il suo assassinio. Sì, tante volte. Ma soltanto nel sogno.

A volte, dopo i sontuosi banchetti, lo specchio mi restituisce la mia faccia da schiaffi. Gli uomini dicono che toccare il gobbo porta fortuna, e mi sfiorano la cifosi. Anche in un’altra epoca avrei scelto il lacché come mestiere. In questa non ho avuto modo di scegliere. È l’epoca che mi ha scelto: sono il buffone di corte di questo teatro delle meraviglie. Del resto, che cos'è il mondo? Un teatro delle meraviglie, nient'altro. La mia odissea? È al mezzo del cammino? Non credo proprio che ci sia una metà del cammino, e tantomeno una meta. Ogni giorno siamo a metà di una meta illusoria. Come ben sanno i cortigiani. In verità, saltello a metà della metà del cammino. Sbattuto dagli alisei sono su questa zattera, nel mare rumoroso ed agitato della mia esistenza. Non mi inganno e non mi cruccio. Dopotutto, il mio Dominus è prodigo di regali e di cibarie e bevande che getta per terra, alla stregua dei cani che accorrono dai quattro angoli della sua reggia. I sordidi parassiti e i lacchè facinorosi vengono dopo i cani nella scala gerarchica del Dominus, per loro ci sono le briciole dei lauti pasti.

Per i posteri, se posteri verranno dopo i marasmi del mio tempo, consegno questa epigrafe: ho una voce metallica e la faccia rubiconda di buffetti e di schiaffi. Nacqui in una città del Mediterraneo ricca di schiavi e prostitute e mercanti - non mi riempie d’orgoglio nominarla - e un braccio di mare attraversai molti anni fa...

 

Ritratto del sig. Flamurt

Flamurt ha imparato l’arte del tedio.

È capace di starsene immobile per anni al centro del fiume come un coccodrillo che aspetta la preda.

E poi è capace, in un baleno, di addentare il malcapitato con un solo colpo delle fauci.

Per usare un’altra similitudine, qualcuno lo ha definito uno squalo che troneggia nel mare alto. Se navighi in quel mare puoi scorgere la cresta di pinne svettare dalle onde. Flamurt è rapace come uno squalo, e rapido come nessun altro.

Oh, Flamurt ha ben appreso tutto ciò che c’era da apprendere. In un certo senso, ha bruciato le tappe della sua folgorante carriera. Ha imparato a fare il pesce in barile. E adesso si trastulla oscillando sull’amaca nel suo ufficio, al Tritone, con le belle segretarie che intrattengono i clienti lì, nell’anticamera. Lo squalo riceve i clienti assiso sulla poltrona di cuoio con un doppiopetto di Armani e una cravatta sgargiante di Trussardi sotto il collo.

Dicono che al liceo era un allievo svogliato e negligente. Flamurt è stato allievo di François, il coiffeur pour dames, l’imbonitore, e ciò lo si può evincere dalla manifattura e dalla venustà delle sue messe in piega. In seguito, Flamurt ha pensato bene di aprire un’agenzia di pompe funebri e una impresa di pornostar... E adesso offre spettacoli esilaranti ed edificanti ai fedeli clienti dei barcaffetterie della notte. beninteso, tutto è in regola con la partita doppia, le fatture e le manifatture, con le ricevute fiscali e il fiscal drag, il dare e l’avere…

Ecce homo. Dico in senso traslato. Flamurt ha varcato anche lui il Rubicone alla testa delle sue legioni vittoriose. E non può più tornare indietro. Ha tagliato i ponti con il passato. Suona il piffero quando c’è da suonare il piffero, batte la cassa quando c’è da suonare la grancassa.

Illustre ospite alla corte di Trimalcione, è un fedele convitato alla sua mensa. Colà ha appreso a giocare al gatto col topo assaggiando lussuosi intingoli e bevendo il numinoso Falerno in compagnia di efebi, odalische e letterati spocchiosi…

Flamurt è un buon abitante del pianeta terra; un organizzatore, un manager che ha il fiuto per gli affari. A suo modo è munifico e generoso con gli amici e con i nemici, purché imbelli questi ultimi e in condizione di non nuocere…

Ha fatto ingresso nell’Urbe con il suo mantello di volpe grigia, la tunica bianca di finissimo lino che volteggiava all’austro… e adesso scorrazza per i Fori Imperiali addobbato nel suo laticlavio di porpora con una schiera di scodinzolanti postulanti intorno…

Ma in fondo, se gratti il fondo del barile, è rimasto un imbonitore e un millantatore.

 

Il gladiatore Ursus

Sono stato messo in catene e venduto al mercato come schiavo. Prima ancora sono stato aguzzino e assassino, giocatore di dadi truccati, baro e mercante di schiavi. Sono stato anche minatore nelle miniere di zolfo della Sicilia. Per un certo tempo ho anche fatto l’orso in un rozzo circo bulgaro: saltellavo e caracollavo su una gamba sola e mangiavo fuoco per il sollazzo dei bimbi. Poi ho pensato bene di mettermi in proprio: sono diventato gladiatore. E adesso sono Ursus, l’unico, l’invincibile.

Quando faccio il mio ingresso teatrale nell’arena alzo le braccia al cielo di Athena, invoco la protezione del nume e degli dèi. La plebe esulta e sbraita e strepita in un tripudio di cori e di colori e di scherno.

La sordida feccia della plebe starnazza di gaudio quando calco il piede sulla rena del Colosseo.

«Sono Ursus – grido al cielo brandendo il gladio – l’invincibile!». E il Colosseo viene giù d’un colpo, come la fiumana del grande Nilo. Laggiù, dico, nel basso Egitto dove sono nato ed ho vissuto la mia serena infanzia: un’altra vita in un altro mondo; ma così è, attraversiamo le epoche e le dimentichiamo. È questa la legge.

I miei combattimenti sono per lo più brevi. Dapprima passeggio intorno all’avversario in attesa d’un suo dubbio, una sua incertezza; fingo di vibrare il colpo, ed arresto il braccio; attendo che il mio avversario venga all’assalto. Fingo un contro assalto. Passeggio, impassibile, intorno al gladiatore. Attendo un suo dubbio, un suo retropensiero. Alzo la spada. Fingo di nuovo il colpo, una, due, tre, quattro volte... finché non intuisco che è giunto il momento del colpo micidiale... temporeggio, come il Cunctator, con la spada puntata contro l’avversario. Osservo attraverso la feritoia del suo elmo i suoi occhi assiderati. È un assedio implacabile, un assedio di vetro. In verità, io non so quando colpirò. Decido al momento, in preda ad un mio lucido disegno di sangue. All’improvviso, qualcosa o qualcuno decide in me e per me, e redigo il referto di morte. Un assalto, un contro assalto; uno, due, tre, quattro colpi di seguito si abbattono sul mio avversario. Violentissimi. Se il suo scudo si infrange è subito morte.

Talvolta l’avversario sopravvive… cade e continua a rantolare sanguinante sulla arena. Allora mi rivolgo all’imperatore. E quello chiede lumi alla sordida plebe inferocita.

La plebe è sovrana. È lei che decide. L’imperatore non fa altro che ratificare la sentenza di vita o di morte. Immergo il gladio dall’alto: un colpo solo tra la gola e la scapola, fino al cuore. Lo libero della vita e la sua anima esce dalla prigione del corpo come il polline dai fiori.

Quando faccio il mio ingresso teatrale nella arena ho un umore tetro. «Questo – mi dico - potrebbe essere il mio ultimo combattimento», ma è un pensiero che scaccio subito. Gli dèi finora mi hanno risparmiato, sono stati benevoli ed io li ringrazio.

Una voce del Colosseo dice che sono un morto che cammina. Un morto con l’elmo di ferro. Ad ogni combattimento ripeto il solito rito. Rivolgo il gladio ad Athena. Cammino attorno all’arena con la spada al cielo in onore della sordida feccia della plebe asserragliata sugli spalti.

Quando faccio il mio ingresso nel Colosseo, alzo il braccio per il saluto all’imperatore mentre la plebe esulta e gozzoviglia. Occupo poi il centro dell’arena. Sono il primo attore di questo teatro di sangue.

Il mio è un teatro di morte. Hermes raccoglie l’ombra dei morti nell’arena e li conduce nel regno dell’Ade. Dicono che l’anima sia invisibile, che sia come un’ombra, un’ombra più leggera di un’ala di farfalla. In fin dei conti, il mio servizio è consegnare le anime dei morti ad Hermes, custodirle per l’Ade dove esse sopravvivranno in eterno. Ombre di ombre. Nient’altro che nuvole di ombre, ombre e fumo, fumo ed ombre.

 

L’incubo della saracinesca

C’era una parete gelida e scivolosa simile a una saracinesca in metallo.

«Cosa ricordo?». Ricordo soltanto una saracinesca color metallo sporco che correva perpendicolare a sinistra ed un baratro sulla destra chiudeva la vista. Istintivamente, toccai la parete, la palpeggiai attentamente: ne trassi la convinzione che fosse composta di schisto e/o basalto, di una pietra dura e lucida. 

V’era una pioggia che tambureggiava che scendeva fitta e da manca a dritta la tenebra ipotenusa mi accecava gli occhi.

Io toccavo la fredda parete. Fumo e umido saliva e un sudore diaccio mi imperlava la fronte.

«Maestro – chiesi – cos’è questo prurito, questo pungere ai piedi e alle gambe di ortica?».

Lui non accennò alcuna risposta, sembrava seguisse il filo dei suoi pensieri. Un borborigmo mi parve sortisse dalle sue labbra. La sua voce contorta assottigliavasi e perdevasi tra le trombe del corridoio che repente affondava nella pioggia che scrosciava… È le trombe degli angeli neri, spaventose, barrivano…

Ahimé, l’acqua saliva, gorgogliava e ribolliva con orrifici mulinelli. Era follia continuare!

Il maestro aveva affiso l’occhio vitreo nel fondo dell’abisso, come intento in un unico pensiero, e non mi rispondeva.

«Maestro!» – invocai di nuovo con un singulto disperato. Ma quegli tenne un silenzio non so se di codardia o di pazzia. Osservai spaventato il suo occhio di vetro…

«Maestro! – implorai – siamo nel ventre del mostro, nel fondo dell’imbuto!, non v’è altro che un occhio nero, là, nell’apice che ci osserva!»

Ma il maestro non mosse ciglio né torse il collo, come immerso in un unico pensiero…

In quel frangente, con la coda dell’occhio ebbi la netta percezione di un gran numero di ratti che oscuravano l’orizzonte: stormi di pipistrelli volavano radenti i nostri capelli, orribilmente stridendo e, con le algide zampette retrattili, sfioravano i nostri volti; nel fondo i topi ci mordevano le caviglie e trappole e tagliole scattavan qua e là; un ronzare di api e d’insetti tambureggiava sulla lamiera sdrucciola e cozzavano sui nostri volti…

   

«Per l’ultima volta, Maestro, siamo nel buio!», Esclamai con voce rotta dall’orrore e dal ribrezzo. Ma il maestro non se ne avvide, almeno così mi parve, e continuava a guardare un punto lontano della parete bigia e diaccia…

   

Fu allora che, senza avvedermene, posi il piede in fallo… e precipitai in silenzio…

Storia di Rasmussen

Volgeva l’ora nona dell’imbrunire. L’ora in cui spirò Jehoshua crocifisso sul monte Calvario. Che corrisponde all’incirca alle odierne ore tre del meriggio. 

Un vento freddo  spazzava le nubi sfilacciandole in strisce funeree. Un torbido e algido vento di tramontana pungeva il viso e si insinuava subdolo in ogni fessura della mia giacca che a quel tempo era di panno marrone della tonalità delle spighe di grano. 

Non avevo cognizione di cosa o chi mi avesse condotto fin lì. Probabilmente, il mio peregrinare, lo spirito di erranza, la sete di deiezione e di assoluto come soltanto chi è tremendamente giovane può avere, o chi è sconfinatamente spavaldo e crede ingenuamente che la propria esistenza sia virtualmente infinita e che il futuro sia una strada maestra aperta dinanzi a noi che attende soltanto di essere percorsa. A quel tempo non facevo distinzione tra la cattiva infinità di chi crede nella rettilineità del tempo virtualmente privo del limite e la buona finitudine di chi, ravveduto, ha compreso le ragioni del limite, il valore del confine tra due demani contigui ma separati. Ciò che è contiguo spesso non è di facile accesso. Questo pensiero a quell’epoca non mi sfiorava affatto. A quell’epoca non avevo pensiero per i retropensieri. Il cielo dell’utopia era sgombro di cadaveri, limpido e pulito come il mosaico della chiesa di S. Vitale a Ravenna che raffigura l’imperatrice Teodora con il seguito imperiale. Teodora è rappresentata come immersa nell’immobilità del tempo, in una fissità iconica che descrive un evento già accaduto, che si ripete, tale e quale, per la buona finitudine del tempo a venire. Intendo dire che c’è un tempo in cui tutto è completo, o appare tale, e questo è il tempo dell’eterna giovinezza che alita leggero e ilare sopra le cose del mondo.

Dunque, io non sapevo cosa o chi mi avesse condotto fin lì. Ma, per qualche ventura che ora non rammento più, ero giunto in quel punto preciso, in quello sperduto paesino della Calabria dove soltanto qualche mulo sovraccarico di masserizie o qualche bavoso contadino ciondolava per le vie solitarie e algide. Ma non è questo propriamente il punto cruciale di questa mia riflessione, ora non mi importa più sapere il perché ed il come e per quali peripezie io fossi giunto in quel punto preciso del mondo. Così insignificante.

Incontrai Herr Rasmussen nella piazza di Montegiordano sul finire degli anni Cinquanta. Io ero seduto, o meglio, accovacciato sulla seggiola di  un modesto e malconcio bar posto sull’estremità dell’agorà che giaceva obliqua, talmente in pendenza che le case che la circondavano sembrava dovessero slittare, scivolare nel nulla, dietro le tenebre del mondo. Era una piazza assai singolare. E, del resto, ancora oggi la piazza è rimasta tale e quale a quel tempo, singolarmente ripida come in un dipinto di Chagall, e singolarmente bizzarra.

Dalla giacca di Herr Rasmussen pendeva, o meglio, si poteva udire come un tintinnio di monete, un rumore di bottoni di madreperla, forse di antica foggia militare. Sì, anche la giubba aveva qualcosa che rammentava una divisa ma d’un genere che non avevo mai visto prima. Ebbi però subito la sensazione di trovarmi di fronte ad un personaggio cui mi accomunava una lunga e fraterna familiarità. Che tipo di familiarità? Io non saprei ridire oggi, sul crinale di cinquant’anni che mi dividono da quel tempo, su quali elementi o quali dettagli poggiassi allora quelle impressioni. Per quanto inverosimile possa oggi sembrare ad una mente sensata ed assennata, a quel tempo non ebbi il menomo dubbio e non mi posi il menomo interrogativo circa la natura di quella strana familiarità che percepii immediatamente come un dato di fatto da non revocare in dubbio. Così, accettai Herr Rasmussen come un evento del tutto naturale e del tutto necessitato. Come la pioggia che cade dal cielo o come un masso che rotola giù per il pendio di una montagna. Quello che oggi posso dire, con assoluta contezza, è che a quel tempo ero, diciamo così, senza saperlo, in qualche modo in attesa di Herr Rasmussen. Ciò che rammento della sua fisionomia è qualcosa che sfugge all’ignominia del tempo. A quel tempo io ero giovanissimo, avevo un volto efebico con delle sopracciglia molto maschili, folte e nerissime. Il personaggio in argomento, invece, doveva avere un aspetto talmente astruso e bizzarro che attrasse da subito la mia attenzione. L’apparizione di Herr Rasmussen fu quindi un evento che non mi colse del tutto di sorpresa. Probabilmente, in realtà, attendevo già da tempo il mio ospite. Anzi, adesso che ci ripenso è possibile che, senza averne cognizione e senza averne coscienza, mi fossi recato come in trance in quel paesino della lontana Calabria, nel pieno dell’inverno. A distanza di tanti anni, nutro piuttosto il sospetto che in realtà fossi stato, per così dire, «convocato» dal mio misterioso ospite. Una chiamata cui non avrei mai potuto disobbedire, né sottrarmi con astuzie da confessionale.

Sono trascorsi ormai più di cinquant’anni da quell’evento. Oggi, per quanti sforzi faccia non riesco più a rammentare la sua fisionomia. Tuttavia, qualcosa trapela dal filtro della memoria, o meglio, dal filtro dell’oblio. Rammento un volto invaso dalle rughe: alcune sottili, ad esempio attorno agli occhi; altre, profonde ed incavate, attraversavano la fronte simmetricamente ordinate come onde d’un mare magmatico e magnetico. Allorquando Herr Rasmussen alzava il ciglio sinistro, anche le onde si mettevano in moto e descrivevano quella mobilità che rammenta il moto ondoso di un mare in agitazione. Alcune rughe partivano dagli angoli degli occhi e dalle tempie per attraversare, longitudinalmente, le gote incavate. Già, incavate come da due fendenti, due pieghe profonde che dallo zigomo solcavano le guance fino alle estremità delle labbra. Rammento che quando Herr Rasmussen accennava un moto delle labbra, era tutto il volto che si metteva in movimento come una sinfonia di Beethoven, con degli alti e dei bassi, con acuti tenorili e controcanti di contralti. La mimica di quel volto era talmente densa e magmatica e composita che avrebbe intimidito qualsiasi interlocutore. Ma io ero troppo giovane a quel tempo per lasciarmi intimidire e la mia giovinezza era sventuratamente terribilmente ingenua per rendermene compiutamente conto. I suoi occhi proprio non riesco a rammentarli. Per quanti sforzi faccia credo proprio che i suoi occhi fossero qualcosa che associavo mentalmente a delle fessure con dentro delle fiamme di torba, oppure al colore notturno d’un cielo sidereo quando lo si può contemplare da un cannocchiale o un telescopio.

Herr Rasmussen biascicava, o meglio, farfugliava parole di metallo in uno strano miscuglio di vocaboli rabberciati da varie lingue e vari idiomi, il tutto condito in un tedesco burocratico, lingua a quel tempo per me assolutamente estranea ed incomprensibile. Per uno strano quid del destino, il mio ospite masticava le parole come se parlasse tra se e se medesimo, come se non vi fosse alcun interlocutore presente dinanzi a lui.

Herr Rasmussen talvolta indicava il cielo con un sorriso sardonico, talaltra mi mostrava i denti gialli e storti per sottolineare qualche sillaba che riteneva particolarmente significativa.

Ci sedemmo ai tavoli dell’unico caffé nella piazza del paese. Egli mi parlava in modo distratto, untuosamente digrignando i denti, battendo le nocche sulla tavola tra un borborigmo e un insulto a mezza bocca, sputazzando per terra come se stesse per friggere dall’ansia, o colto da un improvviso malore al plesso solare, al centro del petto, o colpito dal nitore delle stelle che nel frattempo si erano accese in quella serata gelida e ventosa.

L’ospite borbottava, farfugliava parole sconnesse. 

«Teufel» –diceva con un ammicco accattivante. «Ich bin der Teufel!». E giù un grugnito disgiunto dal senno ed un riso sprezzante e plateale come quello di un attore da avanspettacolo di quegli anni lontani.

Il convenuto parlava dunque un suo esperanto privato, come costruito per comunicare con una generalità indistinta o, plausibilmente, con nessun interlocutore. Riuscii a decifrare qualcosa come «patto», «contratto» et similia, ma allora non detti troppa importanza alla questione. Ero divertito soprattutto dalla sua straordinaria capacità mimica e semantica. Del resto, non afferrai granché dei suoi discorsi apparentemente strampalati e lambiccati. Ad un certo punto, ebbi la percezione che il convenuto fosse il messaggero di qualcun altro. Ma chi era quest’altro, in fin dei conti?. Questi pensieri dovettero attraversarmi la mente in modo compulsivo e impetuoso se adesso, a distanza di più di mezzo secolo, rammento ancora con nitore quelle sensazioni. Ebbi come un moto di disgusto, di nausea e vomito. Il convenuto, durante la conversazione, dava sempre più chiaramente segnali di intemperanza e di irritazione, talché, rammento che sbottai dicendo che ormai era tempo di congedarsi, che la notte era gelida e ventosa et similia. Ma fu tutto disutile. Il convenuto non si fece dissuadere e tornò sul punto trangugiando l’ennesimo bicchiere di Falerno. Ebbi la percezione che la pelle del suo volto fosse diventata translucida e trasparente come una vetrina di un negozio di capodanno. Ebbi il bizzarro sospetto che il mio ospite in realtà non esistesse e che il dimorare di quel Signore in quella piazza fosse soltanto il frutto della mia morbosa fantasia giovanile. Forse, ebbi anche qualche chiaroveggenza nel considerare che la situazione era alquanto paradossale ma qualcosa, che ora non so ben afferrare, mi distoglieva da un maggiore approfondimento, da una ulteriore indagine e mi toglieva la lucidità e la capacità critica di analisi della situazione. In verità, ero in balia del mio ospite. In verità, le cose del mondo non sono mai semplici e univoche. Col senno di poi ho imparato che noi non dobbiamo mai fare l’errore di sottovalutarle, sottacerle o tentare una via di fuga o una scorciatoia. Dopo più di cinquant’anni, adesso che ho attraversato la vita in lungo ed in largo, come un mare tempestoso, ho appreso che non dobbiamo mai sottovalutare l’interlocutore, chiunque esso sia. Noi non sappiamo mai chi sia il nostro interlocutore. Ma a quell’epoca ero fin troppo giovane ed esuberante e privo di esperienza. Non avevo ancora messo a fuoco le capacità critiche oggi in mio possesso. Affinare una seconda vista non è cosa da tutti i giorni. Di solito, ci si impiega una vita. A quell’epoca ero soltanto un giovane aspirante artista. Ero un giovane artista che non sa ancora di esserlo, che deve maturare e che non sa che la vita, il mondo deciderà se e quando egli diventerà artista. A quel tempo credevo che l’ego potesse decidere alcunché. Gravissimo errore che tutti i giovani commettono. Il mio interlocutore doveva aver compreso esattamente come stava la questione se mi inviava dei sorrisi sbilenchi tra il sardonico e l’annoiato mostrandomi con orgoglio i suoi denti gialli e sporchi.

Mentre il suo volto diventava sempre più translucido. 

Ebbi comunque modo di scrutare per qualche tempo il centro dei suoi occhi con quanta forza avevo in corpo. Venni respinto, barcollai sulla seggiola, la mia testa divenne preda d’un torpore vischioso che ne rallentava oltre misura le sinapsi; tentai nuovamente, più volte, di concentrare tutta la mia attenzione verso i suoi occhi; ebbi quasi la sensazione di scorgere delle striature attorno alla pupilla, delle strisce o delle frange, mobili e variegate, che si muovevano, come se nuotassero nel vacuum sidereo dell’iride. Le sue pupille, o meglio, ciò che aveva la sembianza di pupille, erano come due buchi neri che si assottigliavano e si espandevano a seconda delle contrazioni della mimica di quel volto misterioso. A ripensarci ora, sarei propenso a formulare un’ipotesi, folle e paradossale, lo so, ma altamente verosimile: allo stato attuale delle mie conoscenze ritengo che i suoi occhi fossero in realtà vuoti, come svuotati di materia, come se il mio interlocutore si fosse fatto svuotare le orbite dei bulbi oculari e li avesse sostituiti con delle membrane rimodellate sul paradigma di occhi umani, che di questi ultimi conservavano soltanto un pallido sembiante. Quasi che il mio interlocutore si fosse sbarazzato degli occhi in quanto non più utili per l’investigazione del reale, anzi, eminentemente ostativi. A un certo punto, ebbi l’impressione, anzi il sospetto che il mio ospite fosse completamente cieco. Il suo sguardo non guardava alcunché, sembrava non fissarsi mai sulle cose, sugli oggetti e, men che mai, sulle persone degli interlocutori. Per quanto io possa investigare attraverso il filtro della memoria, non rammento di aver mai incrociato il suo sguardo durante tutta la conversazione di quella sera. Anzi, egli possedeva il mio sguardo, oserei dire che i miei occhi erano catturati dal suo sguardo, attratti come in un vortice. Come quando guardi il sole che devi subito distogliere lo sguardo pena la cecità. Ecco, qualcosa di simile accadeva in me quando lo guardavo dritto in volto: ero costretto subito a distogliere lo sguardo… non appena ne tentavo l’investigazione…

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A quel tempo ero un giovane artista. Vale a dire, possedevo tutte le potenzialità, i presupposti per diventare artista ma non avevo ancora il colpo d’ala, il quid che permette al poeta di diventare tale. Ero poeta in potenza ma non in atto, tanto per impiegare le categorie aristoteliche, mi mancava un elemento, una precondizione. Ed ero alla avida ricerca di quell’elemento, alla disperata ricerca di ciò che permette il dispiegarsi dell’ala.

In verità, oggi, le cose del mondo sono sistemate in un modo tale che un grande poeta non può più sopravvivere in un mare di medietà generalizzata. I migliori estri pian piano vengono dissuasi dall’impegno in una strada impervia e fatta di assoluta solitudine intellettuale. Un vero talento non può più dedicarsi alla poesia o alla ricerca artistica elevata con uno spirito di indipendenza intellettuale, deve sobbarcarsi una miriade di accomodamenti e di ipocrisie, deve sopportare l’onta di una non autentica personalità. E tutto ciò nuoce indiscutibilmente al costituirsi di una personalità artistica libera ed indipendente. 

Il nostro poeta, dunque, al momento dell’incontro con Herr Rasmussen, era invischiato tutto intero dentro questa problematica. Nel bene e nel male, quell’incontro sconvolse la vita del nostro artista, qualcosa in lui mutò inesorabilmente. Ottenne quel che cercava, scrisse un’opera talmente vasta e complessa che nessuno tra i contemporanei la capì e passò del tutto inosservata nel silenzio totale del pubblico e della critica. Questo era quello che il nostro poeta cercava?, sì ,e fu accontentato. Scrisse e pubblicò una seconda opera talmente elevata, di altezza quasi insostenibile. E anche quest’opera passò completamente inascoltata. Questo era quello che il nostro poeta cercava?; e qui cadde l’asino. Il poeta entrò in crisi, precipitò in uno sconforto totale, un umore atrabiliare prese a sconvolgerlo, fu dilaniato da mille diavoli, un dubbio atroce lo assalì: che lui fosse in realtà un povero mediocre artista. Divenne sempre più intrattabile e sempre più amareggiato; viveva in preda del suo delirio creativo in una solitudine spettrale ed aberrante in mezzo ad una moltitudine di nani, i suoi contemporanei. «Era questo che volevi?», prese a chiedersi, «era questo quello che cercavi?», si ripeteva mortificandosi giorno dopo giorno, flagellandosi senza pietà per lunghi interminabili giorni e notti, mesi ed anni. Quale terribile prova di forza sostenne il giovane poeta!, quale sovrumana fatica ebbe a sostenere!. In preda a queste angosce il nostro artista trascorse mezzo secolo costellato di lavori sempre più alti, sempre più puri, in mezzo ad una solitudine spettrale, abissale…

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È trascorso ormai più di mezzo secolo. Da allora non ho più avuto modo di incontrare Herr Rasmussen. Per quanto scandagliassi l’ampio circolo dell’orizzonte del nostro pianeta, non ho più avuto modo di incrociare Herr Rasmussen, né tra i calmucchi che fumano la pipa, né tra gli esquimesi dei ghiacci del circolo polare artico. Non ho idea di che fine abbia fatto, se sia ancora dei nostri in questo mondo di ombre o se sia passato tra i più, dall’altra parte, nell’antimondo. Se sia morto in un bordello o nel letto di un sodomita.

Dopotutto, mi chiedo, non è propriamente questo il punto.

 

Gli interludi dell’assassino

I

A volte mi alzo dal letto ancora in preda al sonno: metto il caffé sul fornello, deglutisco delle brioches e faccio una passeggiata nel parco. Getto un’occhiata  al cielo grigiastro per vedere se è gravido di pioggia. Mi piace guardare la fettina del cielo attraverso le persiane sbarrate della mia abitazione.

Finestre tremano, in qualche luogo sbattono persiane; imposte scrostate e livide tendine si agitano. Sedie, bicchieri e bottiglie rotolano; sul pavimento giacciono vasi e vassoi spezzati, frantumati come i miei pensieri in mille frammenti. Amo lo stato del frammento, la sua incompiutezza, il non finito, la dissimmetria, gli oggetti in vetroresina, in plexiglas, perplex, amo la plastica, il materiale sintetico. Sì, sono convinto che tutto ciò che resta dei frammenti è disordine; tutto ciò che resta dell’ordine è disordine, tutto ciò che è diretto verso l’ordine è disordine. Anche il vento corre verso il disordine, così come tutte le cose, ma è invisibile, se non per le fronde degli alberi che scuote, gli oggetti che trascina, spezza, frantuma. Lo chiameresti allegria del naufragio incipiente l’aggirarsi del turbinio dei refoli negli angoli acuti della mia abitazione, questa dimora disertata dagli umani. 

Mi sorprende la finestra spalancata. Avverto come la criniera di un cavallo che volteggia e la sua coda che sferza. C’è una forza incredibile in ciò che è invisibile. Analogamente, penso, un tornado, un uragano è visibile soltanto quando ti ghermisce, ti afferra, ti trascina.

È una bella mattina di aprile terso-azzurra. Chissà, forse un terremoto, un’epidemia… afflitto da agorafobia, sto in un angolo. Cuneo o prisma. Ogni mattina mi reco dal mio barbiere di fiducia, così perché non nulla da fare, per occupare con qualcosa il mio tempo. Un signore inurbano – deve essere il parrucchiere François che è entrato sbattendo la porta del retro bottega – mi dice di accomodarmi in poltrona, mi sorride e mi rade il mento con accuratezza.

Mi accomodo sulla poltrona girevole del barbiere, nell’angolo, di fronte allo specchio mentre guardo le riviste porno con le ragazze spogliate. Sbadiglio. Un cenno d’intesa con il vile François, mormoro parole luttuose nell’orecchio peloso del barbiere. Ho paturnie, invidie, retropensieri.

II

La mia stanza. La lama della luce taglia lo stipite. Là, in quel punto preciso, nel vano della porta – mi dico - c’è la mia maschera. Io sono qui, questa cosa soda è il mio corpo. L’occhio (il mio occhio) si distacca dal mio volto, si sistema dall’altra parte del soggiorno, sale sull’attaccapanni in ferro battuto, e di là, dalla soglia osserva la mia parvenza transitare nel corridoio, lungo il sottile ambulacro che divide le stanze deserte. «Che bizzarria!», mormoro tra me e me, ho come la sensazione che qualcuno mi spii e mi eluda, nascosto tra le quinte d’un preludio autunnale, dietro le pieghe e i palpiti d’un immaginario sipario dotato di vita propria; qualcosa mi illude o mi irride o mi inganna… irrelata  nell’interludio di un prisma. È il mio occhio che mi osserva. Forse, la mia esistenza, questa cosa soda che è il mio corpo, dimora sulle facce di un prisma, scivola sulle facce di un prisma translucido, oppure, collude e collide con i retro pensieri e i quasi pensieri che pulsano e pullulano in un luogo della mia mente dove non regna certo la geometria euclidea. 

Rigido, come in fotografia, osservo la linea degli occhi, il mento rapido, la fisionomia sottile, il nero della livrea accurata. “Il nero è il colore che mi somiglia, dopotutto”, non posso fare a meno di opinare.

Forse, è una dea svagata a dirmi che io sono qui, tra lo stipite e la porta, immobile, che indugio. Esito ed esisto.

III

La porta si staglia sul fondo oscuro d’un corridoio. Sulla soglia compare un abito stinto. Una gonna alle caviglie ondeggia come un lungo interminabile sipario, appena mosso da un vento invisibile. È mia madre giovane. Il suo volto è triste. Ma bello. La rivedo com’era un tempo: l’abito con i merletti sulla scollatura che indossava all’epoca del suo amore per mio padre. Sono passati cinquant’anni. È esattamente come la figura che compare nella fotografia posta sul comò in una cornice abbrunata: sulla sinistra c’è mia madre giovane e bella accanto a mio padre mentre fuma una sigaretta, il fumo copre una parte del viso e lo sfondo della strada; camminano su un marciapiede della città maledetta. Sul fondo si staglia la sagoma di una macchina degli anni Cinquanta: una topolino di colore bigio che percorre la strada. Il vento che allora soffiava, adesso si è raggelato, resta lo stipite di una porta che un improvviso colpo di vento ha spalancato facendola sbattere contro lo stipite.

È come aver dimenticato qualcosa in fondo alla propria infanzia che arretra, quasi che un filo abbia agganciato quel qualcosa e lo riconduca al mondo…

IV

Das Haus. Circondata dal verde fogliame del bosco e dal pergolato in disuso. La casa di mia madre! Un tempo pitturata di bianco, adesso che ha l’intonaco dei muri scrostato e sgretolato, il bianco si è tramutato in grigio. Uno spirito vi aleggia: lo spirito di mia madre, un tempo lontanissimo giovane e bella. Il minuscolo balcone porta dei vasi con dei gerani sfioriti. «Die Kellertreppe» (una scala a chiocciola in ferro), come la chiama il mio dèmone, fresca di vernice in nero campeggia sul retro della casa. Una strettoia a chiocciola in ferro che conduce al giardino, al pianterreno. Il giardino è inselvatichito: un maledetto intrico di rovi e sterpaglie; un muro di rovi e sterpaglie. Lo attraversa una strettoia in mattoni radi che puoi appena mettere i piedi talmente è stretta. Circonda la casa un muro. Non troppo alto né troppo basso, con in cima dei vetri aguzzi e colorati. Mi sono sempre chiesto il perché di quei colori squillanti Un susino, un melo, alcuni vasi di gerani sfioriti. Mazzi di pitosfori, acanti. Poco piacere ne traggo. Una siepe selvatica delimita, a destra e a sinistra, il viottolo stretto appena per i piedi. Passeggio con circospezione, sfiorando la rosa canina, il cactus spinoso. 

Oggi festeggio il mio compleanno, «mein Geburtstag», come dice il mio dèmone. Passeggiare è il mio modo di mettere in azione il pensiero. “È ora di prepararsi per la cena e il sonno”, penso. Ma è un pensiero che scaccio subito via. Uno scampanellio: è il tram al centro della Marketplatz che sferraglia fragoroso. Dal pantografo spruzzi di faville ricadono a raggiera. Scendono gli ultimi pedoni, impiegati ministeriali di terz’ordine, con gli abiti lisi. Come quando dal grammofono si irraggia l’onda sonora d’un preludio: è un interminabile andante largo che fa presagire il finale in diminuendo.

Das Schlafzimmer. La mia camera da letto da bambino. Il mio ripostiglio, la cassapanca, i giocattoli nascosti nella cassapanca, l’orologio a cucù. È la mia bara segreta, il mio sarcofago. Caldo, accogliente. C’è ancora la poltroncina di quand’ero bambino. È una poltroncina a dondolo. Un sarcofago a dondolo. È ancora molto comoda. Anche il divano è ancora tagliente nell’alta spalliera. «Der Mantel und der Hut» (il mantello e il cappello) sull’attaccapanni. Sulla mensola, accanto al camino che sprigiona fiamme e scintille, posano oggetti insulsi e corrivi: dozzinali vasi cinesi, anfore, un portasigarette d’argento, un porta ritratti in falso argento con orribili fotografie di me bambino. C’è persino la foto di me bambino che tiene con la mano sinistra una cordicella in cima alla quale si staglia un aquilone bianco nel cielo azzurro. Penso: «Mir gefällt das Zimmer!», dice il mio dèmone, (mi piace questa stanza). Davvero, è tutto così dozzinale e corrivo! Il tutto è così banale e triste che mi attinge una severa malinconia. “Preda di questo umore saturnino potrei commettere qualsiasi delitto, qualsiasi delitto”, penso tra me e me.

V

Adesso qui poso gli occhiali sul tavolo. Oggi ho dimenticato gli occhiali in frigorifero. Li ho cercati dappertutto: sopra la credenza, sotto la scala a chiocciola, dentro gli stipetti della consolle; le forbici, il pettine, le rotelle d’un orologio aperto e dissezionato come un cadavere sul tavolo di anatomia sostano in cucina in attesa del Demiurgo. Voglio scoprire le leggi del disordine e quelle dell’ordine, della simmetria e della dissimmetria. Cosa c’è di più idoneo dell’indagine all’interno di un orologio?, dov’è l’insetto del tempo?, dove s’è nascosto?; «è imprigionato nell’orologio», ha scritto un poeta svedese; vorrei vedere!, che fosse imprigionato nel cassetto del televisore!; dichiaro che ho intenzione di scoprire i suoi meccanismi segreti, l’ordine cinetico e mimetico che presiede al suo funzionamento. È davvero una invenzione entusiasmante quella dell’orologio!; l’aver voluto soggiogare il tempo, frazionarlo, ridurlo in frammenti, molteplici frammenti!; per poi nobilitarlo subito dopo con l’argomento dell’Ordine universale!, nient’altro che un copia e incolla!; perché, dopotutto, dio è ordine, nient’altro che ordine, simmetria. E il tempo invece è dissimmetria. Il tempo non è come il cane: quando lo richiami non ritorna indietro, marcia dritto verso l’ignoto. Io invece navigo a vista, amo il disordine distratto, l’amnesia, il lapsus linguistico; ma amo anche, in egual misura, la regolarità dell’ordine, il  cristallo prismatico, l’ortogonale sfaccettatura del prisma. Il prisma puro, lucido che riflette la luce in molteplici spigoli taglienti… ecco, sì, «taglienti»: mi hanno sempre affascinato gli spigoli taglienti, non so perché.

Sì, ben vengano i tendaggi alle finestre!, i tendaggi ottundono il ronzio dell’aria; e si muovono all’improvviso, sembrano dotati di vita propria. È venuta la sera fiorita di bitume. È una signora elegante con un cappellino a rete che le copre gli occhi. La sua morbida figura si inoltra con la gonna d’uno sbiadito colore scarlatto nei penetrali del «mio» ambulacro. Il fuoco!, così debole; lingueggia; si libra nell’atmosfera e guizzano rossi folletti. È venuta la sera con la sua gonna di velluto. E dipinge le pareti di grigio…

In qualche angolo, nascosto in qualche recesso della bianca casa c’è il mio parrucchino, la mia maschera, i miei capelli tagliati dal barbiere, il bocchino d’avorio con l’orlo in oro zecchino, il fioretto con l’impugnatura di madreperla. Tutto ciò che un tempo mi apparteneva!, François, il mio parrucchiere di fiducia, ha fatto un buon lavoro, davvero; mi guardo allo specchio soddisfatto. Nello specchio c’è l’immagine del mio volto sbarbato e lucidato. Insignificante.

Intervallo d’ozio. 

Con un rasoio affilato ho tagliato la gola a mia madre. Sì, l’ho sgozzata. Un colpo secco sotto la carotide. Uno zampillo del suo sangue caldo mi ha schiaffeggiato il volto: un deprecabile incidente. Non avevo scampo. Dovevo compiere quel delitto. È tutta una vita che attendevo quel delitto!; adesso mi sento tranquillo. Ho atteso, senza saperlo, tutta la vita questo momento. E adesso che è venuto mi sento triste, triste come sempre: perché?; il cadavere?, penso che il delitto verrà scoperto tardi, molto tardi, quando il cadavere comincerà a puzzare. 

Il commissario?, il carcere?, il processo?, che vili nequizie!; tutto ciò mi è estraneo, è plebeo, non mi appartiene.

Confesso di abitare in un tugurio, in Elisabethplatz 30, la via che si diparte dalla Marketplatz sbocca proprio lì: c’è il cancelletto in ferro arrugginito che conduce ad un sentiero di ghiaia bianca E lì c’è la casa un tempo bianca, inselvatichita di mia madre. Mi affaccio alla finestra della bianca casa dalle gentili tegole rosse. Il tram adesso sferraglia gioioso e fragoroso nella Marketplatz, ascolto il rintocco funebre del trolley che sfride al contatto con i fili elettrici.  Mi circonda il parco e l’edificio della Posta in stile littorio. 

Oh, la severità dello stile littorio! Lontano, musica da dessert. 

«Nachtischmusik. Die Mitternacht kommt, ich mache manchmal einen spaziergang durch den Park. Der Himmel ist schwarz», mormora il mio doppio da un angolo della mia sordida, inconsapevole coscienza.

 

 

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